Non è un’ipotesi remota. L’idea che il Premio Nobel per la Pace 2025 non venga assegnato è più concreta di quanto sembri, e trova precedenti importanti nella storia del Comitato di Oslo.
Leggi anche: Se Trump avesse vinto il Nobel per la pace, oggi il Nobel varrebbe meno?
Dal 1901 a oggi, infatti, l’assegnazione del premio non si è svolta in 19 occasioni: durante la Prima guerra mondiale(1914, 1915, 1916, 1918), nel primo dopoguerra (1923, 1924, 1928 e 1932), durante la Seconda guerra mondiale(ovvero nel 1939, 1940, 1941, 1942 e 1943) e negli anni della Guerra fredda (ovvero nel 1948, 1955, 1956) e della guerra del Vietnam (ovvero negli anni 1966, 1967, 1972).
Ogni sospensione è stata un segnale: quando la pace non era possibile, il silenzio del Nobel ha parlato più forte di qualunque cerimonia.
Oggi, nel 2025, quella possibilità torna a riaffiorare.
Il mondo è attraversato da venti di guerra e da un diffuso senso di impotenza istituzionale.
Le Nazioni Unite, che in altre epoche avrebbero potuto incarnare l’ideale della diplomazia e della cooperazione tra popoli, semmai vincendolo proprio in occasione del loro ottantesimo anniversario, appaiono oggi prigioniere dei propri meccanismi. Il Consiglio di Sicurezza è rimasto bloccato tanto di fronte alla guerra in Ucraina quanto davanti alla tragedia di Gaza, paralizzato dal diritto di veto dei membri permanenti. L’organizzazione che avrebbe dovuto rappresentare la coscienza collettiva del pianeta si è trovata, ancora una volta, a osservare senza poter agire a causa delle superpotenze russa e statunitense.
Nemmeno i protagonisti della geopolitica contemporanea hanno saputo invertire la rotta.
Il presidente Donald Trump, che pure aveva avanzato un piano di pace per la Striscia di Gaza e tentato una mediazione con Vladimir Putin per l’Ucraina in questi ultimi mesi, non è riuscito a concretizzare alcun risultato stabile. L’incontro di Anchorage, presentato come un possibile spartiacque, si è risolto in un nulla di fatto.
E la diplomazia mondiale, da Washington a Bruxelles, da Mosca a Pechino, sembra più impegnata a difendere le proprie sfere d’influenza che a cercare un equilibrio reale.
In un contesto simile, scegliere un vincitore del Nobel per la Pace sarebbe quasi un azzardo.
Ogni nome rischierebbe di spaccare il mondo: un candidato americano, così come un dissidente russo, verrebbe visto come strumento di propaganda occidentale, uno filoarabo come gesto politico. E persino le grandi organizzazioni umanitarie, troppo spesso accusate di parzialità, non garantirebbero un consenso universale, anzi semmai scontentando tutti.
Ecco perché — paradossalmente — il gesto più coerente e più coraggioso del Comitato di Oslo potrebbe essere proprio quello di non assegnare alcun premio.
Sarebbe una scelta rara ma densa di significato, un atto di onestà intellettuale: riconoscere che la pace, oggi, non esiste e che non vi è stato nessuno capace di riuscire ad ottenerla.
Emblematico, a riguardo nel 1948 quando la morte di Gandhi privò il mondo del suo simbolo più puro, anche ora la pace è un’idea senza volto, senza voce, e forse — per un anno almeno — senza premio.
Un Premio Nobel per la Pace 2025 non assegnato sarebbe allora più che un’assenza: sarebbe un messaggio.
Il più silenzioso e il più eloquente possibile, in un’epoca in cui la guerra ha di nuovo il linguaggio dell’abitudine e la pace quello, fragile, dell’utopia.

