Nell’ottobre del 2025, a Oslo, c’era un’idea che aleggiava più delle altre: che Donald Trump potesse davvero prendersi il Nobel per la pace. Non sarebbe stato un premio a un santo, né del resto il Nobel è una santificazione, ma il riconoscimento a un presidente che da mesi raccontava sé stesso come l’uomo capace di fermare i conflitti, di parlare con tutti, di imporsi dove altri avevano fallito. Trump ci teneva, eccome se ci teneva. Lo si era capito dalle dichiarazioni, dalle allusioni, dal modo quasi risentito con cui aveva più volte fatto capire di considerare quel mancato riconoscimento come una sorta di torto personale, l’ennesima prova di un establishment internazionale incapace di dare a lui ciò che, a suo dire, avrebbe meritato più di altri. E invece non andò così. A vincerlo fu Machado.
La questione, però, non è tanto stabilire se Trump meritasse o meno quel premio secondo criteri astratti, morali, quasi da catechismo internazionale. La questione vera è un’altra: cosa sarebbe successo al prestigio stesso del Nobel se quel premio fosse finito a lui. Perché la storia non si fa con i se, è vero, ma a volte i se servono proprio a misurare la qualità delle istituzioni, la loro capacità di vedere un passo più in là del clamore del momento. E da quel giorno di ottobre il mondo, banalmente, è cambiato. Prima il rapimento di Maduro, poi la nuova campagna bellica in Medio Oriente, poi ancora una postura americana che tutto richiama fuorché l’immagine di una presidenza dedita alla pace. A quel punto il punto non è più Trump. Il punto è Oslo.
Le possibilità, in fondo, sono solo due. La prima è che non sarebbe cambiato nulla, nel senso che Trump avrebbe comunque ricevuto il Nobel e i suoi sostenitori avrebbero letto in quel premio la consacrazione di una leadership energica, spregiudicata, capace di ottenere risultati mentre gli altri si perdevano nei formalismi. Del resto è questo il cuore del trumpismo internazionale: non la pace come valore, ma la pace come esito di forza, di intimidazione, di superiorità negoziale. E per molti, non pochi anche in Europa, questo basta e avanza. La seconda ipotesi, però, è molto più interessante, ed è che gli organizzatori del Nobel abbiano avuto quella cautela che nel 2009 non ebbero con Obama: evitare di trasformare il premio in una scommessa sull’immagine, in una medaglia appuntata sul petto di un leader prima che la storia abbia detto davvero chi sia.
Perché diciamolo con franchezza: chi avrebbe preso sul serio oggi il Nobel per la pace se fosse stato assegnato a un uomo che, dal momento in cui non l’ha ottenuto, si è ritrovato al centro di tutto ciò che è venuto dopo? E qui non conta nemmeno stabilire quante responsabilità dirette abbia Trump in ogni singolo passaggio. Conta il quadro. Conta la percezione. Conta il fatto che un premio di quel livello non può permettersi di diventare, nel giro di pochi mesi, il reperto di una clamorosa ingenuità politica.
In questo senso il mancato Nobel a Trump non appare affatto come un’occasione perduta. Appare semmai come un raro momento di lucidità. Un atto di difesa dell’istituzione prima ancora che una bocciatura dell’uomo. Perché ci sono premi che possono sopravvivere a vincitori discutibili, ma non a vincitori che finirebbero per smentire il premio stesso. E probabilmente a Oslo, stavolta, lo hanno capito in tempo.


