Trent’anni senza Mia Martini

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Quasi tutto ciò che riportiamo su Mia è tratto da articoli e servizi; qualcosa arriva da sue dichiarazioni in video. Ci sarebbe anche la fiction biopic “Io sono Mia” del 2019; poiché né Ivano Fossati né Renato Zero hanno concesso l’autorizzazione a essere citati, la ricostruzione soffre di lacune nel racconto. Ci premettiamo suoi storici ammiratori: lei era tra i pochi di cui acquistavamo tutti i dischi, almeno fino a un certo punto.

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Domenica Rita Adriana Berté nacque a Bagnara Calabra il 20 settembre 1947, seconda di quattro sorelle, da un professore di lettere, poi preside, Giuseppe Radames (1921/2017) di Villa San Giovanni e Salvina Dato (1925/2003), bagnarese, una maestra elementare. La donna andava a partorire in terra natia, per poi tornare a vivere dove entrambi insegnavano, nelle Marche.

Anche se procreò ripetutamente, la coppia non doveva essere bene assortita, soprattutto alla luce di tutte le chiacchiere sentite in seguito. Si è letto di un padre padrone da una parte, e di una moglie distratta dall’altra. In effetti, per trattare di celebri figli, a volte entrano pesantemente in scena i genitori, e questo è il caso. Oggi si vorrebbe dare un taglio femminista alla storia delle donne di famiglia, ma la faccenda sembra più complessa di come la si vorrebbe far apparire. Entrare nelle dinamiche familiari è sempre difficile, figurarsi in questo caso. In un’intervista da Enzo Tortora la cantante distribuì equamente i torti tra padre e madre.

Mia col padre

Da ultimo Mimì si era riavvicinata al papà; Loredana, dal canto suo, ha sempre avuto parole di fuoco anche per mamma, accusandola di averla sfruttata economicamente. Giuseppe ha negato fermamente di aver abbandonato la famiglia, ribattendo che casomai è accaduto il contrario: l’insofferenza della moglie, donna sanguigna e collerica, che montò le figlie contro di lui, avrebbe causato il distacco. Dopotutto, il contesto culturale non era dei peggiori; e, anche se le apparenze spesso ingannano, due insegnanti in genere interloquiscono senza arrivare alle schioppettate. Pertanto sospendiamo ogni giudizio al riguardo.

L’infanzia di Mimì (così chiamata in famiglia e dagli amici) si svolse a Porto Recanati con la terzogenita Loredana e l’ultima Olivia; la maggiore, Leda, si sposò presto, allontanandosi da casa. Si trova scritto che Mia si sarebbe iscritta alla facoltà di medicina, abbandonandola per dedicarsi alla musica.

Dopo la separazione dei genitori, madre e figlie si trasferirono a Roma.

Mimì era una tipica ragazza calabrese dai capelli scuri e gli occhi di brace, una voce purissima e dai toni sentimentali perfetti per il repertorio romantico tipico del nostro paese, con conoscenze delle tecniche di chitarra e pianoforte. Dopo la partecipazione a manifestazioni canore locali la ragazzina, col nome di Mimì Berté, ambiva al salto di qualità; all’inizio  fu tenacemente sostenuta dalla madre, che la presentava in giro e ne decantava le lodi, riuscendo a piazzarla, nei primi anni sessanta, come cantante yè yè,  in una puntata di ”Teatro 10”, con la canzone “ E ora che abbiamo litigato”. Inoltre mamma parlava con i giornalisti: si lamentava dello sforzo economico sostenuto per lanciare la giovanissima figlia, che le appariva accanto, taciturna e imbarazzata (da RAI STORIA).

Passarono gli anni, la ragazza fece la sua gavetta per night e sale d’incisione. Questi periodi difficili rimangono sempre un po’ misteriosi: chi incide le sigle dei cartoni animati, chi quelle pubblicitarie, chi fa il corista. Mia si improvvisò anche impiegata al sindacato cantanti; in trio con Loredana e il nuovo amico Renato Fiacchini (poi Zero) bazzicava locali e agenzie di spettacolo: gli altri due si infilarono nella versione italiana della commedia musicale “Hair” e tra i”collettini e collettoni” televisivi che si agitavano alle spalle dell’allora scatenata Rita Pavone. Mia cantava in giro, repertorio blues e jazz.

Nel 1969 un incidente di percorso aveva rischiato di fermarla seriamente: in Sardegna, Mia fu trovata ( riferisce la sorella Leda a Domenica in) con un po’ di coca in borsa (chi dice gliel’avessero messa, chi addirittura che la borsa non fosse nemmeno la sua, chi parla di sola erba);  si fece del carcere, poi venne prosciolta. Niente di strano, nel mondo dello spettacolo poi, dove ben altro si combinava, ma gli anni erano proibizionisti e farsi beccare era tabù. La casa discografica bloccò l’uscita del suo 45 giri “Coriandoli spenti”. Le diede incoraggiamento Claudio Baglioni, allora ancora agli albori, che scriverà per lei “Amore un corno”.

Cambiato nome in Mia Martini, finalmente, nel 1972, per lo sforzo di un gruppo di lavoro che credette in lei, e la protezione del fondatore della discoteca Piper di Roma, Alberigo Crocetta ( ex Decima Mas),  la ribattezzata Mia Martini (detta anche Mimì), ora dotata di un look  gipsy,  fece il botto. Vinse il festival della musica d’avanguardia a Viareggio con il pezzo, astioso e violento, “Padre davvero”, un’ invettiva edipica, che in televisione fu censurata ( lei negava fosse autobiografico);  lì conobbe un altro partecipante, Ivano Fossati, che cantava nel gruppo Delirium. Con “Piccolo Uomo” infine, la ragazza arrivò in vetta.

Le “signore della canzone” allora si chiamavano  Mina, la tigre di Cremona ( in realtà proveniva da Busto Arsizio); Iva Zanicchi, l’aquila di Ligonchio (Reggio Emilia); Milva, la pantera di Goro (Ferrara); e Ornella Vanoni, ragazza bene di Milano che cantava le canzoni della mala e riuscì a scansare l’epiteto animalesco, riciclandosi poi in interprete dalla voce  sensuale. Orietta Berti ottenne il titolo (riteniamo di consolazione) di usignolo di Cavriago ( paesino del reggiano).

Mimì ammirava molto, ricambiata, Mina, cui in pratica contese il titolo di miglior voce femminile italiana; in più, contribuì a introdurre la diffusione del “concept album”, un LP con un tema che fa da filo conduttore, al posto dei vecchi 33 giri in cui ogni brano stava a sé e parecchi erano riempitivi. Fu molto attiva anche nelle cover ( rifacimenti) di brani di cantanti famosi, come Elton John e Lennon. In un varietà, apparve al fianco di un’altra sfortunata artista, Gabriella Ferri.

Mia iniziò a comparire nelle trasmissioni televisive di successo ma, a differenza di emergenti dive di quell’onda verde, come Marcella, sempre sorridente, o di provocatrici alla Patti Pravo, lei sembrava fuori posto, malinconica, famosa suo malgrado. D’altronde il primo pezzo, da lei interamente composto, che l’aveva fatta notare, anche se non sfondare, si intitolava “Il magone”.

I suoi produttori non avevano dubbi, si era trovata la stella più luminosa del firmamento canoro: voce di diamante (cantava ottimamente anche senza base); pezzi di qualità (compositori autorevoli dell’epoca, come Maurizio Fabrizio, Baldan Bembo, Califano, Bruno Lauzi e arrangiatori del calibro di Bacalov), e la giovane età che induceva a contare su lunghi anni di successi, che infatti arrivarono, uno dopo l’altro. Solo per citarne alcuni, scalarono le classifiche “Minuetto”, “Guerriero”, “Che vuoi che sia….”, Agapimu ( in greco!), Dimmelo tu, Sola.

Il tema principale  era sempre lo stesso: l’amore, la passione per gli uomini ingrati, qualcosa di molto sentito tra quelle generazioni di ragazze. Provò a cantarne anche in tono più sarcastico, come in “Tutti uguali”, ma non riuscì a levarsi di dosso la fama di depressa, poiché nei brani, cui collaborava, si infilavano temi duri come il suicidio. Qualcuno, per bravura e temperamento, la paragonava a Edith Piaf: accostamento lusinghiero, ma un po’ tenebroso.

La aiutava in questo anche una vita sentimentale accidentata. Nel brano “Signora”, Mia riporta più o meno quello che le stava accadendo nella realtà: la madre del suo compagno, più giovane di lei, la rifiutava.

Verso la metà degli anni settanta il successo era consolidato; si trattava solo di tenerselo stretto, ma una sequenza di eventi sembrò congiurare per bloccarlo.

Subentrò  un subdolo contrasto familiare ( per confermare una certa impressione di litigiosità di questi Berté): emerse Loredana, e pare che Mia l’abbia aiutata, all’inizio. Poi però dovette prevalere la rivalità. Loredana superò Mia in fama; inoltre era slanciata e sexy, spericolata e sfacciata (benché altrettanto timida di Mia, in fondo) e conduceva amori glamour, come quello con il tennista Adriano Panatta e con il suo mentore, il cantautore Mario Lavezzi, che la lanciò.

Il successo arrideva a Mimì, ma le amarezze erano molte, forse più comprensibili per chi vive “da dentro” l’ambiente della musica: lanci e promozioni non sempre all’altezza, partecipazioni a parate televisive revocate all’ultimo momento, una rescissione di contratto dalla Ricordi, per non subire costrizioni artistiche, che le costò un’alta penale. In un’intervista a Radio Popolare, del 1994, Mia, senza preoccuparsi dell’ambiente schierato in cui parlava, raccontò di essere stata condannata senza praticamente un dibattimento, da un giudice ideologico che la riteneva miliardaria per partito preso; e che stava ancora pagando i debiti. La cantante fu allettata dall’ingresso nell’allora prestigiosa etichetta americana RCA, ma sopraggiunsero analoghi problemi: lei non accettava alterazioni nel modo in cui intendeva impostare il suo repertorio. Passò alla Polygram, e sorsero guai anche con la nuova etichetta. A suo dire, la levò dalle ambasce Berlusconi, che stimava come imprenditore, non come politico; da ultimo, Mia incideva con l’etichetta RTI, di proprietà del cavaliere.

Altro guaio: qualche simpaticone mise in giro la voce che la Martini portasse iella. Non è ancora chiaro come fosse nata questa diceria: un tendone piombato sul palco per la pioggia caduta, un incidente stradale dove persero la vita dei suoi musicisti, la morte del suo impresario di allora in un  altro sinistro in cui lei rimase illesa; o forse solo per dispetti d’ambiente di un impresario che lei aveva snobbato. La malevolenza attecchì subito e la indusse a ritirarsi dalle scene per qualche anno. Lei ricordava, tra i più malevoli, Gianni Boncompagni, Patty Pravo (che ha sempre smentito), Fred Bongusto e Red Ronnie. Il suo brano, scritto da Paolo Conte, non fu ammesso a Sanremo 1985.

Nel frattempo, lei e Ivano Fossati facevano coppia. Si dice che quello per Fossati sia stato un “amore disperato”. Le fonti sono giornalistiche e nessun credito particolare qui si intende attribuire a questa o quella versione. Dunque, e questo è un fatto, Mia si innamorò del cantautore genovese, un talento burbero, con fama di non voler attaccamenti eccessivi con donne. Mia licenziò uno zio dal suo team, per far posto al suo uomo, e il parente si adirò, con insinuazioni antipatiche, riprese dalle malelingue: mormoravano che Fossati si sollazzasse anche con Loredana. Nella trasmissione radiofonica di Radio Popolare la Martini ricordò che Fossati, che l’avrebbe migliorata culturalmente, ma che pure egli le fece intendere di essere più ricco di quanto non fosse in realtà: il che insinua altri dubbi sulle cause della loro rottura. Negli anni novanta, tuttavia, i due stavano per lavorare di nuovo insieme. Nel 1998 Ivano fu intervistato da Menico Cairoli; affermò che Mia era tra i pochi cantanti realmente interessati alla musica a trecentosessanta gradi.

Inoltre pare che Ivano fosse gelosissimo, possessivo, infastidito dal successo di lei, anche se le compose dei pezzi, molto “fossatiani”. Un frutto di questo sodalizio rimarrà nella memoria: “E non finisce mica il cielo”, presentato a Sanremo 1982.

A quanto si legge Mia restò incinta, con sua grande gioia ma non di Ivano, che le avrebbe suggerito di abortire; la cantante, ormai vicina ai quaranta, la cui gravidanza era già avanzata, lo avrebbe fatto a Londra, senza elaborare mai del tutto l’evento.  Oggi, a molti improvvisati biografi, piace insistere sul cinismo di Fossati e la vulnerabilità di lei, ma a noi l’immagine di Mia vittima non piace: le storie iniziano e, spesso, terminano.

Mimì ha lavorato molto, inanellando una collaborazione con Aznavour (concerto all’Olympia di Parigi!),  risonanze internazionali, con brani incisi in varie lingue, fino al nuovo grande successo “Almeno tu nell’universo” di Lauzi e Fabrizio, che segnò il suo ritorno a Sanremo 1989 e “Uomini” (Sanremo 1992); e ancora, per la sua vicinanza a Napoli, della cui squadra era anche tifosa, ricordiamo i duetti con Roberto Murolo e la collaborazione con Enzo Gragnaniello; ma lei si stancò del primo, perché per duettare, incredibilmente, pagavano solo lui.

Mia rappresentò due volte l’Italia all’Eurofestival, ritornò alle origini cantando in calabrese, incassò vari premi: quello del festival di Sanremo per la critica fu istituito apposta per lei e dopo la morte prenderà il suo nome.

La carriera le divorava l’esistenza: trepidazioni per le vendite, i tour, la necessità di essere all’altezza e il timore di svanire nuovamente come neve al sole. Il repertorio di Mia in effetti non scadde mai di tono, ma per lunghi periodi risultò di nicchia e poco popolare.

Negli anni novanta, nonostante le disavventure (e pesanti difficoltà economiche) Mia era certamente una signora della canzone; ma, poiché di mezzo c’era stata la vita, qualcosa si era incrinato, qualcosa di troppo importante: la voce.

Si giustificò lo stato di deformazione delle corde vocali in vari modi: effetti collaterali da  farmaci presi per un fibroma all’utero che non voleva farsi togliere, disfunzione tiroidea, conseguenze psicosomatiche dal dispiacere per le vicissitudini. Resta il fatto che questa voce, un tempo di cristallo, ora raschiava penosamente, costringendo Mia ad evoluzioni e arrampicate sulle note, che rovinavano l’ascolto e le deformavano anche parecchio l’espressione. E’ un fatto; e negarlo è impossibile, si nota già dal trionfale rientro del 1989. Era come se una linea roca sovrastasse il suo tono naturale: forse molto soul e blues, ma non più lei.

Tornarono a galla le solite chiacchiere, ricordando che l’ispessimento di organi o tessuti, a volte, è un effetto dell’uso di cocaina, ma i problemi vocali sono stati sempre ricondotti agli interventi per polipi subiti nel 1981, dopo i quali lei, ormai single, si era trasferita in Umbria.

Certo è che qualcosa non andava. Le sorelle Berté provarono a cantare insieme a Sanremo nel 1993  (Siamo come siamo), ma litigarono pure; d’altronde il glamour di Loredana, toccato l’apice dopo il matrimonio con Bjorn Borg, aveva subito un duro colpo quando, dopo un anno, lui l’aveva mollata con scandinavo gelo. Nessuna delle due, nei rispettivi tempi, verrà più accostata a un partner fisso.

La notizia della scomparsa di Mia fu datata il 12 maggio 1995, due giorni dopo il ritrovamento, a volte raccontato come quello di Marilyn Monroe, cornetta in mano, come a cercare disperatamente qualcuno durante una crisi, ma non è certo. Se proprio di deve pensare a un paragone, viene in mente Maria Callas.

Dunque, la donna da ultimo viveva a Cardano al Campo, nel varesotto, vicino al padre e alla sua nuova moglie. I filmati di repertorio ci mostrano un palazzo in serie, in un quartiere popolare, di un grigiore spettrale, ma il riavvicinamento al genitore e la vicinanza a Malpensa pare avessero orientato quella scelta.

Giunta la triste notizia, il padre fece riferimento a certi “vizietti” di Mia; in seguito la madre rimarcò di aver sognato le esatte sequenze della morte di Mimì, che prima di abbattersi per terra avrebbe fatto un po’ di ginnastica, sola in casa. Alle esequie la fumantina Loredana si scagliò contro il padre, cercando di colpirlo con un calcio; lui reagì, facendola cadere a terra.

Fu aperta un’inchiesta, dubitando di qualche lacuna nella versione ufficiale. Venne escluso il suicidio. Il fascicolo  fu presto chiuso, e la vicenda rimane sigillata come morte accidentale per il solito arresto cardiaco, dopo probabile overdose.

Loredana da qualche anno dichiara che Mimì era piena di lividi, quando la vide nella bara, e allude al papà. Ma esiste realmente un mistero?

Le testimonianze non dicono nulla di particolare, anzi riferiscono che la cantante era tranquilla, un po’ stanca nell’ultimo periodo; in pubblico era divenuta più sorridente e socievole, molto ironica. Quando la intervistavano, esprimeva sempre concetti profondi. La si sapeva felice della prossima maternità della sorella più piccola.

Dalle parole di Leda e Olivia par di capire che in quei giorni Mia fosse impegnata ad ascoltare basi musicali per i suoi prossimi impegni e aveva avvertito di non stupirsi se non avesse risposto al telefono, perché avrebbe indossato a lungo le cuffie; sembra si parli di un apparecchio fisso anche se, nel 1995, la gente di spettacolo quasi sempre disponeva già di un cellulare. Forse questa è l’unica stranezza della situazione: come se la Martini volesse tenere tutti a distanza.

Pare che in quei due giorni l’avesse cercata solo il suo manager e sia stato lui a chiedere un intervento. Qualcuno dice che si trovò la porta d’ingresso aperta, ma ci sembra una leggenda costruita a posteriori, una suggestione.

Mia si era espressa più volte sul problema della solitudine, che non sembrava piacerle molto, come della perdita degli amici veri quando si arriva al successo, ma negli ultimi anni appariva come donna sola: se c’era un compagno, non se ne è mai saputo niente, né una simile figura risulta presente ai funerali. Il silenzio sulla sua vita privata, sentimentale e amicale, ci impedisce altre supposizioni; come pure non ci sentiamo di correre dietro alle teorie del complotto sulla base di segreti del mondo musicale che Mia avrebbe potuto rivelare: crediamo le interessasse solo fare musica. Di sicuro c’è che, negli ultimi mesi, ebbe due ricoveri in ospedale, ad Acireale e a Bari.

Tacere su possibili interferenze “chimiche” nella sua morte  fu lodevole, ma non ha smorzato le voci. Ci dicono che in casa non fu trovato niente, il che parrebbe impossibile: se era abituata ai farmaci, almeno essi dovevano starci. La depressione degli anni ottanta, la rovina economica, avevano sicuramente comportato delle assunzioni, ed è umano, frequente che accada. La sua carriera proseguiva, ma massacrarsi di serate, come faceva quando i giri importanti l’avevano emarginata, era spossante e, alla vigilia dei cinquant’anni, forse poco soddisfacente.

Probabilmente il suo fisico e la sua anima, fiaccati, hanno ceduto.

Loredana in seguito è stata protagonista di episodi poco chiari, come  minacce di suicidio, sempre soccorsa dal grande amico Renato Zero fino a una lite in diretta tra i due, tempo dopo,  conseguenza di un’amicizia sfibrata dal tempo. Loredana è forte, e a Sanremo 2019 avrebbe meritato di vincere ( come sua sorella nel 1992), ma le sue esagerazioni hanno sfinito chi la segue, oggi ultrasettantenne in minigonna.

Di Domenica, alias Mia o Mimì, restano, oltre ai successi, diversi inediti e produzioni postume. La vogliamo ricordare come colei che meglio seppe esprimere, sulle note, le angosce amorose femminili delle ragazze nate nel dopoguerra, romantiche e instabili, disinibite ma ancora tradizionaliste, alla ricerca dell’introvabile principe azzurro che non smetteranno mai di cercare. Come recita il motivo finale di “Il Guerriero”: l’amore ha diritto di averlo, soltanto chi spera.

Carmen Gueye

Carmen Gueye
Carmen Gueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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