Le novità sul caso di Emanuela Orlandi e, solo in minima parte, su Mirella Gregori, si accavallano; si impone un riassunto con aggiornamento, a prosieguo dei nostri precedenti articoli: https://secolo-trentino.com/2024/06/07/emanuela-orlandi-la-leggenda-continua/,https://secolo- trentino.com/2022/04/03/il-pastiche-emanuela-orlandi-seconda-parte/, https://secolo-trentino.com/2024/06/07/emanuela-orlandi-la-leggenda-continua/.
E’ il 1983 e la cronaca non manca certo di tragedie, politiche e non. Il 28 gennaio si verifica il rapimento, seguito dall’uccisione, della vigilatrice penitenziaria di Rebibbia, Germana Stefanini, da parte dei “Nuclei per il potere proletario armato” (vittima misconosciuta); a settembre si registra l’ennesimo duplice omicidio a opera del cosiddetto “mostro di Firenze”.
Nel mezzo, tante piccole o grandi vicende.
Roma, via Nomentana, 7 maggio. Un’ adolescente, Mirella Gregori, studentessa del secondo anno di un istituto contabile, esce di casa salutando la madre poiché, a suo dire, le ha citofonato un vecchio compagno di scuola; fa un salto al bar vicino dall’amica del cuore e sparisce.
Roma, piazza Sant’Apollinare, nei pressi di piazza Navona, 22 giugno. Gli allievi dell’istituto privato di musica Ludovico da Victoria, facente capo alle scuole musicali pontificie, escono dalle lezioni alle 19; tra loro c’è la liceale, cittadina vaticana, Emanuela Orlandi, allieva ai corsi di fluato e canto corale, quindici anni e mezzo, che a casa non tornerà più.
La televisione e i giornali mostrano subito un morboso interesse più per la seconda che per la prima, fino alla puntata di Telefono Giallo del 27 ottobre 1987, che abbinerà i due casi, poiché entrambe le indagini erano state subito deviate verso la cosiddetta “pista internazionale”: il papa, la guerra fredda, Alì Agca.
Dopo quattordici anni, nel dicembre 1987, i fascicoli vengono chiusi con ordinanza di archiviazione, decretando un nulla di fatto e negando un collegamento tra le due sparizioni.
A parte qualche episodica ripresa mediatica per riempire i palinsesti e le pagine dei giornali, con accenno a improbabili ritrovamenti di qualche osso nel mare magnum del sottosuolo romano, tutto tace. Nel frattempo se ne vanno la madre di Mirella e i padri di entrambe, siamo al 2004.
Quell’anno cambia la conduzione di “Chi l’ha visto”, programma ormai cult sugli scomparsi, che sta lentamente mutando pelle, trasformandosi in un format crime. Dopo gli anni pioneristici di Donatella Raffai (all’inizio con Paolo Guzzanti, poi sola), e le gestioni, competenti e professionali, di chi le succedette (Di Maio/Graziottin, Giovanna Milella, la compianta Marcella de Palma, Daniela Poggi), si presenta la leonessa del TG3, creatura di Sandro Curzi, Federica Sciarelli. Classe 1958, romana d’origine napoletana, padre alto dirigente statale, stenta pronuncia frammischiata di slang capitolino, atteggiamento noncurante: e il nuovo corso non decolla.
Il 2 aprile 2005 scompare l’iconico Papa Giovanni Paolo II, che si era speso in ben otto appelli complessivi, nell’estate 1983, per le due ragazze (senza mai parlare di rapimento, voce che fu diffusa invece, immediatamente, dalla famiglia). Subito dopo arriva il colpo di scena, a impennare gli ascolti.
L’11 luglio 2005, a fine prima stagione dell’era Sciarelli, lei annuncia grandi novità; il 18 luglio passa una telefonata, non si capisce perché selezionata tra centinaia che giungono con le più scombiccherate ipotesi, in cui una voce, dal tono stridulo e strafottente, afferma:” “Riguardo al fatto di Emanuela Orlandi, per trovare la soluzione del caso, andate a vedere chi è sepolto nella cripta della Basilica di S. Apollinare e del favore che Renatino fece al Cardinal Poletti. E chiedete al barista di via Montebello che pure la figlia stava con lei, con l’altra Emanuela…. e i genitori di Emanuela sanno tutto. Però siete omertosi, non direte un cazzo come al solito”.……., ”(). Allora non lo sapevamo, ma tale farneticazione non fu trasmessa integralmente, si fermò a “Poletti”. Sciarelli, ancora di recente, si è giustificata (male) dicendo che censurarono per via della parolaccia: che poteva benissimo essere coperta da un “bip”. Se l’avessimo ascoltata allora, integralmente, la questione avrebbe preso un abbrivio ben diverso, ma, così tagliata, la frase indirizzava mediaticamente a una crociata contro il Vaticano e lo stato italiano, tuttora in corso. La chiamata non compare nei tabulati del centralino del programma. Si tentò ridicolmente di attribuirla a un componente della (inesistente) banda della Magliana.
Spuntano in trasmissione i fratelli Orlandi maggiori, Natalina dapprima, poi Pietro, quest’ultimo ostentando look da maturo frikkettone, capelli lunghi, orecchini, anellone; lo ricordavamo a Telefono Giallo, aria mite, giacca e cravatta, e notiamo la tendenza alla Benjamin Button, il ritorno al futuro di un cinquantenne, ma al momento la situazione non è chiara.
Lo sarà poco dopo, almeno sul senso che si voleva dare a questa storia. Raffaella Notariale, di “Chi l’ha visto?” ci presenta una “supertestimone” (rango che spetta solo in aula e non certo in una chiacchierata mediatica), tal Sabrina Minardi (ex moglie del calciatore della Lazio Bruno Giordano), oscurata in video: la quale, dopo aver ostentato, anche in un libro che “scriverà” a quattro mani con la Notariale, il suo passato di cocainomane, escort e maitresse (verrà condannata per spaccio e sfruttamento della prostituzione) si effonde su una sua presunta relazione con un certo Enrico de Pedis, durata a suo dire un decennio e sui segreti del “rapimento” di Emanuela da parte della “banda della Magliana” di cui Enrico, detto “Renatino” sarebbe stato a capo. I fatti ci dicono che non ci fu alcuna relazione, ma qualche contatto di natura sessuale.
Esattamente in quel periodo esce il film “Romanzo criminale”, tratto dall’omonimo romanzo scritto da un magistrato, Giancarlo De Cataldo (ancora in attività al tempo): storia di una congrega di feroci manigoldi e di come avrebbero preso in mano, negli anni settanta/ottanta, il malaffare romano e nazionale, dal traffico di droga agli omicidi politici: regia di Michele Placido, interpreti varie star come Pierfrancesco Favino e Claudio Santamaria. Il penname giornalistico nostrano ci metterà poco a identificare nel protagonista, “il Dandy”, proprio De Pedis.
Ne scaturirà un’indagine durata otto anni, dal 2008 al 2015, sulle affermazioni di questa signora (deceduta nel 2025). La donna, che in un primo tempo, dal ricovero per disagiati in cui vegetava, aveva negato di saperne qualcosa, improvvisamente si ricorderà di tutto: peccato fosse un tutto sbagliato. Ella formulerà una serie di deliranti piste, in contraddizione l’una con l’altra, dando per vivi dei morti, in un mucchio di selvaggio dove infila sue personali fantasie, dal cardinale Marcinkus (che violenta Emanuela urlante) a Giulio Andreotti (con la moglie tanto “caruccia”), sistemando il racconto secondo come le girava al mattino e calunniando chi le capitava a tiro. Questa è la stessa persona comparsa in Vatican girl (pagata, immaginiamo), bolsa, menomata, bisognosa di cure e in stato confusionale, a ribadire le sue menzogne.
Menzogne sono, non solo per l’assurdità dei racconti, non confermati da uno straccio di riscontro, ma perché tali sono state dichiarate in una ordinanza di archiviazione del 2015, che spiega per filo e per segno come abbiamo sprecato anni e risorse dietro a una abietta favola: ingigantita a mezzo stampa, con indagati innocenti come don Pietro Vergari, rincorso da certi “giornalisti” e ancora di recente oggetto di derisione da parte della Sciarelli, senza rispetto per le sentenze e con sensibilità pari a zero.
Per non farci mancare nulla, e caricare di spese lo stato italiano, è stata profanata la tomba di Enrico de Pedis, legittimamente sepolto in uno scantinato della chiesa di Sant’Apollinare a spese dei familiari (desiderio della vedova, che abitava nei pressi e per interessamento di don Vergari, cappellano del carcere dove De Pedis aveva trascorso alcuni anni), per vedere se Emanuela, scomparsa nel 1983, fosse stata ficcata insieme a questo disgraziato, deceduto nel 1990 ( e gli altri sette anni? In freezer? ). Va ricordato che Enrico morì in un agguato a Campo de’ Fiori, a opera di un commando mai identificato di personaggi, probabilmente alcuni “pentiti” che lo avevano accusato ingiustamente (assolto da tutto), desiderosi di vendicarsi per la sua liberazione e il suo recente matrimonio con una donna a posto.
E’ uscita anche una cassetta con gemiti e gridolini da sesso estremo, nei quali la famiglia insinua identificarsi la povera Emanuela rapita e brutalizzata; l’ordinanza di archiviazione riporta una perizia secondo cui la voce è compatibile con quella della Minardi.
Non bastasse ci si mette anche un certo Marco Fassoni Accetti, il quale sostiene di aver adescato entrambe le fanciulle per un gioco di ricatti tra fazioni vaticane più o meno contrarie al dialogo col blocco sovietico; e porta un flauto alla Sciarelli, invece di recarlo in procura, gabbandolo per quello della Orlandi, il che evidentemente non è.
La seconda archiviazione, che smantella anche le visioni di Fassoni Accetti, è frutto di una decisione collegiale dei magistrati incaricati; i familiari delle ragazze presentano opposizioni, discordanti nel contenuto dall’uno all’altro, con motivazioni fuor di logica, che verranno respinte da GIP e Cassazione.
Fin qui, nonostante la vicenda sia deprecabile sotto ogni punto di vista, tutto poteva rientrare in una triste storia di giovanette irretite e condotte verso un tragico finale, non le sole ( e tanto riguarda anche giovani maschi).
Purtroppo i media, primo fra tutti la suddetta trasmissione, con la grancassa di quasi tutte le emittenti, televisioncine di paese, testate de noantri, pseudocriminologi con misconosciuti accrediti in atenei incontrollabili, senza alcun rispetto per le sentenze di proscioglimento e assoluzione, non hanno sollevato le fauci dal “fiero pasto” del cui sangue (di innocenti) non erano mai sazi.
Pietro Orlandi, secondogenito della nidiata di cinque, ha intrapreso, da allora, una crociata contro Il Vaticano, stato a cui appartiene, in cui vive come pure sua moglie (entrambi dipendenti IOR, lui entrato con una raccomandazione di papa Wojtyla) e ancora sta sua madre (con tutti i benefit del caso), sostenendo di volta in volta tutte le tesi che gli saltavano in mente, che elenchiamo:
colpa del cardinale Marcinkus, definito un “poco di buono” (morto quasi in povertà nei nativi USA, nel 2006);
colpa del papa polacco che di sera usciva per torbidi scopi;
ancora Enrico De Pedis, morto incensurato e diffamato unitamente alla moglie funzionario IACP, morta di dolore per le calunnie
colpa della banda della Magliana, che peraltro le sentenze hanno stabilito non essere mai esistita
Colpa dei NAR, che l’hanno segregata a Londra, mettendo a guardia Vittorio Baioni (che non ha mai messo piede a Londra e ha querelato Orlandi)
Colpa del Vaticano in generale – a tal fine Pietro ha esibito dei fogli falsi con finte spese per la prigionia della sorella, pure sbagliati come data, perché risulterebbe detenuta da gennaio 1983, mentre è sparita a giugno.
Gli hanno dato man forte vari pennaioli, sostenendo che il Vaticano non ha mai collaborato, ma è vero il contrario, e abbiamo tutte le risposte alle rogatorie italiane (che qualcuno in procura non si è mai deciso a mostrare); considerato poi che gli Orlandi hanno presentato la denuncia di scomparsa alle LORO autorità solo nel 2017, e solo da allora i giudici pontifici (laici) hanno potuto iniziare delle indagini in proprio. A proposito di tale fattispecie, uno dei magistrati vaticani è stato a lungo Gianluigi Marrone, per cui lavorava Natalina Orlandi alla camera dei deputati (l’uomo, deceduto nel 2009, rivestiva anche l’incarico di consigliere capo servizio dell’avvocatura di Montecitorio, dove la maggiore degli Orlandi era stenodattilografa).
E’ stato però anche sostenuto, del tutto lisergicamente, che Emanuela sarebbe viva:
in Turchia, sposata con uno dei rapitori, madre di due figli, tesi sostenuta dall’ex magistrato Ferdinando Imposimato, per un periodo avvocato di Agca, poi della madre di Emanuela (!)
in Marocco, assoldata dalla Jihad
a Parigi per qualche tempo
monaca di clausura in Lussemburgo: tesi propagandata dal fratello che sostiene di essere andato lassù inutilmente, a verificare
monaca in Austria (tesi Lele Mora)
ospitata dal principe del Liechtenstein
in Repubblica Ceca
transitata per Bolzano, a seguito di un agente segreto tedesco, per poi sparire verso ignota destinazione, forse in Olanda.
Nel 2024, su iniziativa di PD, Azione e Movimento 5 stelle, si è formata una commissione bicamerale d’inchiesta sui due casi, sull’onda delle emozioni scatenate dalla docuserie “Vatican Girl”, un minestrone zeppo di inesattezze e insinuazioni rivelatesi bluff o bufale, il cui ultimo fine pare soltanto screditare l’Italia, paese di sudici papisti mafiosi. Non si capirebbe altrimenti perché sprecare tempo e risorse di deputati e senatori per due tra i tanti scomparsi nel nostro paese.
I lavori, che il nostro canale https://www.youtube.com/@carmengueye8050 (unico a farlo) segue costantemente con la lettura delle audizioni, spesso secretate senza apparente motivo, hanno mostrato la vacuità del circo mediatico messo in piedi in questi 42 anni, ma anche lo scarso coraggio nell’affrontare l’unica pista rimasta, dopo la misera caduta di tutte le altre: quella amical/familiare.
Nel 2023 è emerso un carteggio, acquisito dalla procura di Roma, che ha aperto un fascicolo. Si è così scoperto che nel 1978 Mario Meneguzzi, marito di Lucia Orlandi, zia paterna di Emanuela, aveva corteggiato con insistenza Natalina, sorella maggiore della ragazzina sparita, proponendole di fuggire insieme e minacciando di farla licenziare dalla Camera dei deputati, dove l’avrebbe fatta assumere (anche due figli di questi zii lavoravano lì, uno dei quali assunto pur avendo precedenti nell’area dell’Autonomia).
Il fatto è conclamato e non necessita di conferme. Natalina e il suo allora fidanzato, Andrea Ferraris, dopo la scomparsa di Emanuela, si affrettarono a confermare l’increscioso episodio ai Carabinieri e al giudice Sica, secondo titolare dell’indagine, che però non trasmise le informazioni ai successori come patrimonio acquisito.
Mario Meneguzzi si era già fatto notare ai tempi della scomparsa; aveva gestito le fantomatiche telefonate, probabilmente farlocche, con una voce attribuita a Emanuela e un sedicente “americano” che sosteneva di detenerla, ma non fornì mai prove; in compenso, letterine, foglietti e altre chiamate in giro, per esempio a compagne e concittadine, deviarono subito l’attenzione sull’idea del sequestro da parte di terroristi ostili al Papa.
Incredibilmente Natalina e Andrea, pur sapendo dei deprecabili atteggiamenti dello zio, non si opposero a che l’uomo prendesse in mano i contatti (anche clandestini) con soggetti vari; perfino i famosi manifesti con l’effigie di Emanuela conciata da hippy ( che non la raffigurava in modo chiaramente riconoscibile) pare siano stati scelti da personaggi esterni alla famiglia e stampati in una tipografia gestita da Mario (che alla Camera gestiva la buvette senza averne la qualifica) e suo fratello. Mario era braccio destro del vicepresidente della Camera, Mario Peruzy, da cui pure Natalina ha detto di essere stata molestata; e tuttora non ha un alibi per le ore della scomparsa della nipote.
Il primo magistrato incaricato di indagare, Margherita Gerunda, dichiarò di aver tenuto alla larga Meneguzzi dai corridoi di palazzo di giustizia, dove si aggirava come “delegato” della famiglia, per chiedere notizie sull’andamento delle ricerche.
Le indagini proseguono, di recente trattate nel programma di Rai 3 “Lo stato delle cose”, condotto da Massimo Giletti, che subito Pietro Orlandi ha tacciato di “pagliaccio”, “co.glione” e venduto.
Pietro ha avuto gioco facile nel puntare il dito contro la chiesa cattolica, oggi detestata da molti (benché lui e i suoi parenti ne abbiano ricavato solo vantaggi), ignorando sentenze, atti, verbali e andando in giro per sbalestrate “conferenze” o sit in, a volte proferendo volgarità indegne di un consesso civile. Durante una di queste, addirittura a La Sapienza, nel 2024, il preside di facoltà, invitato, ha dichiarato di non aver ben capito quale fosse l’argomento in trattazione.
A quanto si sa, gli Orlandi non hanno mai pagato i loro legali, a differenza dei poveri Gregori.
Eppure spesso le indagini toccano in primis le famiglie. Si pensi al papà dei fratellini Pappalardi, incarcerato con l’atroce accusa di aver soppresso i suoi bambini, poi scagionato da tutte le evidenze e dalla stessa che lo aveva accusato, una pestifera ex moglie. Ma in questo caso, è vietato: si scatena una raffica di odiatori di professione, disposti anche a minacciare privatamente chi se ne occupa (ne sappiamo qualcosa).
In tutto questo brodo infame scompare la figura di Mirella Gregori. Associata a forza al caso della coetanea vaticana, che non conosceva, cercando i media di affibbiare responsabilità a un gendarme vaticano che nulla aveva a che fare con la situazione, oggi Pietro Orlandi dichiara (dopo aver ostentato amicizia fraterna con la sorella Maria Antonietta Gregori) che di quel caso non gli importa più niente, perché tanto “il Vaticano non c’entra” e avanzando perfino insinuazioni su un ex compagno di scuola della giovane (garantismo, zero).
A ridosso delle feste natalizie si è saputo di un avviso di garanzia a carico di Laura Casagrande, un’ allieva della scuola di musica, che non avrebbe dichiarato il vero al pubblico ministero su quel 22 giugno. Ma noi che abbiamo letto le audizioni (quelle disponibili) sappiamo che nessuno è stato lineare, che quasi tutti i presenti di allora si sono contraddetti e qualcuno ha mentito platealmente, su dove fosse e cosa facesse esattamente in quei momenti Emanuela: una figura evanescente, descritta in crisi e poco integrata sia come aspirante flautista/corista che nella classe di liceo scientifico dove aveva subito due rimandature, in latino e francese; che avrebbe disertato l’appuntamento al ponte Sant’Angelo con la sorella minore Cristina, per involarsi verso un destino che forse conosceva solo lei, così come tanti altri ragazzini spariti per sempre in Italia prima e dopo d’allora.
Carmen Gueye


