Sovranità digitale europea: Qwant è solo l’inizio?

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La sovranità digitale europea sta finalmente passando dalle parole ai fatti? È probabilmente troppo presto per dirlo. Ma non si può negare che le decisioni assunte negli ultimi mesi comincino a indicare un cambiamento di direzione.

Dal 4 giugno 2026 il Parlamento europeo ha impostato Qwant come motore di ricerca predefinito sui browser Edge e Firefox utilizzati all’interno degli uffici. La modifica riguarda concretamente Edge e Firefox, mentre Google rimane selezionabile. L’abbandono è quindi soprattutto simbolico. Ma il simbolo ha un significato preciso. Finalmente una delle principali istituzioni comunitarie ha scelto di privilegiare esplicitamente un servizio europeo nel tentativo di ridurre la propria dipendenza dagli strumenti digitali extra-UE.

Nello stesso giorno, la Commissione europea ha presentato il nuovo pacchetto sulla sovranità tecnologica, dedicato a semiconduttori, intelligenza artificiale, cloud e software open source. L’obiettivo dichiarato è ampliare la disponibilità di tecnologie europee e aumentare il loro utilizzo nelle imprese e nelle pubbliche amministrazioni.

Segnali ancora piccoli, ma che mettono finalmente a fuoco un problema rimasto per troppo tempo sullo sfondo: mai come oggi poche imprese tecnologiche straniere hanno avuto la possibilità di condizionare in maniera tanto profonda il funzionamento di un intero continente.

Il punto non è che le tecnologie statunitensi siano necessariamente peggiori o meno sicure. Al contrario, spesso hanno conquistato il mercato proprio perché innovative, efficienti e facili da utilizzare. Il problema nasce quando non esistono alternative e la libertà di scegliere diventa soltanto teorica, con conseguenze geopolitiche tutt’altro che trascurabili.

Oggi in Europa si scrivono documenti con Microsoft 365, si effettuano ricerche con Google, si conservano dati sui cloud di Amazon, Microsoft e Google, si utilizzano smartphone controllati dagli ecosistemi Android e Apple e si sviluppano applicazioni di intelligenza artificiale attraverso infrastrutture e processori in larga parte statunitensi.

Uno studio richiesto dalla commissione Industria del Parlamento europeo ha fotografato una situazione difficilmente equivocabile: Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud controllano circa il 70 per cento del mercato europeo delle infrastrutture cloud, mentre quasi l’80 per cento della spesa europea delle imprese per software e servizi cloud finisce a fornitori statunitensi. Android e iOS occupano sostanzialmente l’intero mercato dei sistemi operativi mobili, mentre Google supera l’89 per cento nelle ricerche online.

Alla dimensione economica si aggiunge ormai quella politica. Quando dati pubblici, comunicazioni istituzionali, infrastrutture sanitarie e servizi essenziali dipendono da software sviluppati e aggiornati altrove, la dipendenza diventa inevitabilmente anche politica.

La lingua inglese può certamente rappresentare uno standard internazionale naturale per il mondo tecnologico. Ma il problema non è la lingua utilizzata dai programmi. È il fatto che quasi tutti i principali sistemi attraverso i quali gli europei producono, conservano e scambiano informazioni siano controllati da aziende che hanno sede, interessi e centri decisionali fuori dall’Unione.

Dopo trent’anni di Internet commerciale, la dipendenza non riguarda più soltanto alcuni prodotti: interessa l’intero ambiente nel quale lavorano cittadini, imprese e istituzioni, come riconosce anche il rapporto europeo sullo stato del Decennio digitale. Il rapporto della Commissione richiama espressamente la dipendenza europea da fornitori esterni nei settori del cloud, dell’intelligenza artificiale, dei semiconduttori e delle infrastrutture quantistiche.

Per molto tempo Bruxelles ha risposto soprattutto con le regole. Il Digital Markets Act, il Digital Services Act e la normativa europea sull’intelligenza artificiale cercano di limitare gli abusi e imporre condizioni più rigorose ai grandi operatori.

Ma regolamentare le imprese americane non significa costruire concorrenti europei. L’Unione può imporre obblighi a Microsoft e Google, ma continua ad avere bisogno dei loro programmi. Può sanzionare una piattaforma, senza per questo disporre di un servizio alternativo capace di sostituirla.

Alcuni Paesi stanno però cominciando a cambiare approccio. In Francia Visio, la piattaforma pubblica di videoconferenza sviluppata dalla Direzione interministeriale del digitale, conta già 40 mila utenti abituali ed è in corso di distribuzione a 200 mila dipendenti pubblici, con l’obiettivo di estenderla entro il 2027 a tutti i servizi dello Stato. Il Governo francese ha inoltre chiesto ai ministeri di predisporre piani specifici per ridurre le dipendenze straniere nei programmi da ufficio, nell’intelligenza artificiale, nelle banche dati, negli antivirus e nelle apparecchiature di rete.

Nello Schleswig-Holstein LibreOffice è ormai lo standard in quasi l’80 per cento delle postazioni amministrative. Il Land ha inoltre trasferito circa 44 mila caselle di posta elettronica a Open-Xchange e stima di avere già risparmiato oltre 15 milioni di euro in licenze.

Su questa strada, la scelta di Qwant acquista un significato che va oltre la barra di ricerca. La sovranità informatica non consiste nell’espellere tutto ciò che è americano, né nell’imporre per legge l’utilizzo di prodotti europei peggiori. Significa finanziare, costruire e soprattutto utilizzare alternative sufficientemente solide da impedire che un’intera amministrazione resti prigioniera di un unico fornitore.

Il vero salto di qualità arriverà quando l’Europa smetterà di limitarsi a imporre regole alle tecnologie create dagli altri e comincerà a orientare investimenti e acquisti pubblici verso quelle prodotte al proprio interno.

Qwant non cambierà da solo gli equilibri tecnologici mondiali. Ma potrebbe rappresentare un piccolo passo più importante di molte solenni dichiarazioni: non limitarsi a parlare di autonomia, ma cominciare concretamente a scegliere europeo.

giorgiocegnolli
giorgiocegnolli
Spirito polemico e indipendente, non cerca consensi facili né amicizie di circostanza. La politica resta la sua più grande passione.

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