Al Meeting di Rimini persino Mario Draghi ha deciso di commentare, in negativo, quanto sta riguardando l’Unione Europea, ovvero che l’Europa non ha perso i suoi valori ma ha perso la capacità di difenderli. Due soprattutto le situazioni critiche: l’Ucraina e Gaza. Lo ha fatto lanciando il concetto che non serva più l’Unione-arbitro delle regole, serve l’Unione-giocatore delle decisioni. Sul punto un pò tutti si sono spaccati: certo è che restano i fatti. Il Mondo e l’Europa, così come ha ricordato anche Draghi, sono cambiati e quello che può essere l’Eurosovranismo visionario di Draghi è un qualcosa che nei fatti tutti possono pensare dopo tutto quanto sta succedendo in questi mesi.
Così Draghi parla da eurosovranista, cioè da chi immagina una sovranità europea utile, capace di scegliere su energia, difesa e tecnologie, e nel farlo dichiara chiuso un ciclo che lui stesso ha incarnato: la stagione delle regole come surrogato della politica, l’idea che i mercati e le autorità indipendenti bastassero a guidare la storia. Qui sta il primo chiaroscuro: il tecnico che ha alimentato un’architettura oggi ne certifica l’insufficienza. È un’incoerenza? Forse, ma nei fatti è anche un segnale di intelligenza perchè ammettere che un percorso ormai non è più sufficiente significa anche capacità di critica, anche verso se stessi.
L’eurosovranismo di Draghi non promette salvezze facili: è un salto di scala. Se il livello nazionale non ha più massa critica, la sovranità o si condivide per diventare effettiva o resta parola d’archivio. Il vecchio sovranismo di bandiera consola ma non protegge; quello europeo prova a costruire strumenti. Per questo Draghi invoca un mercato interno che torni davvero unico, senza i dazi invisibili di norme e procedure che rallentano appalti e spese strategiche. Chiede una politica industriale con capitali e governance comuni, perché micro-progetti nazionali non reggono la concorrenza di impianti da decine di miliardi. Pretende che la difesa smetta di essere un mosaico di gelosie e diventi catena di fornitura europea; e azzarda la parola indicibile per i sacerdoti del pareggio ad ogni costo: debito buono, stabile, finalizzato a reti, chip, ricerca, capacità produttiva. Non è poesia federalista, è aritmetica geopolitica.
Un discorso forte ma che non è sufficiente. Serve infatti dare garanzie serie alla classe media che è presente da Malta sino a praticamente alla Lapponia, una classe media che su molti aspetti è simile a quella americana che vede a maggioranza in Trump una figura di riferimento con la sua visione del MAGA.
E sembra un pò una volontà di strizzare l’occhio a quel Macron, che per anni sostiene la la souveraineté européenne e presto uscirà dall’Eliseo lasciando però quell’agenda al centro del dibattito e anche del suo destino politico data la giovane età del Presidente francese e forse la sua voglia di non finire come Sarkozy o come un giovane pensionato.
In fin dei conti vi sono anche persone che devono aprire la strada per altri, scardinare istituzioni che sono ormai anacronistiche e che necessitano di riforme tali da dare un senso maggiore all’Unione europea, rapportandosi anche con una popolazione che certamente si sente italiana, ma sempre di più europea perchè le barriere linguistiche, le distanze e le differenze stanno sempre più venendo meno. Il cambiamento passa anche per le istituzioni, sempre con la speranza che a guidarle non sia tra pochi anni uno come Macron. L’unica illusione è che peggio di Ursula non possa fare.


