La Francia, oggi, assiste a un lento ma inesorabile tramonto politico. Sébastien Lecornu — scelto da Macron solo un mese fa come primo ministro — ha presentato la lista dei ministri, si è dimesso il 6 ottobre 2025, poche ore dopo aver annunciato i ministri. Un atto che non è soltanto un fallimento amministrativo, ma un segno d’implosione.
L’Eliseo, in fretta e furia, ha accettato il passo indietro. E così il potere della modernità centrista si disfa, sotto gli occhi di chi credeva alla promessa dell’“uomo nuovo in politica”.
Jordan Bardella ha chiesto un ‘retour aux urnes’, tramite ‘dissolution’ dell’Assemblea o ‘démission’ del Presidente.
Non è una semplice provocazione, ma un affondo su terreno costituzionale: scioglimento dell’Assemblea Nazionale o dimissioni immediate. L’idea è che non ci sia alternativa a una rottura radicale della scena parlamentare.
Dalla sua parte, Jean-Luc Mélenchon interpreta la crisi come una rivolta morale. Non attacca soltanto il governo Lecornu, ma quella che definisce il «gavage d’une oligarchie parasite», come ha scritto su X; accusa inoltre l’esecutivo di essere composto in larga parte da ex LR. In questo quadro, annuncia che i deputati di La France insoumise depositeranno una mozione ai sensi dell’articolo 68 della Costituzione per avviare la procedura di destituzione del Presidente.
Parla espressamente di destituzione (non di “impeachment”, categoria non prevista dall’ordinamento francese); per Mélenchon, lo scontro non è più tra destra e sinistra, ma tra élite e popolo.
Nel 2017 Emmanuel Macron sembrava aver trovato la formula magica: liberalismo con coscienza sociale, europeismo con carattere nazionale, rottura del tradizionale bipolarismo.
Oggi, quel progetto appare consumato. Il centrista è rimasto da solo: troppo distante per la sinistra, troppo moderato per le spinte radicali di destra.
Il governo Lecornu, incapace di galvanizzare una maggioranza coerente, è stato l’ultimo tentativo: una scommessa che ha investito su figure tecniche, trasversalità politica e moderazione istituzionale. Ma ha fallito: non ha raccolto legittimità né consenso. È stato, nei fatti, un corpo estraneo nel panorama politico francese.
La crisi francese non ha solo valore nazionale: è specchio europeo. Il modello del “centro moderato” che tiene insieme diversità e mediazioni è sotto assedio. In Spagna, Germania, Italia, forze politiche “di mezzo” arrancano, spaventate dall’ascesa di movimenti identitari o “popolari”. La dissoluzione del macronismo è dunque avvertita in tutto il continente come la fine di un paradigma: quello in cui la competenza e la promessa di novità bastavano a essere credibili.
Macron. In sé, quel nome evoca ambizione, tecnocrazia, resistenza al vecchio. Ma oggi è un’ombra. Il macronismo non è stato ucciso da un solo errore: è morto da troppo tempo, sotto il peso delle scelte e da una società che lo ha ormai da tempo consegnato alla storia.
Bardella e Mélenchon — agli antipodi ideologici — sono d’accordo su un punto: non si può riavviare la Francia con le stesse formule di ieri.
La domanda che resta è se il Presidente saprà comprendere che il suo orizzonte politico è superato. E se la Francia saprà, nel disordine, inventare sé stessa.


