Pantera della Versilia o Circe di provincia? Il caso Redoli/Iacopi

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Premessa. Non disponiamo di atti e sentenze. Le notizie sono tratte da fonti aperte e riportate senza smentita.

 Forte dei Marmi 1989

La “Circe della Versilia” arrivò due anni dopo la “Mantide di Cairo Montenotte”: era un’epoca in cui ancora si faceva sarcasmo sulle donne assassine, che in cronaca non mancano, soprattutto se maliarde e definite allora, nella migliore delle ipotesi, “mangiatrici di uomini”.

Va premesso che si sa poco de protagonisti di questa storia, del loro passato, delle loro attività precedenti alla triste notorietà.

La vittima, Luciano Iacopi, originario versiliese, al momento della morte aveva 69 anni. Di lui si legge che era stato prima un contadino agiato; in seguito, dopo aver ereditato non si sa bene da chi, un quasi miliardario, infine definito “agente immobiliare”. Era conosciuto come “Gasparello”, forse dal nome di un suo cavallo ( gli equini fanno la loro parte in questa storia); da tutti i media considerato, per voce popolare, strozzino (più che usuraio) e padrone di casa feroce e “sfrattevole”. Viene riportato così attaccato al denaro che, alla morte del padre, non avrebbe pagato il funerale, portando personalmente la cassa al cimitero.

Della moglie, Maria Luigia Redoli, si dice fosse nata a Torino, da genitori toscani ( il cognome però è veneto), nel 1938 o 1939; durante una vacanza nella terra dei suoi, nel 1966, a Cecina, conobbe lo scapolone Luciano e, per sua stessa ammissione, vedendolo girare abbigliato a metà tra un boss mafioso e uno “zanza”, al volante di automobili di lusso, corteggiata, e dopo aver preso informazioni dal parroco, accettò di sposarlo per sistemarsi.

Nacquero due figli, Tamara e Diego. La donna raccontò poi che non erano stati concepiti col marito “incapace di ingenerare”, ma con un maresciallo dei carabinieri; che il coniuge era ignaro, mentre Tamara lo seppe da lei, che l’aveva notata ostile al padre. Diego invece lo apprese dai giornali dopo la tragedia.

Vedremo che le dichiarazioni di questa donna sono distopiche e da prendere sempre con molte pinze. Ella aveva contratto debiti con banche; se una delle recriminazioni popolari riguardava una certa parsimonia del coniuge nei suoi confronti, ciò avveniva forse negli ultimi tempi; tale taccagneria sarebbe smentita dai fatti, così come la vantata gelosia dell’uomo verso di lei: Luigia, e non poté negarlo, spendeva cifre folli in abiti, gioielli, estetisti, parrucchieri e, ahimé, per  cartomanti e toy boy.

E’ difficile pensare che, in quel ristretto mondo, anche un poco libertario, lui non se ne fosse accorto. Dal canto suo Luciano disponeva di una garçonnière zeppa di atmosfere porno, per ricevere amanti più o meno occasionali, conosciute con annunci su riviste specializzate. Da quando era iniziato questo andazzo aperto e lassista? La famiglia era mai stata davvero tale, almeno i primi anni? Non ce lo hanno detto.

Arriviamo all’aprile 1989. La Redoli, cinquantenne, è una cougar a dir poco appariscente: capelli platino, minigonne, abbronzatura perenne, tacchi a spillo, a noi è sempre apparsa piuttosto brutta, ma lei di sé pensava il contrario. Era più scena che sostanza, ma faceva colpo su un certo tipo di ragazzotti, vista anche la generosità di questa panterona.

Durante una giostra a cavallo dei Carabinieri Luigia conosce Carlo Cappelletti, ventiquattrenne milite equestre per l’Arma, un gigante robusto e ruspante, laziale.  La signora va perfino a trovarlo a Roma dove lui è di stanza; lui accorre sempre a Forte dei Marmi appena può: ed è lì anche a metà luglio, alloggiato a spese di lei, ovviamente, all’hotel San Domingo. In due mesi vengono scattate foto sprizzanti felicità, con la coppia e i figli di lei.

La sera di domenica 16 luglio si forma il solito quartetto: il carabiniere e Luigia con i figli, che si portava sempre appresso, vanno al mare; Carlo, che ha appena avuto un incidente dopo un calcio del suo cavallo, per una frattura al metacarpo della mano destra porta il gesso; non dovrebbe bagnarlo, ma cade in acqua e inizia a lamentare la dilatazione dell’ingessatura e un crescente fastidio; se lo sfila da solo, prevedendo (parole sue da imputato) di andare a farsi medicare il giorno dopo. Dopo la cena in hotel, il gruppetto si sposta a “La Bussola” leggendaria discoteca/sala concerti in zona Viareggio – Focette, e si aprono le danze per tutti.

Spostiamoci ora a Follonica, nel grossetano. Luciano, da qualche tempo, ha trovato una sorta di amante fissa, tale Agata Tuttobene, sempre agganciata con gli annunci, e quella domenica va a trovarla. Sarà lei a raccontare di un ghiotto pranzo a base di ben tre primi, come piaceva a lui, e dolci, saltando secondi, pietanze, contorni e verdure. Le narrazioni parlano di un successivo convegno intimo, che indubbiamente era lo scopo della puntata dalla donna, ma fa anche pensare alle possibili condizioni di un quasi settantenne, malato di cuore secondo la Redoli, aggravato dalle libagioni, in considerazione di quanto accadrà dopo.

Il possidente si accomiata, prende il treno, scende a Viareggio, dove ha parcheggiato la Range Rover e si avvia verso casa. Come promesso ( è sempre Agata a raccontarlo), lui la chiama alle 21.45: le dice che non ha fame perché le leccornie del pranzo lo hanno saziato, berrà una birra e andrà a dormire: ma a dormire non va, perché morirà prima.

E’ notte. Dai Carabinieri di Forte, scendendo dalla sua Polo, si presenta Luigia, impeccabilmente abbigliata (sarebbe meglio dire, nel suo caso, conciata), annunciando di aver trovato il marito morto, nel garage della loro villetta. Condottili sul posto, lei mostra un certo autocontrollo davanti al cadavere, che giace in ciabatte di cuoio, pantaloni e canottiera, prono, circondato dal sangue, vicino a un refrigeratore, colpito da 17 coltellate: due al collo, alcune sulle braccia ( da difesa?), il resto all’addome. I militari sono colpiti da una pronta osservazione della neo vedova: “ manca il suo portafoglio, c’erano un milione e trecentomila lire”. Richiesta del perché se ne sia fulmineamente accorta, lei risponde che era tipica, nel look del marito, la tasca posteriore sempre rigonfia, ma ora no; per il momento è solo la prova che è molto attenta al denaro. Il portafoglio non verrà ritrovato.

Versione della vedova

I quattro arrivano al night alle 22 circa (conferma di due dipendenti del locale); sono i primi avventori in assoluto; appena scattano i brani apripista, si lanciano nel ballo, fino circa alle due di notte, quando usciranno.

Vediamo le lacune, provenienti non tanto da lei, quanto dai resoconti, e le domande che ne scaturiscono.

Carlo, al ristorante e in discoteca, aveva ancora il gesso o no? I testimoni dicono di sì. Quando, a una certa ora, i gestori della balera aprono le vetrate sul prato retrostante per fare aria dentro, è vero che Cappelletti è stato visto uscire dal vialetto, per tornare solo un po’ di tempo dopo? Luigia era con lui? Gli unici dati per fissi fino all’ultimo sono Tamara e Diego.

E’ vero, come sostenuto dai figli, che la madre, appena entrata nel garage, si limitò a dire “Vostro padre è per terra”, facendo subito dietrofront per tornare alla guida della Polo? E’ possibile che nessuno dei due ragazzi si sia mosso dall’auto anche solo per curiosità, o verificare ci fosse ancora una speranza di salvezza? Serbiamo a mente, per il finale di questa storia.

Versione accusatoria

Luigia non ne può più di quel marito magari di manica larga, ma che le impedisce di gestire i notevoli beni di cui è titolare, come a lei piacerebbe, costringendola a girare con i figli come alibi e a rivolgersi ai veggenti,  consultandoli dall’alba al tramonto (si parla di 200.000 lire a consulto più volte al giorno), per sapere se riuscirà a liberarsene. Lui aveva voluto la separazione dei beni e gira voce si stia muovendo per la separazione.

Lei conosce un aitante giovanotto, forte come un toro (si dice che Cappelletti avesse fatto fuori un cavallo con un pugno), esperto di accoltellamenti (ha fatto il macellaio), di indole primordiale come quel suo cugino che ha ammazzato tre persone, per una truffaldina spartizione di furti agresti. Lo seduce sapientemente, convincendolo al delitto; lui accetta perché in sua balia, e la promessa, forse in parte già mantenuta, del regalo di un appartamento.

La Redoli ha già commissionato al mago Portigati una fattura di morte; poi si è spinta a chiedergli di contattare dei sicari, anticipando 15 milioni di lire, con la promessa di altri 15 a lavoro eseguito. Dopo l’omicidio, gli ha perfino telefonato (dimenticando di essere intercettata) con quelle strane frasi : ” non sono mica stati loro… ridammi i soldi”, cioè a dire, ho provveduto io perché tu temporeggiavi; mentre, sempre al telefono, il giovane amante poco sveglio la rassicura “Tamara e Diego non parleranno” e ancora: “pensa al figlio che hai in pancia”, credendo alla bugia della attempata amante su una gravidanza.

In effetti i figlioli sono succubi di mamma e di più: in camera di Tamara si sono trovate foto di Luciano e un limone punteggiati da spilloni, segno di odio verso la figura paterna, e un biglietto “la morte è imminente”, dunque forse la giovane, che si pettina e veste come la genitrice, e conserva altri ammennicoli di natura spiritista, è addirittura complice.

L’accusa ( vecchio e non tramontato vizio) fornisce più modalità, a scelta. Eccole.

1)Quella sera i due amanti decidono di entrare per primi alla disco, per farsi notare e costruirsi l’alibi; mollati i due giovani, fanno un salto nei pressi di casa Redoli; notano le luci accese, segno che il padrone è rientrato; si appropinquano; lei richiama giù il marito con una scusa; Carlo ha la meglio su quell’uomo imbolsito, lo stringe da dietro facendo leva con il gesso (dopotutto ha solo la fratturina di un dito) e lo colpisce ripetutamente con la mano sinistra; poi i due salgono in casa da una scala interna (infatti si trovano macchie da gocciolamento su qualche scalino e tracce ematiche sulla maniglia della porta comunicante), escono dall’appartamento; Luigia chiude a quattro mandate con riflesso automatico; la coppia rientra a La Bussola riunendosi a Tamara e Diego. In alternativa, l’accusa sostiene, senza poterlo provare, che il gesso è del tipo removibile. In tal caso, però, l’uso della mano destra, quella normalmente usata da Cappelletti,  sarebbe stato alquanto alterato dalla frattura del pollice.

2)Oppure. Prima passano in quattro, in attesa che apra il dancing: un giro di attesa in apparenza, ma in realtà un controllo: le luci in casa sono ancora spente. Ci riprovano in due e colgono la palla al balzo per agire.

3)O ancora: vanno in quattro, gli adulti scendono per uccidere; attirano la vittima accendendo il motore della Range Rover e sgasando rumorosamente; i ragazzi restano in macchina, poi tutti a La Bussola, per arrivare alla quale occorrono comunque almeno 8 minuti. Al processo d’appello si afferma che fu Luigia a prendere il portafoglio e il braccio di Carlo ritorna ingessato.

Insiste l’accusa: su di una mensola dell’ingresso ci sono mazzi di chiavi, tra cui quelle di casa lasciate lì da Iacopi; il secondo mazzo è in possesso della moglie; il terzo è in un nascondiglio di sicurezza nella tasca di un motorino nella rimessa: se a chiudere la porta fosse stato Luciano, si sarebbe portato dietro le proprie. Nel programma “Ombre sul giallo” si ricorda che Iacopi a volte dimenticava le chiavi, talora non se le portava perché lo infastidivano in tasca.

Il 5 agosto 1989 scattano le manette.

In primo grado il castello non regge, arriva l’assoluzione. Luigia (raggiante all’uscita del tribunale) e Carlo vanno a vivere insieme nella casa ex coniugale di lei, in attesa dell’appello, ma…colpo di scena: i giudici di secondo grado condannano e la Cassazione confermerà.

Carlo non ci sta: quando i suoi ex colleghi si presentano per arrestarlo, prima ne ferisce uno con un coltello, poi si butta dalla finestra, ma si salva; Luigia esce ammanettata, sempre altera: e via tutti e due, verso l’ergastolo.

Luigia ha fatto di tutto per farsi sospettare e accusare. Nelle sue dichiarazioni a Franca Leosini non ha spiegato il perché di certa sicumera durante tutto il tempo in cui è stata indagata e poi processata: l’unica risposta, forse, si trova nel suo temperamento fieramente incurante e strafottente e magari anche nell’educazione ricevuta, che non conosciamo. Le sue proteste di innocenza sono sostenute da alcune obiezioni, peraltro non del tutto peregrine, vediamole.

Il marito prendeva farmaci per problemi cardiaci ed era lei a controllarne la regolare assunzione: una distrazione in tal senso, negli anni, avrebbe sortito l’effetto sperato senza ricorrere all’atto estremo. Quella sera, nei pressi di casa, lei incrociò e salutò il comandante della stazione dei carabinieri Pudda (quest’ultimo non nega ma non lo ricorda), in normale pattugliamento, che si sarebbe poi occupato delle indagini: questo solo fatto avrebbe scoraggiato da agire quella specifica sera. D’altro canto, non sarebbero mancate altre occasioni, meno compromettenti di un’azione casalinga, che avrebbe portato subito i sospetti su di lei, come in effetti è avvenuto. Lei notò il portafoglio mancante poiché quella tasca rigonfia era un must di Iacopi; e anche perché, quel giorno stesso, era stata lei a darglieli (abbassa la cifra a 8/900 mila lire). Infatti l’uomo era aggressivo e litigioso verso gli affittuari, morosi o meno, ed era lei a incaricarsi di passare a prendere le pigioni, per quieto vivere. Riguardo alla passione per i sensitivi, Redoli rispose che ognuno aveva i suoi vizi, paragonando il suo al fumo o al bere; protestò di aver sì sbagliato offrendo quei quindici milioni a Portigati, ma come prestito, mai restituito ( il mago ci  acquistò un’auto); e se pure, in un momento di rabbia, aveva proposto una fattura di morte, dopo poche ore si era già pentita e lo aveva tempestato di telefonate perché non procedesse. Luigia aggiunse che, quando andava dal fattucchoere, le veniva offerto un caffè e usciva dallo studio sempre stordita.

Noi invece abbiamo trovato altre argomentazioni, non a difesa, ma che minano l’accusa.

Partiamo da questi divinatori o guaritori o mistici, come variamente si definivano. Portigati e la moglie, anch’ella veggente, furono testimoni a carico, la donna in particolare con parole di fuoco e disprezzo contro quella che era stata una sua lauta foraggiatrice; ma un terzo difese la Redoli, sostenendo che chiedeva riti per migliorare la salute del marito. L’opportunità di ricorrere a questo tipo di teste, è tutta da discutere.

Veniamo ai tempi di esecuzione. Che essi siano oltremodo ristretti, è un fatto. Luciano era in vita alle 21.45, per un paio di minuti ancora, tempo presunto del breve colloquio con Agata. Perché mai avrebbe dovuto muoversi da casa, se alla Tuttobene aveva detto di voler solo farsi una birra e coricarsi? Cosa lo avrebbe fatto scendere nel garage? Non è stato dimostrato, solo ipotesi.

Sferrare fendenti e uscire puliti o quasi: quante volte abbiano evidenziato l’assurdità di una tale interpretazione dei fatti, eppure continua. Se questi signori erano, per testimonianze, vestiti nello stesso modo sia al ristorante che dopo la scoperta del delitto, quale miracolo avrebbe consentito loro, soprattutto al materiale esecutore Cappelletti, di rimanere intonsi e immacolati? Non viene mai spiegato, e non solo in questo caso.

Si sono rinvenute gocce di sangue sui primi scalini interni che portavano all’abitazione: questo sembra indice di un tentativo di tornare dentro casa, ma anche di una successiva rinuncia, per ovvie ragioni: il killer avrebbe macchiato ovunque; ma la Redoli non avrebbe avuto motivo di ritornare sopra, essendo sufficiente la fuga da dove lei e Carlo erano entrati. Anche una ricerca col Luminol, pare non effettuata, avrebbe potuto evidenziare macchie, ma non il tempo da cui c’erano: e non è pensabile che questi due si fossero intrattenuti a pulire. La maniglia presentava una strisciatura ematica, con impronte non leggibili, come il mareciallo Pudda ha spiegato: sia detto per chi ha sempre pronte le accuse di “indagini malfatte”. Di fatto, il sangue è circoscritto al perimetro intorno al defunto: poi, quasi il nulla, a parte due macchie secche fuori dall’ingresso del garage e alcune più fresche sulla scaletta interna e sulla Range Rover, come se gli assassini (si ipotizza anche più d’uno) avessero volato. Professionisti?

Cappelletti è destrimane completo; aveva certamente la forza per agire anche con la sinistra, ma l’incidenza e l’efficacia del lato che non si usa sono molto minori dell’abituale.

L’ arma del delitto non fu mai trovata. Vero è che un coltello è facile da far sparire, in un torrente, un tombino, un cassonetto dei rifiuti, ma si ripropone un vecchio quesito: il killer se l’era portato o lo aveva trovato in loco? Senza una certezza, non si può decretare una condanna con premeditazione.

Cappelletti sostenne di aver buttato il gesso in un cestino della camera d’albergo. I carabinieri, non per incuria ma per evitare che il servizio di pulizia procedesse alla rimozione, chiamarono il proprietario del San Domingo, chiedendogli di effettuare un primo controllo ed evitare che il cestino fosse toccato; il titolare vi si recò con una collaboratrice, verificando un rimasuglio, una “poltiglia” a suo dire, come di pellicole rimosse da una maschera di bellezza: era troppo tardi per approfondimenti, ma non si vedeva sangue.

Dopo molti anni si ebbero alcuni chiarimenti su due circostanze importanti, che avrebbero dovuto servire a ottenere la revisione del processo, che peraltro non arrivò.

Uno degli avvocati di Luigia, l’indimenticato Rosario Bevacqua, ricordato come difensore di Pietro Pacciani, nel programma “Ombre sul Giallo”, mostrò l’esperimento effettuato prima in modalità caserecce, in seguito perfezionato in prima mondiale in un laboratorio fiorentino, sull’essiccatura del sangue; ne risultò che quello intorno alla vittima era fresco ( e ben si nota nelle fotografie) e riflettente: segno, secondo la difesa, che l’omicidio,  constatato dai reparti scientifici  verso le cinque di mattina, era avvenuto ben dopo le 22 decretate, con sicurezza scientificamente impossibile, dal medico legale. Con l’aggiunta dell’alta temperatura, si sarebbe dovuto trovare secco, se la morte fosse da collocare alle 22.

Ciò sarebbe confortato anche dall’esame del contenuto gastrico. Furono rinvenute tracce non digerite di melanzane e formaggio: cibi certamente non consumati durante il pranzo a Follonica, ma nemmeno in casa, dove non sono stati rinvenuti né in parte ( per esempio in barattoli, sott’olio) né in residui di confezione nel secchio della spazzatura. L’accusa ha ipotizzato che Iacopi avesse potuto concedersi una boccata d’aria serale, per spiegare la sua presenza nel garage, in alternativa a un richiamo della moglie, ma la verità è una sola: nessuno poteva dare la certezza che Luciano fosse in casa, per esempio a dormire, allungando così  notevolmente i tempi di un’azione indicati nella condanna a circa 15 minuti, senza tenere in conto imprevisti, puliture o contrattempi; o, se si preferisce la presenza dei due ragazzi al delitto, si poteva ben temere che i due potessero mostrare segni di angoscia, panico, contrarietà, soprattutto dal giovanissimo Diego, 14 anni, piuttosto da che Tamara, diciottenne. E questi ragazzi non ebbero cedimenti, nemmeno quando furono interrogati.

Non furono percorse piste alternative. Benché si sussurrasse che mezza Versilia fosse indebitata con “Gasparello”, ovviamente nessuno si fece avanti per dichiararsi in rapporti con lui, nemmeno gli inquilini perseguitati. Risponde al vero che la sua morte fu accolta da brindisi nei bar? Che c’era chi avrebbe avuto interesse a eliminarlo? Non si saprà mai. Il fatto che il medico legale avesse fissato la morte alle 22, presunta dalla rigidità cadaverica (ma nell’intervista alla Leosini, egli afferma “non oltre la mezzanotte”, che è diverso), ha incanalato le indagini, come abbiamo visto in altri casi: non si cerca in varie direzioni, ma se ne sceglie una e vi si incollano elementi reali o di fantasia.

La vittima non era in cattiva forma, ma aveva i suoi problemi di salute e soffriva il caldo ( è accertato che rientrò in casa per via del condizionatore acceso): non sarebbe stato difficile aggredirlo, da parte di ladri, tossicodipendenti o assassini per qualche altro motivo e l’accesso ai garage era libero.

Infine, ecco l’enigma di questa figlia e la seconda rivelazione degli ultimi anni. Imputata per complicità e assolta in primo grado, la giovane, avvezza alla dolce vita regalatale dalla sua situazione, possedeva un suo mazzo di chiavi; un giorno il padre non riuscì a entrare in casa, perché la toppa ne era ostruita da un altro. A suo di urla e di sbattoni sull’uscio, arrivò la ragazza, che si era chiusa dentro per amoreggiare con il fidanzato. Iacopi, in collera, le sequestrò il mazzo: ovvero, quel quarto esemplare che avrebbe consentito all’uomo di uscire di casa la sera del 16 luglio, lasciando quello di riserva nel motorino in cui fu trovato e l’ altro sulla mensola sopra cui risultò poggiato.

Ci ha raccontato tutto questo (con un po’ di ritardo) l’investigatore privato ed ex carabiniere lucchese Davide Cannella, consulente ortodosso e poco modaiolo, dell’avvocato Bevacqua. Perché la vittima sarebbe uscita di casa? Non possiamo saperlo, ma nelle ipotesi di Cannella vediamo motivi più solidi di quelli usati dell’accusa per sostenere le sue tesi.

Era una serata afosa ( lui se n’era lamentato al telefono con l’amante di Follonica) e  Luciano avrebbe potuto desiderare rinfrescarsi. Non era tenuto a rispettare regole, né a fare quanto aveva annunciato all’amante; e aveva sicuramente mangiato qualcosa fuori, probabilmente in una vicina pizzeria che aveva nel menù sicuramente le melanzane all’olio. Ai tempi, il pagamento con carte era molto meno frequente,  gli scontrini si facevano solo nei momenti di afflusso intenso, molto meno di sera tardi, pertanto può non esservi traccia.

Tamara e Diego si allontanarono dalla madre condannata, nonostante avessero allegramente fruito dello stile di vita con lei condiviso. Tamara intervenne in televisione, in un programma con Sandro Curzi e Franca Leosini, per diffidarli dal descrivere l’amato padre come strozzino o usuraio; sia lei che il fratello si opposero alla richiesta di grazia presentata da Luigia. Essi sono, a tutti gli effetti, gli eredi del patrimonio di Luciano Iacopi.

Carlo Cappelletti, oggi sessantenne, fu cercato dai giornalisti qualche anno fa, mentre svolgeva anche lui i servizi sostitutivi alla detenzione come netturbino nel suo paese, Norma, in provincia di Latina, dove ancora vivevano madre e fratelli. Non ha risposto alle domande, chiudendosi in un ostinato mutismo, ma si è sempre proclamato innocente benché gli stessi familiari, a suo tempo, lo spingessero a una confessione per attenuare la pena.

Carlo Cappelletti

Quanto a lei, la ex milf più appariscente della Versilia, dopo 26 anni fu ammessa ai benefici carcerari, accedendo ai servizi di  volontariato; conobbe un pensionato, volontario a sua volta nelle carceri, di otto anni più giovane e lo sposò, ma in fine vita ci dicono vivesse sola con due cagnolini, assistita a ore da un paio di badanti. Diego, di rado, andava a farle visita. E’ scomparsa ad Arezzo, il 14 gennaio 2019.

I dubbi sono tutti ancora integri. Dove sono finiti i principi “ in dubio pro reo” o “oltre ogni ragionevole dubbio”?

Su uno dei casi di “nera” più pacchiani e controversi del dopoguerra, questo è tutto.

Carmen Gueye

Carmen Gueye
Carmen Gueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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