La decisione della CGIL di proclamare uno sciopero unilaterale sul conflitto israelo-palestinese ha aperto un dibattito acceso nel mondo sindacale. Una scelta che, se da un lato intendeva dare un segnale di solidarietà verso la popolazione civile, dall’altro rischia di creare divisioni proprio dove sarebbe necessaria la massima coesione.
Dalla FIM-CISL arriva una critica netta. «La pace non si conquista sventolando bandiere di parte, ma attraverso percorsi condivisi e responsabili» ha dichiarato Paolo Cagol, segretario provinciale FIM Trentino, sottolineando come la forza del sindacato risieda nell’unità di rappresentanza, non nella frammentazione.
La CISL rivendica di aver mantenuto una posizione chiara fin dall’inizio del conflitto: condanna tanto gli attacchi terroristici di Hamas quanto la risposta militare del governo israeliano, giudicata sproporzionata. Un approccio che mette al centro la tutela dei civili e rifiuta logiche di contrapposizione ideologica.
Il contesto internazionale resta drammatico. Gaza continua a essere teatro di una violenza che colpisce in primo luogo la popolazione non coinvolta direttamente negli scontri. Alcuni rapporti e osservazioni ufficiali delle Nazioni Unite hanno sollevato gravi preoccupazioni in merito alle modalità delle operazioni militari, alimentando il dibattito sulla necessità di un intervento politico globale per fermare l’escalation.
È in questo scenario che la scelta di procedere a scioperi separati appare, agli occhi della FIM, un errore di strategia. Non perché manchino le ragioni per mobilitarsi a favore della pace, ma perché l’atto unilaterale rischia di indebolire la voce collettiva del mondo del lavoro.
La FIM, dal canto suo, annuncia la propria partecipazione alla Marcia per la Pace di Assisi del 12 ottobre, ribadendo l’impegno a chiedere un cessate il fuoco immediato e una ripresa del dialogo. Allo stesso tempo, invita le altre sigle sindacali a salvaguardare quel patrimonio di unità che ha permesso di affrontare tante vertenze nazionali e territoriali.
«Le lavoratrici e i lavoratori ci chiedono responsabilità, non divisioni – conclude Cagol –. Solo rafforzando la nostra voce comune possiamo davvero contribuire a costruire giustizia e pace».


