Ottant’anni fa, un lampo bianco cancellò una città. Era il 6 agosto 1945 e in pochi secondi Hiroshima non esisteva più; tre giorni dopo toccò a Nagasaki. Oggi, mentre leader politici e generali tornano a evocare con disinvoltura l’“opzione atomica”, dovremmo fermarci e ricordare che quelle bombe – primitive rispetto a quelle di oggi – bastarono per annientare decine di migliaia di vite e segnare la condanna silenziosa di intere generazioni.
Sono trascorsi ottant’anni e tre generazioni dal giorno in cui il mondo scoprì l’era atomica al costo di due città annientate in pochi istanti, decine di migliaia di vite spazzate via e altre destinate a spegnersi lentamente, colpite dalle radiazioni.
Eppure oggi, quel monito sembra svanito. In Europa, dove si ricorda ossessivamente solo ciò che conviene al racconto dominante, Hiroshima e Nagasaki restano ai margini. In Giappone, la memoria resiste, ma altrove la tragedia è confinata nei libri di storia. E così, insieme alla memoria, muore anche la consapevolezza di cosa significhi una guerra termonucleare.
Hiroshima e Nagasaki furono l’apertura di un capitolo completamente nuovo nella storia umana: la possibilità di sterminare non solo un esercito, ma un popolo intero, condannando anche chi sarebbe nato dopo. Negli anni ’50 ci fu un entusiasmo ingenuo per “l’atomo amico”. Poi arrivò la paura, e negli anni ’80 il timore di una guerra nucleare tornò vivo persino nei film. Ma oggi? Oggi c’è un inquietante revival della retorica dell’atomica, come se fosse un’arma elegante, “risolutiva”, addirittura bella.
Gli Stati che la possiedono la definiscono “deterrente”, ma non esitano a brandirne la minaccia e c’è chi, nei palazzi della politica e nei talk televisivi, parla dell’“opzione atomica” con leggerezza, come se fosse una mossa di scacchi dimenticando che le bombe di Hiroshima e Nagasaki, pur infinitamente meno potenti di quelle odierne, furono sufficienti a cancellare città intere. Oggi un singolo ordigno potrebbe radere al suolo un’intera provincia ma, mentre nel 1945 gli ordigni atomici erano 3, oggi sono oltre 13 mila. Qui torna alla mente la celebre frase attribuita ad Einstein: ‘’L’uomo ha inventato la bomba atomica, ma nessun topo al mondo costruirebbe una trappola per topi’’.
Il rischio è proprio questo: perdere la percezione della distruzione perché quando si smette di avere paura, si smette di frenare la follia. Lo insegna non solo la storia militare, ma anche quella civile. Chernobyl fu la dimostrazione che persino l’uso “pacifico” dell’energia nucleare può trasformarsi in tragedia e quel reattore, ricordiamolo, aveva anche finalità militari.
Ricordare Hiroshima oggi non è un atto di retorica. È un atto di realismo perché se davvero si dimentica quel mattino di agosto, si dimentica che il futuro può svanire in un lampo. E non ci sarà nessuno a scriverne l’editoriale.
M.S.
