Juan Carlos, il sovrano scaricato

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Giugno 1994. Madrid è la capitale di una nazione ancora sotto attacco di forze centrifughe e autonomiste che si agitano dalle Baleari alle Canarie fino all’Andalusia, ma soprattutto del gruppo terroristico ETA, nato come movimento marxista-leninista, che dice di puntare, con metodi violenti, all’indipendenza dei paesi Baschi. In arrivo al polveroso aeroporto di Barrancas, si veniva accolti da gigantografie dei terroristi più ricercati.

All’arena “Las Ventas” , la monumentale plaza de toros madrilena color del bronzo, la stagione delle corride è iniziata da un pezzo; tra il pubblico dei posti “a la sombra” riservati, si trova bella gente della buona società. Aleggia il fantasma di Hemingway e noi ci siamo già sciroppati tutti i suoi libri, compresi quelli in cui descrive, con la sua magistrale pedanteria, tutte le fasi dell’ antica arte della tauromachia: che poi forse tanto antica non è potendo datarsi, nella penisola iberica e sue colonie, al diciottesimo secolo, mentre secondo alcuni la praticavano già gli Etruschi. Grazie a Ernst conosciamo nomi di “espada” storici, come Joselito e Juan Belmonte; grazie alle cronache rosa ne abbiamo appresi altri, come quello di Luis Dominguin, già marito dell’attrice italiana Lucia Bosé e padre del cantante Miguel. Molti hanno lasciato le penne sulla sabbia dopo qualche cornata, come l’affascinante andaluso Francisco Rivera “ Paquirri”, morto nel 1984 con riprese in diretta della sua agonia in una struttura mal servita medicalmente, a sua volta genero di un famoso collega, Antonio Ordonez. All’epoca si stimava che il business delle corride rappresentasse l’1,5 per cento del PIL della nazione.

Quando, a las cinqo de la tarde, tutto è pronto, inizia a serpeggiare un sussurro collettivo: el rey, el rey! Sì, è proprio lui, Juan Carlos Alfonso Víctor María de Borbón y Borbón-Dos Sicilias, in tutto il suo fulgore, la statura, l’eleganza e la sconvolgente somiglianza con il suo avo Filippo IV, ritratto giovane da Diego Velasquez in un dipinto esposto al museo del Prado, con quei capelli color biondo Borbone.

I matador fanno il giro d’onore con particolare ossequio al sovrano e a sua madre, Maria Mercedes Borbone delle due Sicilie, sistemata in torretta, con ventaglione d’ordinanza e un incessante tremore, che non le impedisce di presenziare all’amata competizione.

La complicata storia di quel paese aveva fatto sì che nel giro di nemmeno un secolo, da monarchia ( e che stirpe, che trascorsi! Ne sappiamo qualcosa in Italia) esso fosse divenuto la prima repubblica (1873 /1874), per poi tornare monarchia, poi seconda repubblica (1931/1939) sotto Francisco Franco, che  nel 1947 rimise in sella il re, sotto la propria reggenza. I figli maggiori di Alfonso XIII, virtuali aspiranti al trono, vi rinunciarono   per vari motivi, e si passò al conte di Barcellona, padre e cinghia di trasmissione di Juan Carlos.

Chi era Franco?

Nato in Galizia nel 1892,  dicono di origini  marrane ( ebrei sefarditi convertiti cattolici), Francisco, provvisto di una sfilza di nomi che tralasciamo, si buttò decisamente nella carriera militare, con cui la famiglia aveva dimestichezza; ci riuscì nonostante l’esile corporatura e subito anelò al servizio in Africa, venendo accontentato: destinazione Marocco.

Il padre poco ne apprezzava l’indole riservata e chiusa, a differenza degli altri maschi di famiglia, apparentemente più ardimentosi e ambiziosi (qualità apprezzatissime nella Spagna di allora).

Il piccolo ufficiale dimostrò invece coraggio, anche nella Legione straniera spagnola, resistendo a combattimenti e ferite, a suo agio nelle schermaglia sui terreni accidentati, sopportando lo scherno dei commilitoni per la sua costituzione smilza e la bassa statura: diventò il generale più giovane d’Europa.

E’ di questo periodo una diceria secondo la quale sarebbe divenuto sterile a causa di una ferita ai genitali; tuttavia si sposerà con donna Carmen e ne avrà una figlia.

Franco venerava la disciplina e la vita militare, che considerava decisamente il destino migliore per un uomo. Dichiarava di avere a cuore, prima di ogni altra cosa, il futuro dell’amata Spagna. Ufficialmente si schierò con il più rigido cattolicesimo, avversava la massoneria, la politica politicante e le idee liberali, propugnava il patriottismo; non era certamente un tipo tollerante e spiritoso. Non lo si vedeva spesso ridere, teneva alle buone condizioni dei soldati come alla loro dignità e si attivò per i cosiddetti Tribunali dell’onore. La sua strategia era quella del cunctator.

Questi valori sono stati irrisi nei decenni a venire ma, almeno per lui, hanno prodotto il rispetto di chi lo circondava, anzi il timore per la sua severità. Non stimava il dittatore Rivera che lo aveva preceduto e ne contestò i metodi bellici utilizzati in Africa.

Il capitolo della guerra civile spagnola (1936/1939) è complesso, fronteggiandosi più forze in campo: repubblicani, popolari e le falangi  ribelli di Franco, che avranno la meglio, con un’azione partita dalle Canarie. Saranno necessari tre anni per assumere la piena dittatura. Infine Francisco prese il potere, tenendolo con mano ferma fino alla morte.

Franco rappresentava bene la natura malinconica e orgogliosa della Spagna di allora, un ex potenza imperiale decaduta, austera, legata ai suoi vecchi riti, che non si mescolerà con le angosce della seconda guerra mondiale. La Spagna in genere non ama i conflitti internazionali, storicamente scatena qualche opposizione solo per una personale supremazia, come le schermaglie col Marocco per Ceuta, Melilla e Perjil. In più, voci mai smentite parlano di finanziamenti colossali da parte della Gran Bretagna per non entrare in guerra.

Nel dopoguerra egli solidificò il potere e intraprese moderatissime riforme. Amava la “fiesta brava”: invitava a pranzo celebri matador come El Cordobés, la cui famiglia era stata una delle tante travolte dalla guerra civile.

Nel libro “Alle cinque della sera” gli ottimi Dominique La Pierre e Larry  Collins, nel raccontare la biografia di Manuel Benitez detto El Cordobes, nato nel 1936 nello sperduto villaggio andaluso  di Palma del Rio, nella provincia di Cordoba, disegnano l’affresco di una nazione miserabile e smarrita dopo i fasti coloniali.

A Franco le polemiche sul suo operato poco interessavano, al paragone del suo orgoglio, cioè aver conservato  un’immagine del paese che rimarrà intonsa per decenni, disegnando quadri di memoria: le sterminate distese iberiche,  solcate da qualche illustre corso d’acqua,  punteggiate da magioni da cui escono sussiegose donne manterilla e o  caballeros, al suono del flamenco.

Franco era il baluardo che tutto proteggeva, impedendo l’eccessiva modernità, come anche le invasioni poco gradite, o l’americanizzazione selvaggia toccata in sorte per esempio all’Italia; e pazienza se qualche illustre come Pablo Picasso aveva preferito esiliarsi in Francia.

Forte, sotto il suo regime, fu l’influenza dell’Opus Dei, da cui provenivano suoi ministri; d’altronde il fondatore Escrivà de Balaguer era spagnolo – morirà nello stesso anno del dittatore, verrà beatificato nel 1992.

Nel frattempo il caudillo decise che, alla sua morte, sarebbe tornata la monarchia; ed è da allora che inizia la nuova Spagna.

Il caudillo, che distribuiva anche i titoli aristocratici, annunciò che il suo delfino sarebbe stato Juan Carlos, tenuto alla cavezza dallo spauracchio della concorrenza con l’ altro ramo dinastico, nella persona di Alfonso di Borbone Dampierre; questi era sposato con la nipote di Franco, pretendente anche al virtuale trono francese, per quelle scaramucce nobiliari fuori dalla nostra portata, che leggiamo sui libri di storia.

Morto nel 1975, dopo una lunga agonia, venerato come santo da una chiesa scismatica, Franco non venne subito sconfessato dal neo nominato re, Juan Carlos di Borbone.

Juan Carlos I è nato a Roma nel 1938, dove la sua famiglia si trovava in attesa di tempi migliori; peraltro il ragazzino vi soggiornò poco, per passare in Svizzera. Allevato militarmente, nel 1962 fece un matrimonio tradizionale con Sofia di Grecia, di una casa reale in fuga dalla dittatura dei colonnelli, nel 1970: una dinastia  nemmeno greca d’origine, ma installata praticamente d’ufficio sul trono, dopo una convention di superpotenze monarchiche alla conferenza di Londra, nel 1832.

Il perché della scelta di Juan Carlos aveva delle motivazioni ufficiali che non hanno mai convinto gli storici e trovano radice in scelte di politica internazionali e alleanze il Regno Unito. Tali deliberazioni non piacevano all’ala tradizionalista, che organizzò una specie di golpe. Il 23 febbraio 1981 il colonnello Antonio Tejero Molina, supportato da falangi della Guardia Civil, entrò, arma in mano, al congresso dei deputati (Las Cortes) e tentò un golpe in parlamento. Da anni il paese era in crisi e in quei giorni si doveva votare la fiducia al candidato premier Calvo Sotelo, che non la ottenne una prima volta; alla seconda convocazione, si verificò l’irruzione militare.

Il re prese una posizione netta e sventò il piano. Da allora nacque la reputazione di eroico sovrano democratico attribuita a Juan Carlos, particolarmente applaudito dal primo ministro inglese Margaret Tatcher e dal presidente italiano Sandro Pertini, che dimenticò la nomina da parte di un dittatore di destra. Gli USA di Reagan non si erano sbilanciati, limitandosi a un successivo comunicato di congratulazioni, abbastanza neutro.

L’autonomismo venne represso in nome della nuova democrazia; non mancarono i rigurgiti, come l’attentato a plaza de Oriente, Madrid, proprio del 1994 ( morì un alto militare),  l’omicidio del consigliere del PPE di Aznar, Miguel Angel Blanco, nel 1997, e altri ancora, ma ormai nel silenzio dei grandi media.

Ebbe così inizio l’ascesa della Spagna nella considerazione pubblica, con il suo ingresso in Europa del 1986 , pace fatta con il Regno Unito che impartisce le benedizioni e le maledizioni nel mondo, e tutto quel che sappiamo: un formidabile sviluppo dell’industria turistica e dell’edilizia ( responsabile della bolla immobiliare successiva, che tanti guai procurerà a quell’economia) e, di pari passo, la liberalizzazione dei costumi, che condurranno quel paese in alto nelle simpatie dei “liberal” del mondo ( è legale dal 2005 il matrimonio gay); e gli faranno superare in certi settori anche la nostra Italia, dove avevamo sempre considerato i cugini spagnoli con un filo di sufficienza, definendoli secondo biechi luoghi comuni ( comunque da loro ricambiati).

La gestione di Juan Carlos viene elogiata per anni e da più parti. Viene fuori l’immagine di una monarchia moderna, con i tre figli (infanta Elena, infanta Cristina e Felipe) in libera uscita matrimoniale, fama di don Giovanni del sovrano , immortalato nell’esercizio delle sue passioni veliche, e alternanze politiche tra il PSOE del solare Gonzalez e i popolari dell’arcigno Aznar, il progressista spinto Zapatero e il più severo Mariano Rajoy.

Tutto bene finché qualcosa si incrina. Un caso?

Juan Carlos si stanca di fingere un matrimonio di facciata e si fa beccare con l’amante ( e passi), ma addirittura a caccia grossa in Africa ( e questo ormai non è più possibile).

La figlia Cristina, sposa del prestante ex campione di pallamano basco Inaki Urdangarin, gli rimane accanto quando il consorte viene beccato con le mani nel sacco di una truffa finanziaria, di cui forse il real suocero sapeva senza denunciare. A quel punto urgeva un ricambio. Juan Carlos abdica nel 2014 e passa la mano al figlio Felipe; Cristina viene invitata ad allontanarsi da corte.

Felipe, oggi Filippo VI, che ha sposato la giornalista divorziata Letizia Ortiz, da cui ha avuto due figlie, ha accusato qualche grattacapo, all’inizio: per esempio  per la morte da overdose della sorella della neo moglie, nel 2007, ma è stato presto accettato dall’establishement che, invece, felpatamente, ha iniziato a mobbizzare il padre, fino a imporre l’abdicazione.

Come ha potuto accadere che un sovrano trendy e lodato all’inverosimile sia divenuto il nemico da combattere?

Iniziamo dal privato. Che i matrimoni dei regnanti siano stati combinati fino a pochi decenni fa, non è un mistero; e anche quando c’era una parvenza di libera scelta, come sembrò per Carlo d’Inghilterra e Diana, abbiamo visto com’è finita. Juan Carlos e Sofia appartengono alla vecchia generazione e hanno fatto, in un certo senso, il loro dovere.

Lui ha avuto figli fuori dal matrimonio? Sai che novità, in quella posizione. Non è stato né il primo né l’ultimo, ma solo contro di lui si scatenò una campagna di stampa senza precedenti, che vide al centro la nobildonna italoamericana, e giornalista, Olghina di Robilant, supposta madre di una bambina avuta da lui. La moglie Sofia non mangia carne e detesta la corrida, si dedica alla beneficenza, alle fondazioni, e tutto quel genere di attività del suo rango. I due avranno trovato un equilibrio e non si vede a chi potrebbe mai interessare. Per inciso, in una lista di circa 5000 amanti del sovrano, è stata inserita Raffaella Carrà, notoriamente innamorata della Spagna.

Una volta spodestato, l’ex re si vide arrivare addosso ogni genere di accusa, dalla frode fiscale a traffici sottobanco con i sauditi fino alle molestie sessuali, a cui fu sottratto dall’immunità che gli fu riconosciuta a posteriori e oggi non è più completa per i sovrani iberici; oltre a ciò furono rispolverate le sue attività venatorie, quasi come un crimine di guerra. Prendiamo atto che invece la casa reale inglese, per dirne una, è sottratta a ogni genere di giudizio qualunque cosa faccia ( o abbia fatto).

Fatti  di gente di sangue blu. Se non se ne parlasse più affatto, non perderemmo nulla: ma la strana parabola del re che aveva restituito la democrazia agli spagnoli, poi dipinto come un satiro affarista con lo schioppo in mano la dice lunga: sic transit gloria mundi.

Carmen Gueye

Carmen Gueye
Carmen Gueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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