Mentre il mainstream celebra Meloni come l’eroina della pace, dimentica che la destra sociale — quella vera — aveva già tracciato la rotta: cessate il fuoco, neutralità e trattative. Chi rideva allora, oggi rincorre.
Giorni febbrili di dibattito, con titoloni che glorificano Giorgia Meloni come la risolutrice del conflitto ucraino. Sotto i riflettori, la destra liberale si presenta come ironica trionfatrice di questa storia. Ma chi ha perso davvero? L’Europa: più povera, più soggetta, più spaccata. Con ogni probabilità, abbiamo consegnato la nostra autonomia sull’altare del dogma atlantista.
Vale dunque la pena tornare indietro nel tempo, a settembre 2022. Allora, mentre ancora si agitavano le bandiere della guerra totale, nel silenzio opposto a qualsiasi visibilità, la destra sociale lanciava il suo Manifesto per fermare la guerra, accompagnato dai quindici punti che delineavano una politica diversa. Non era filorussismo: era lucidità politica, era tutela dell’Italia. L’unica voce capace di opporsi all’idea che la nostra patria fosse ridotta a pedina nella scacchiera USA-NATO.
Negli stessi mesi in cui si brandivano slogan guerrafondai, la destra sociale chiedeva un cessate il fuoco immediato, non in segno di resa ma per fermare l’inutile carneficina. Parlava di neutralità attiva, non di neutralismo arrendevole, e invocava una conferenza europea per la pace sul modello di Helsinki, per restituire al continente la sua centralità geopolitica.
Oggi è evidente che quelle proposte non erano impossibili, non erano anacronistiche: erano semplicemente pragmatiche. Gli eserciti si sono impantanati, l’Ucraina non riconquisterà i territori perduti, le sanzioni hanno fiaccato più l’economia europea che l’oligarchia russa. Il mainstream preferisce non affrontare il fatto che la destra sociale aveva già messo sul tavolo delle proposte concrete tre anni fa.
Il successo politico di Meloni ha avuto il suo prezzo: l’Italia ha perso ogni spazio di autonomia, si è incatenata ai diktat atlantici, ha sacrificato risorse e indipendenza sull’altare del consenso internazionale. Solo applausi esterni, ma a quale costo per noi? Nulla di sorprendente: esiste da sempre una destra filoatlantica, ben diversa da quella sociale che ha sempre cercato una terza via.
E poi c’è il caso Salvini: avrebbe potuto incarnare una voce alternativa, una possibilità concreta di autonomia, ma le sue ambiguità e retromarce del 2022 hanno spazzato via ogni coerenza. La ricerca di follower ha vinto sulla politica.
Se vogliamo dirla tutta: chi oggi inneggia alla pace lo fa con tre anni di ritardo. Chi non si piega al pensiero unico e difende l’interesse nazionale — la destra sociale — quella sì che aveva visto giusto. Alla prova dei fatti, non era utopia, ma politica.
Raimondo Frau
