Gli influencer guadagnano milioni con semplici reel o brevi video? Manco per sogno. E nell’epoca in cui l’influencer è diventato la nuova aspirazione lavorativa per tanti giovani, la notizia riportata da Sky TG24 che riprende un sondaggio intitolato “Voices of the Creator Economy 2025” realizzato da Kolsquare e NewtonX, mostra una realtà ben diversa.
Secondo il report, basato sulle risposte dirette dei creator europei, solo il 28% dei creator lavora a tempo pieno come influencer. Il resto? Fondamentalmente si tratta di un secondo lavoro, che però raramente riescono a garantire un reddito dignitoso.
Fin qui soltanto paroloni, ma è il dato economico quello che conta. E i dati, confermati anche da fonti indipendenti come Fashion Network e Performance Marketing World, sono incontrovertibili: una parte significativa dei creator europei — fino al 38% tra le donne — guadagna meno di 500 euro al mese. E tra gli uomini, sebbene vada leggermente meglio, il 23% non raggiunge comunque questa soglia.
Così, dietro i sfavillanti video di persone che vanno in vacanza, hanno prodotti di lusso o mangiano in posti d’eccellenza, si cela una realtà ben diversa, dove l’influencer non ha orari, non ha ferie, non ha tutele. E spesso non ha nemmeno uno stipendio vero.
La creator economy si fonda del resto su una logica piramidale: pochissimi in cima guadagnano cifre a sei zeri, mentre la base si accontenta — o finge di accontentarsi — di visibilità, prodotti gratis e qualche collaborazione incerta. È un’illusione collettiva alimentata da piattaforme, agenzie e una narrazione tossica: “se non guadagni, è colpa tua che non ti impegni abbastanza”.
In realtà, secondo lo stesso sondaggio, oltre il 60% dei creator dichiara di vivere stress e ansia legati al proprio ruolo, mentre quasi un terzo ha subito molestie digitali. Non esattamente l’eden dei nuovi lavori creativi.
Al contempo, i contenuti riproposti sono sempre gli stessi: basti pensare a quelli sketch relativi alla vita di coppia che, se una volta li facevano solo Sandra e Raimondo Vianello, ora vengono replicati da migliaia di aspiranti influencer, con contenuti sempre uguali, in un loop che arriva talvolta a essere tossico.
A leggere questi dati, vengono in mente anche le parole pronunciate da Papa Leone XIV, che in un recente discorso ha voluto rivolgersi anche al mondo cattolico presente online. La sua raccomandazione è chiara: ovvero un cattolico non deve usare la fede per costruirsi un personaggio. E non si tratta soltanto di un ammonimento morale, ma di un rilievo molto concreto.
Se, come dimostra il sondaggio, la maggior parte degli influencer non guadagna abbastanza da vivere, allora è ancora più illusorio sacrificare i propri principi in cambio di un successo effimero. Non ha senso inseguire l’algoritmo, piegarsi a logiche d’intrattenimento che nulla hanno a che vedere con il proprio credo o valore personale, per ottenere ciò che in fondo non arriva nemmeno in termini economici. Il risultato è spesso un contenuto indistinto, uguale a mille altri, pronto per piacere a tutti e lasciare il vuoto.
In questo senso, il Papa non dice qualcosa di distante dal dato sociologico, ma lo interpreta: se non c’è un motore etico a guidare il messaggio, il motore economico da solo non basta. Anzi: si inceppa.
Un po’ è questo il mondo verso cui si dirigono i social. Non mancano polemiche legate ai social che interessano le offerte di lavoro, ormai ridotti a posti di autocelebrazione o a proposte lavorative che in molti non ritengono nemmeno reali, perché il mercato italiano è diverso da quello statunitense. Lo stesso vale per altri social, che dal mostrare foto della propria vita sono diventati canali di televendita, dato che ormai si posta sempre meno: basti pensare alla tendenza dei millennial a non pubblicare più foto, se non stories temporanee.
M.S.

