Amore criminale in catamarano: il caso Curina/De Cristofaro

Share

E’ il 1988, periodo torpido, di poche novità, che arriveranno clamorosamente già dall’anno successivo. L’estate verrà animata da due eventi di una certa risonanza: la morte di Enzo Ferrari, il 14 agosto; e la tragedia aerea di Ramstein , allorché le nostre frecce tricolori in esibizione, causa qualche tragica fatalità , si urtarono, provocando anche morti a terra (qui sorvoliamo su altre ipotesi al riguardo). I media pertanto si distraggono da un fatto di cronaca agghiacciante, che teneva banco da giugno.

Annarita Curina  è una pesarese di 34 anni di ottima famiglia, figlia dell’ex preside di un istituto superiore, ha un fratello e una sorella, si è laureata in lingue a Urbino e ha conseguito una specializzazione alla Sorbona;  sperava di lavorare in diplomazia, ma non ci è riuscita; dicono abbia alle spalle un divorzio. La sua unica grande passione è il mare. In passato, col fratello, lo ha già solcato con una barca da loro stessi costruita. Ha fatto la  restauratrice  e la hostess su alcuni yacht: in tale ultimo ruolo ha conosciuto Giorgio Guidi, proprietario di uno di questi panfili.

Aiutata dall’adorato padre ( che lei definiva “un grosso palo di quercia conficcato in una vasta palude”) decide di rilevare, per venti milioni di lire, la quota di proprietà del catamarano “Arx”, diventando socia di Guidi al 50%. La caratteristica di un catamarano è la tecnica di costruzione, basata su due scafi paralleli identici, uniti da un’ampia coperta orizzontale, che deriva dalla doppia canoa in uso alle Hawaii. Nei modelli derivati esiste ovviamente un piccolo motore ausiliario.

Curina porta l’imbarcazione da Corfù a Pesaro e la mette alla prova in una regata, durante la quale la nota un partecipante, un farmacista esperto di questi gingillini: sarà lui a riconoscere l’Arx ormeggiato in Sicilia, scatterà una foto e contribuirà alla soluzione del caso.

La sua prima partenza è prevista il 15 giugno con l’amico Stefano Bersani, è tutto pronto.

A questo punto, per ricostruire, bisogna far affidamento molto sulle dichiarazioni di Filippo “Pippo” De Cristofaro, coetaneo di Annarita, che non sono le più affidabili, su indagini ufficiali e ipotesi probabilistiche.

Pugliese di nascita, milanese di adozione, anche se quando parla mostra un leggero accento romagnolo, a 14 anni Filippo aveva perso il padre, rimanendo con mamma e cinque sorelle, un clan femminile che lo adora. Molla gli studi, lavora, frequenta la parrocchia.

Il soggetto è pieno di risorse; bazzica molto la Romagna, da qui la sua cadenza, ed è forse lì che ha imparato i segreti della navigazione a vela e l’arte del ballo, e incontra la sua futura moglie, olandese. Lo ritroviamo infatti a Rotterdam, dove nasce una bambina e il matrimonio finisce ben presto. Detto fatto, lui si reiventa ballerino, insegnante di danza ( non si sa quale), coreografo e organizzatore di eventi teatrali; un bel giorno, tra gli allievi della scuola che gestisce con un amico del posto, si presenta Diane Beyer, una quattordicenne “rotterdammer”: è colpo di fulmine per entrambi, lei molla i genitori, la sorella maggiore e il fratello minore, per seguirlo. Secondo le future dichiarazioni di lui, la figliola è vessata dal papà alcolista e vive in un ambiente malsano. In verità, da notizie sopraggiunte, proprio la mentalità liberal e pragmatica tipicamente olandese, restia a inutili divieti, ha permesso loro di fruire di una certa tolleranza genitoriale, con la promessa di un futuro matrimonio.

Qui i problemi di esposizione dei fatti si complicano ulteriormente, poiché la storia narra che i due si sarebbero involati per la Nuova Caledonia: come? Con quali documenti di lei? Privi dell’autorizzazione dei genitori di una minorenne, senza che alcuno li fermasse? Le cronache riferiscono che la giovane esibisse solo una tessera scolastica…

Sia come sia, per la denuncia della famiglia della ragazzina,  si registra un ritorno in Olanda di lei. Lui soggiorna tra Rimini e Pesaro, fa il cameriere avventizio; prova a rubare dei natanti, alle Isole Tremiti, a Rimini e a Cesenatico. Nel primo caso viene beccato ( ma non si sa di processi), negli altri due si incaglia ( una volta darà la colpa alla Bayer, a cui avrebbe affidato il timone). Infine  acquista, nell’estate del 1987, con soldi prestati da una sorella,  una barca a vela e salpa per la Grecia, ma è costretto ad abbandonarla lasciando conti in sospeso al circolo nautico; torna in Grecia a dicembre, a Patrasso sottrae una barca a vela che abbandona qualche settimana dopo nei pressi di Catania (ma, si giustificherà, aveva avvisato il proprietario…). Già in questa occasione si era aggirato con Diane e l’ olandese Pieter Groenendijk.

I genitori Beyer intanto tengono d’occhio Diane, ma dura poco. Un giorno la giovinetta, in discoteca con la sorella, ne approfitta per fuggire col suo bello, rientrato clandestinamente ( su di lui pende un processo per truffa)e in pronta attesa fuori dal locale; a breve la coppia è sulla riviera romagnola: come trovi tutti questi appoggi, in che modo reperisca i danari, in qual maniera si infili di sguincio e di straforo il nostro Pippo, non è mai dato sapere precisamente. Si disse poi che lo foraggiavano madre, sorelle e zie: ma quanto dovevano dargli, per mantenerselo in giro per il mondo! Verrebbe invece da pensare a loschi traffici: quelli che forse aveva in mente all’incontro con Annarita.

A Rimini, sempre con Diane attaccata come una patella, o plagiata irrimediabilmente, si verifica un altro incontro di quelli sempre propizi all’avventuriero: Giorgio Guidi gli presenta Annarita, che ha in animo di andare alle Baleari con l’amico Stefano Bersani. Guidi pensa che, in tre “copiloti”, si andrà sul sicuro. La giovane donna sa il fatto suo e conosce qualche trucco per girare e ormeggiare senza chiedere troppi permessi. Va detto che Arx era abilitato a navigare solo entro la fascia delle 6 miglia e non  immatricolato; evidentemente Filippo sembra un buon marinaio, né ad Annarita fa specie che ad accompagnarlo sia una giovanissima (ora diciassettenne) che non spiccica una parola di italiano. Caso vuole che Bersani non salirà con loro: lo ha convinto De Cristofaro, che preme per partire il 10 e recuperarlo il 15 più oltre,  o è lui che pospone? Non è chiaro. Non importa, si parte lo stesso: Pippo e la sua morosa non hanno programmi (dirà lui).

Subito Pippo ( sempre parole sue) si accorge che qualcosa non funziona nel timone; la Curina si immerge e pulisce l’apparato sottostante, ingrippato dalle alghe; risalita a bordo, si cambia all’uso dei lupi di mare, senza formalità: si leva la maglietta bagnata, per mettersene un’altra (perché?, si era tuffata vestita?, strano), rimanendo per qualche secondo in topless. La situazione fa scattare la gelosia della piccola Beyer, già alterata dal fatto che, parlando in italiano, gli altri la tagliano fuori; che le affidino compiti da mozzo e cuciniere, in cui si mostra imbranata; insomma, che da first lady sia diventata quasi una sguattera, soppiantata dalla “capitana” e da Filippo che la coadiuva nella conduzione del mezzo.

Non sono trascorse ventiquattr’ ore, che già l’atmosfera si è surriscaldata e Diane ha studiato un piano diabolico (attenzione, stiamo sempre seguendo la Pippo version): offre un caffè ai quei due che sembrano ignorarla, ma in quello di Annarita versa un mare di Valium ( perché ci fosse e per chi, non si spiega); la skipper, che ha avvertito un gusto strano, ne beve poco e annuncia che andrà a riposarsi, per dare il cambio a Filippo verso le tre di notte ma, una volta in branda, il farmaco fa presto effetto e lei cade in un sonno profondo, quasi comatoso; l’olandesina accoltella la “rivale”  e torna su impugnando l’arma bianca ancora gocciolante del sangue della povera Curina. In realtà a bordo c’è anche un machete introdotto da Pippo di nascosto in precedenza, certo non una tipica attrezzatura nautica.

Filippo è già alle prese con un critico frangente marino: i venti cambiano con frequenza, c’è troppa vela, rischia i trenta gradi con vibrazioni pericolose, avrebbe bisogno d’aiuto: invece si ritrova con la fidanzatina piangente che confessa l’accaduto; abbandona il timone, scende e verifica che la donna se n’è andata, irrimediabilmente. Che fare? Restare vivi, poi si vedrà, è la regola, quindi innanzitutto tornare su e raddrizzare il natante, e poi? Vorrà per caso buttare l’innamorata nelle braccia della Polizia, circostanza da scongiurare anche per lui, che dovrebbe giustificare tante cose? Detto fatto, si incarta la vittima in una coperta e la si getta in mare, ma il corpo galleggia e altre barche transitano: si recupera la salma, la si zavorra con un’ancora di 17 chili, si ributta in un tratto con l’acqua bassa, non c’è tempo da perdere. Filippo raschia  la scritta Arx e, sul lato di poppa, scrive con lettere adesive “Fly II”, poi dirige verso Ancona, dove fa una lunga telefonata a Pieter Groenendijk, invitato a unirsi a loro col suo cane. Portarsi un animale in barca è già atto da preparare con cura; su un catamarano, visto il risicato spazio, è ancor più disagevole. Pieter si imbarca a Porto San Giorgio. Si compiono le operazioni di routine con dati falsi, si fa il pieno, poi rotta verso il sud: a Santa Maria di Leuca un’amico della Curina fa per accostarsi e salutare ( tra navigatori ci si riconosce e si saluta), ma il ribattezzato “Fly II” si allontana. A casa dei genitori di Annarita giungono alcune chiamate rassicuranti, ma a parlare non è lei e sembra cada subito la linea. Nel frattempo Bersani non ha trovato gli amici nel luogo prefissato, ma non si allarma e pensa che si rivedranno alle Baleari. Questo è un punto oscuro mai spiegato.

Il trio attracca a San Vito Lo Capo, dove appunto viene notato dall’amico farmacista di Annarita, ma in generale i tre amici non passano inosservati, è un gruppo che fa strano. Alle Egadi dei turisti milanesi notano i due uomini passeggiare nudi e abbracciati e la ragazza indietro con il cane.

Il 28 giugno l’equipaggio di un peschereccio, con la rete a strascico, intercetta il cadavere della Curina, ma i nostri tre stanno veleggiando verso la Tunisia e lo leggeranno qualche giorno dopo su un giornale italiano. A quel punto si opta per una fuga verso l’Atlantico, ma le correnti sulle coste marocchine verso Gibilterra li ricacciano indietro, a Raf Raf, nuovamente in Tunisia. Qui si tenta una fuga a cavallo, ma il povero cane, che deve correre, si brucia le zampe e li costringe a una pausa, finché, finalmente, grazie all’Interpol, i fuggitivi vengono arrestati.

Diane Beyer viene condannata, dal tribunale dei minori, a sei anni: considerata “una detenuta modello”, nel carcere di Firenze frequenta corsi e partecipa ad attività sociali, ottenendo due anni di condono della pena detentiva. In libertà vigilata dal marzo 1990, torna in Olanda nel dicembre dell’anno seguente. Pare abbia poi messo su famiglia.

La pronta esclusione di Pieter da qualche grave coinvolgimento suscita qualche perplessità. L’uomo affiancava Diane in Olanda e fiancheggiava le sue imprese con Pippo; una volta imbarcato, apprende subito l’accaduto, ma non fiata, non denuncia e partecipa ai raggiri e alla fuga; ed è pur sempre un adulto con una ragazzina, esattamente come De Cristofaro. Prende tre anni per furto, ma sparisce dai radar.

Ben più corposa e contorta è la storia successiva di Filippo. Per difendersi egli punta su alcune argomentazioni: ha avuto molte occasioni per rubare l’Arx e non lo ha fatto; era previsto l’arrivo di Bersani che, non vedendoli, poteva dare l’allarme; Diane si è prontamente autoaccusata del delitto ma, una volta incontrati i genitori e gli avvocati, ha cambiato versione perché ha capito che, da minore, l’avrebbe passata liscia.

In primo grado gli diedero trent’anni esclusa la premeditazione e riconoscendo una corresponsabilità di Diane, in seguito lo condanneranno anche per detenzione illegale d’armi. Nel 1990 Pippo avrebbe progettato un’evasione, scoperta, con suo successivo trasferimento dal carcere di Ancona a quello di Cuneo.

In appello, però, la corte sarà più severa, gli addebiterà l’esclusiva del delitto e la premeditazione: ergastolo, confermato in Cassazione. Si stabilisce che è stato lui a organizzare l’omicidio, stordendo la skipper e finendola a colpi di machete.

Il nostro sembra rassegnarsi; studia informatica, diventa programmatore e si fa intervistare in una vecchia puntata di “Storie maledette”, davanti a una Leosini meno irriverente di quanto diventerà in seguito; o forse anche lei irretita da quell’uomo facondo, lucido , che ribadisce la sua verità: omicidio femminile per gelosia, da lui coperto per amore verso la sua ragazza.

Sembrava finita così, in attesa dei permessi che un giorno sarebbero stati concessi anche a De Cristofaro, ma lui non demorde. Il 6 luglio del 2007, durante un permesso premio, evade dal carcere di Opera (Milano); venne viene catturato il mese successivo ad Utrecht, in Olanda, dalla Polizia locale, in esecuzione di un ordine di carcerazione della Procura Generale presso la Corte di Appello di Ancona. Voleva incontrare di nuovo Diane: l’ ama ancora? O, come avrà a sostenere lei, la cercava per desiderio di vendetta?

Il 5 novembre 2007  Filippo viene estradato da Amsterdam e portato prima al carcere romano di Rebibbia ed in seguito a quello di Porto Azzurro, sull’Isola d’Elba, dal quale evade una seconda volta, il 21 aprile 2014, durante un permesso premio di tre giorni nel periodo pasquale.

Il signor Andrea Bertone era appena salito sul treno, in viaggio verso Lisbona. Pizzetto, baffi, capelli corti. E un abbigliamento da turista da spiaggia: maglietta a fiori, scarpe da tennis e un paio di pantaloncini corti. Quando lo hanno fermato si è dimostrato stupito: «Non sono io la persona che cercate». Diceva, documenti alla mano, di essere appunto il signor Bertone. E per dimostrarlo mostrava sicuro un passaporto, una carta d’identità e pure la patente nautica. Certo, aveva con sé 5900 euro in contanti, cosa non proprio consueta, ma può succedere. Solo che si narra che pure le scarpe fossero quelle di quando scappò. E infatti, alla fine, è scoppiato a ridere. Una risata liberatoria e nervosa: «E si è anche complimentato con i poliziotti» ricorderà il capo della squadra mobile di Ancona Virgilio Russo.

Perché lui è in realtà Filippo De Cristofaro, detto Pippo, evaso durante un permesso premio a Portoferraio il 21 aprile 2014. Per la seconda volta. Sette anni prima se n’era andato da Opera, venendo ripescato a Utrecht un mese più tardi, non distante da dove vive Diana Beyer…Per acciuffarlo è stato necessario il coordinamento della polizia di Ancona, dello Sco, di Eurojust e degli agenti speciali del Portogallo.

Ora sappiamo che a tradirlo, come spesso accade, è stata però la tecnologia. Più precisamente una chat con un ex compagno di cella albanese. Individuato l’Ip della chiamata, è stato facile identificare intanto il Paese in cui si nascondeva. Da lì sono partite le intercettazioni, in una delle quali Pippo sosteneva di voler vivere “da ricco”. Aveva un progetto: commerciare diamanti nel cuore dell’Africa. Non è ancora chiaro se fosse solo un sogno. Di certo si sentiva sicuro anche quando è arrivato alla stazione di Sintra, ignorando che la polizia stesse controllando tutte le telecamere di sicurezza della zona” gqitalia.it –  Edoardo Montolli – 24 maggio 2016

De Cristofaro scompare nuovamente nell’ottobre 2016; l’Autorità giudiziaria portoghese non avrebbe concesso l’estradizione, in quanto quel paese non la ammette in caso di ergastolo, pena esclusa dall’ordinamento lusitano per motivi umanitari; Pippo, scarcerato, si rende irreperibile.

Il rimpallo di responsabilità diventa imbarazzante: si parla di fax non pervenuti, di scadenze non rispettate, ma intanto Pippo è ancora in giro per il mondo, o magari si aggira in incognito per i Paesi Bassi, sperando di incontrare la sua vecchia fiamma.

Forse tra i due c’è stato davvero amore, amour fou, folie à deux, attrazione fatale; di certo sono diventati una cosiddetta coppia diabolica.

Lo scopo di uomini di un certo tipo è quello di vivere di espedienti e il passato di Filippo lo dimostra; le barche allora, erano molto utili per contrabbando, traffico di droga, trasporto di clandestini, di armi e quant’altro venisse in mente e i controlli non erano organizzati come ora.

Annarita, disattenta nel rispettare le regole nautiche e fidente nel destino, è andata incontro a quello peggiore che poteva capitarle.

Carmen Gueye

Carmen Gueye
Carmen Gueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

Leggi anche

Ultime notizie