La Giunta provinciale ha approvato la scorsa settimana una delibera che consente agli infermieri di prescrivere radiografie per i traumi minori a braccia e gambe, con l’obiettivo di ridurre i tempi di attesa nei pronto soccorso. Una scelta che ha immediatamente sollevato la netta opposizione del sindacato dei medici CIMO-FESMED, che non solo contesta la misura ma ne chiede esplicitamente il ritiro.
Per i camici bianchi, il provvedimento rischia di tradursi in un boomerang. «La prescrizione di una radiografia non è un atto burocratico – sottolinea Sonia Brugnara, presidente CIMO-FESMED Trentino – ma una decisione clinica che deve essere preceduta da anamnesi, visita ed ipotesi diagnostica. Il medico, quando non la ritiene necessaria, si assume la responsabilità di evitare l’esame, proprio per tutelare il paziente dai rischi legati all’esposizione ai raggi. L’infermiere potrà davvero assumersi questo carico di responsabilità?».
Il timore è che la delibera finisca per aumentare l’inappropriatezza prescrittiva, con un doppio effetto negativo: pazienti che, dopo la radiografia, devono comunque attendere la visita medica per la diagnosi e la dimissione; e un prevedibile aumento dei costi per accertamenti radiologici “alla cieca”, senza valutazione clinica preliminare.
Da qui la richiesta di ritiro: non un rifiuto aprioristico, ma la convinzione che lo strumento sia sproporzionato rispetto al problema che si intende affrontare. «Se l’obiettivo è ridurre le lunghe attese – insiste Brugnara – bisogna agire a monte, riorganizzando la gestione dei codici bianchi e dei traumi minori, per i quali ancora oggi non è stato definito un percorso chiaro. Non si può pensare di aggirare i nodi strutturali scaricando nuove responsabilità su figure che hanno una diversa formazione universitaria».
La presidente del sindacato tiene a precisare che la posizione non è contro gli infermieri, «che svolgono un lavoro fondamentale a fianco del paziente», ma in difesa di un principio: diagnosi e prescrizione restano atti medici. Ogni tentativo di spostare questo confine rischia di produrre conseguenze non solo organizzative, ma anche sul piano del rischio clinico e medico-legale.

