sabato, Febbraio 7, 2026
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Richard Gere, il gigolò dei mari

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Parlare di una star di Hollywood significa mettere le mani in un sistema che ha ormai sovrastato il monte Olimpo per leggenda, mitologia e cultura popolare. Benché il cinema, come strumento di persuasione, intrattenimento e magia, sia in declino, gli attori sopra la cinquantina hanno fruito della coda di questa cometa e si può ancora trattarne alla pari con Humphrey Bogart o Greta Garbo.

Nato a Filadelfia, (anche se alcune biografie citano Syracuse, nello stato di New York),  nel 1949, da famiglia di radici anglosassoni come il suo curioso cognome – fu lui stesso a confermarlo durante un’ospitata da Mike Bongiorno – in tutto cinque figli di un padre assicuratore morto centenario nel 2023, Richard Tiffany Gere è ricordato come studente vivace, interessato alle materie umanistiche ( fu iscritto brevemente alla facoltà di filosofia).

Sportivo, amante delle discipline ginniche, interessato alla musica, tanto da imparare a suonare in qualche modo più strumenti, socialite – fondò una confraternita denominata “ Ordine della carpa mistica” – il giovane mostrò subito attrazione per lo spettacolo e si infilò in compagnie di giro impegnate in musical, con qualche tour in Regno Unito. Fu così che il ragazzo, un brunetto dallo sguardo penetrante, alto ma non troppo (1.77), sinuoso nei movimenti – non disdegna il ballo – si mise in luce con la rappresentazione teatrale di Grease, nel 1973; seguirono apparizioni televisive, oggi difficili da individuare, per esempio nel ruolo di delinquentello in un episodio di Kojak.

Il cinema si accorse di lui e lo infilò in una pellicola oggi pressoché introvabile, Crack File ( in italiano “Rapporto al capo della Polizia”), in cui interpretava un poliziotto scanzonato con il radioregistratore in spalla, in coppia con un suo amico reale nella vita, l’attore Tony Lo Bianco (1936/2024). Questi lo affiancò anche in una successiva pellicola, “Una strada chiamata domani”, sui sogni professionali di un proletario italoamericano newyorchese che vuol fare il maestro d’asilo, osteggiato dal padre operaio. Più volte Gere ha impersonato italoamericani, per il colorito bruno e gli occhi scuri, secondo le catalogazioni hollywoodiane che non lasciano scampo. Un altro amico sarà con lui in diversi film, Héctor Helizondo.

 Con Helizondo in “Se scappi ti sposo” del 1999

Versato per ruoli da borderline, Richard si fa notare in “I giorni del cielo” e in “In cerca d Mr Goodbar” , qui nella parte di uno dei boyfriend della già nota Diane Keaton: il suo sex appeal fa breccia nelle spettatrici e con “American gigolò”, del 1980, la strada è spianata: la sua andatura elegante, comprensiva di uno sculettamento del celebre posteriore a mandolino, sarà il suo marchio di fabbrica. A tambur battente seguirà un altro successo planetario, “Ufficiale e gentiluomo”: le scene di sesso, non disdegnando la nudità, sono il suo forte. Unico difetto, le mani un po’ tozze.

Il nostro non vuole essere identificato come oggetto sessuale e cerca la realizzazione in lavori più impegnativi, ma non sempre la scelta è gradita al botteghino. Se rimane attrattivo con Valerie Kapriski in “ All’ultimo respiro”, remake di “A’ bout de souffle” (e non sarà l’ultima copiatura di un successo francese), viene capito meno nel biblico “King David”, girato in Basilicata e Sardegna, o ne “Il console onorario” (medico anglo argentino che si butta nella rivoluzione), come trombettista jazz in “Cotton club”; casca in “Nessuna pietà” (poco feeling erotico con Kim Basinger in una New Orleans divorata dal malaffare), non convince mentre cerca l’antagonismo politico in “Power” (denuncia dell’affarismo finanziario sfrenato, diretto da Sidney Lumet), fa il novello Robin Hood ne “Gli irriducibii” (vendetta privata per un’ ingiustizia), il poliziotto corrotto in “Affari sporchi”, che servirà solo a lanciare il nuovo divo latino Andy Garcia, e, in una parte minore, il nippo statunitense in “Rapsodia d’agosto” di Kurosawa

La stella traballa, la quarantina è scoccata, serve un’idea. Ecco che un Richard coi capelli sapientemente argentati si trasforma nel manager senza scrupoli che redime una poco credibile passeggiatrice di Hollywood Boulevard, interpretata dalla nuova diva Julia Roberts, e ne è redento dal cinismo professionale, in Pretty Woman, del 1990, con lo sfondo della musica di un ritrovato Roy Orbison: il consenso del pubblico è riconquistato per sempre. Non che, da allora, siano sempre seguiti trionfi, anche perché il Gere maturo dovrà alternare ruoli ancora seduttivi come il ginecologo di “Il dottor T e le donne” o “Trappola d’amore” (altro remake francese, scarsa sintonia con Sharon Stone) a quelli di criminale fintosi reduce di guerra ( “Sommersby”, ripresa di un film con Depardieu), avvocato anticlericale, fidanzato ingrato di una malata terminale, bounty killer in cerca di maniaci sessuali, truffatore mediatico, accusatore del sistema cinese, clochard, marito fedifrago che nasconde la morte dell’amante o marito tradito che uccide il boy friend della moglie (“L’amore infedele”, altro remake da Chabrol),  professore che fa innamorare un cane, giornalista disinvolto, marito annoiato che va a scuola di ballo di nascosto, , e mille altre figure che lo terranno a galla come divo sempre seducente anche nella seconda e terza età. Dopo un periodo di assenza per problemi di salute, continuò a doppiarlo in italiano ( e a valorizzarlo) il nostro magnifico Mario Cordova, senza nulla togliere ad altri, da  Michele Gammino a Giancarlo Giannini, che l’avevano preceduto o sostituito.

Per integrare i guadagni, sono ammesse le pubblicità: ecco Richard nei panni dell’autista Ambrogio, per farci conoscere la bontà di Ferrero Rocher.

Nel 2001, dopo l’attentato alle torri gemelle, Gere incappò in un incidente tipico del suo fare neo anti maccartista, che deve aver appreso frequentando i liberal chic del suo giro: durante una convention tra attoroni americani, intesa a esprimere solidarietà (e  piegarsi all’obbligatoria raccolta fondi) per le vittime, Gere, con un curioso cappellino sulle ventitré, volle richiamare l’attenzione sulla prepotenza bellica del loro stesso paese; fischiato, fu praticamente tirato giù dal palco: forse allora capì che il progressismo a stelle e strisce ha delle regole ferree a cui è vietato derogare.

Primo piano di “Oh Canada – I tradimenti” del 2021

Sul versante privato per lungo tempo Gere fu affiancato dalla pittrice brasiliana Sylvia Martins, che lo introdurrà alle pratiche di culto asiatiche, fino alla spettacolare unione con la super model del momento, Cindy Crawford, che sposò nel 1991. “Accusati” di poliamorismo bisessuale i due dapprima ribatterono indignati, poi sciolsero l’unione nel 1995. D’altronde le chiacchiere sui “sofà del produttore”, da cui passerebbero non solo ragazze, ma anche bei giovanotti, si sono sprecate non solo per lui ( ne parlò in un’intervista perfino Gian Maria Volonté, con una buffa allusione a Sylvester Stallone e John Travolta). D’altro canto, a ben guardare, American Gigolò trattava proprio di un ragazzo gay che va con donne per soldi e si fa convertire da una di esse.

La quiete sentimentale sembrò arrivare con l’attrice Carey Lowell che, nel 2000, gli diede il suo primo figlio, chiamato Homer come il nonno paterno. Sia Crawford che Lowell, si dice, non hanno retto alle fissazioni filosofico/ religiose del marito e anche con Carey, sposata nel 2002, arrivò il divorzio nel 2015.

L’attore, per uscire dai soliti tunnel di droga e altro, si era rifugiato nel buddismo tibetano e la scelta pare sia stata per lui salvifica: tanto da scomparire dagli USA per un periodo e tagliare con il mondo, riparando  dall’amico e mentore Dalai Lama, aderendo anche alle sue cause politiche, che per un periodo costituirono l’oggetto dei suoi discorsi in giro per il mondo, compresa l’apparizione da Mike Bongiorno di cui s’è detto.

Dopo aver lanciato la moda della star di Hollywood buddista, Gere si segnala per le battaglie progressiste e il sostegno al Partito Democratico; minacciò Clinton di ritirare l’adesione in caso di accordi con la Cina, ovviamente perché in contrasto con l’indipendenza del Tibet; si recò in Israele nei primi anni duemila per appoggiare il candidato laburista. Naturalmente egli lotta contro l’AIDS (ma che vuol dire? C’è forse qualcuno a cui piace?); in India per propagandare l’uso del profilattico, baciò una diva di Bollywood in pubblico, venendo contestato rumorosamente dagli integralisti di tutte le fedi.

A questo punto il quasi settantenne potrebbe calmarsi, viste anche le terze nozze con la giovane attivista  no profit del jet set, la spagnola Alejandra Silva, che lo rende di nuovo padre, di due maschietti ( ma sulla effettiva nascita del secondo sono sorti dubbi).

Purtroppo il demone dell’impegno sociale non abbandona il nostro, che nel 2020 si segnala per un abbaglio. Ostile a Trump, all’inizio della “pandemia” egli scambia l’imposizione del lockdown per una decisione liberticida dell’odiato presidente e invita la popolazione a ribellarsi; tirato per le orecchie (la seconda volta dopo il 2001) dai sodali democratici, si corregge, invitando tutti a mascherarsi e vaccinarsi.

Non ancora appagato dalle gioie di una giovane consorte e dalla nuova paternità, Gere torna in Europa, meno pericolosa per lui, salta sulle barche dei migranti ed esorta noi all’accoglienza, anzi, riserva agli italiani un particolare predicozzo: “In un Paese cattolico come il vostro è inconcepibile una destra che non vuole salvare”.

Il venerando pasionario arriva così  navigando fino ai giorni nostri, ora più che mai infuriato per la rielezione di Donald; adesso poi, è di strada, poiché ha spostato la residenza a Madrid, dice lui, non per la nazionalità della mogliettina, ma perché non vuole vivere in una nazione reazionaria, che non riconosce più come sua.

Ci confessiamo ex ammiratrici di questo soggetto,  di cui i nostri fidanzati e mariti dicevano le peggio cose e che consideravano una star artificiale costruita a tavolino. Oggi, col senno dell’età, riconosciamo che il nostro idolo giovanile sembra un bambino capriccioso che non bisogna mai lasciare senza giocattoli, sennò frigna e fa i dispetti.

Carmen Gueye

carmengueye
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Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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