Fausto Coppi: vita tumultuosa

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Angelo Fausto Coppi nacque a Castellania, frazione di Novi Ligure, nel 1919, un territorio disegnato a dolci colline coltivate a orti e vigne, con crinali luminosi e ampie prospettive. In tutto erano quattro figli, tra cui Serse, di una coppia contadina non povera, anche se modesta.

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Fausto, di pochi studi per forza maggiore, era esile per sopportare il duro lavoro dei campi. Fu mandato a fare il garzone da un salumiere e iniziò a spostarsi con la bicicletta, regalo di uno zio. Rivelò le sue doti, iniziando a gareggiare a livelli sempre più alti. Vinse la prima volta da dilettante nel 1939, ma già nel 1940 si aggiudicò il giro d’Italia.

Mingherlino sì, ma con muscoli e cuore d’acciaio, e pulsazioni lente, Fausto era imbattibile in salita, osso duro anche in discesa. Il suo viso, dai lineamenti scolpiti e irregolari, era ingentilito da occhi grandi dall’espressione timida. Anche dal punto di vista caratteriale si poteva incorrere in equivoci. Non era un cerbiatto indifeso, con la sola dote di due gambe di potenza nucleare, ma un tipo determinato e scaltro.

Ne sapeva qualcosa il sanguigno, toscanissimo e generoso Gino Bartali (1914/2000) e indiscussa star della Bianchi: quando Gino se lo ritrovò in squadra dovette ristabilire, con modi spicci, i rispettivi ruoli, poiché Fausto, in modo silenzioso e sotterraneo, gli stava portando via il sellino da sotto le terga. Tuttavia in pubblico i due si comportarono sempre con fair play.

Fausto fu anche, nei primi anni, più fortunato, perché più giovane, aiutato dalla sua aria sempre defilata. Mentre Bartali recalcitrava a omaggiare il fascismo, Coppi riuscì a sfuggire a questo clima; più in là, quando tali pressioni avrebbero potuto manifestarsi, era scoppiata la guerra e il ciclismo serviva a distrarre, senza andare per il sottile con le appartenenze politiche.  Peraltro il conflitto coinvolgeva anche gli sportivi. Coppi perse quattro preziosi anni e si ritrovò prigioniero in Algeria, nel 1943, finché poté tornare in patria nel 1945.

Già nel 1942 gli era capitato un infortunio al Vigorelli, con la rottura della clavicola, e non sarà l’ultimo. Lo rimetteva in sesto il suo massaggiatore non vedente, Biagio Cavanna. Queste figure formavano, allora ancor più che oggi, una categoria detentrice di grande potere, soprattutto su questo tipo di campioni. Esse risultavano depositarie di segreti sia fisici, che il tocco e i contatti sulle fibre muscolari consentono, che psicologici e privati. Entravano in confidenza, risultando a mezzo tra terapisti, confessori e ” life coach”.

Nel 1946 giunse il primo trionfo alla Milano – Sanremo, e a…ruota, Fausto divenne campione d’Italia e poi del mondo. Le vittorie, d’altronde, non si contano.

Nel 1948 si puntò sul ciclismo per alleggerire la cupa atmosfera post bellica, che aveva generato l’attentato a Palmiro Togliatti.

A guerra finita il duello tra Coppi e Bartali era in pratica istituzionalizzato, superando in fama quello tra  Binda e Girardengo. Non mancarono le autoparodie. I due comparvero anche nel film “Totò al giro d’Italia”,  in una piccola interpretazione di se stessi, aiutando il primo successo cinematografico del principe De Curtis; furono ospiti da Mario Riva, nell’allora famosissimo programma “Domenica è sempre domenica” canticchiando le solite allusioni alla loro rivalità.

Nel frattempo Fausto aveva sposato la riservata Bruna Ciampolini, genovese di Sestri Ponente, ed era nata la figlia Marina. Si sa poco di questo spaccato familiare,  a parte ciò che lei racconterà diversi anni dopo, in una vecchia intervista a Emilio Fede. Nell’occasione, in una televisione in bianco e nero, e nello scenario di una stanza che non tradisce lussi, ella si limita a raccontare, vestita modestamente, malinconica e con stringate frasi, qualcosa della loro storia e del loro ménage, prima  dell’irruzione dell “altra”, cui non accenna mai.

Fausto incassò molte tragedie, fino a quella finale. Con Gino Bartali condivise la perdita dei rispettivi fratelli, entrambi in gare, e forse destinati a un futuro di buon livello. 

Fausto col fratello Serse (1923/1951)

Negli annali è rimasta la scena dei due  rivali che si porgono la borraccia, al tour de France del 1952, distrutti dalla fatica; ma il fotografo che immortalò l’evento non fu in grado di spiegare chi dei due l’avesse passata all’altro.

Nondimeno il toscano aveva un carattere assai diverso e, toccato anche da perdite dei familiari in guerra, era uso a seguire obiettivi sicuri, senza distrarsi. La famiglia per lui era davvero tutto. La moglie di Gino viene descritta come una donna solare e solidale a tutto tondo con le scelte del marito: una che teneva in pugno la situazione durante l’assenza del marito.

Bruna Ciampolini, invece  esce dalle testimonianze un po’ diversa, meno serena,  come inacidita e invidiosa del successo di Fausto. Perché non ipotizzare che l’amore fosse finito?

Nel libro “Coppi e il Diavolo”  Gianni Brera, leghista ante litteram, sostenitore sprezzante di una fiera lombardità, appena allargata al nordismo, ci dipinge in toni marinettiani un Coppi con l’unica colpa, meschino lui, di un cattivo rapporto con il sesso. Ciò sarebbe da addebitare alla rigida educazione, di tipo più calvinista che cattolico, assorbita con le brume attorno alle cascine del basso Piemonte. E meno male che il Gianni era un suo paladino, mentre definiva Bartali ” un Bertoldo”; quanto ad altri ciclisti, più “meridionali” come Vito Taccone, Brera rasentava l’insulto bello e buono.

Giulia Occhini Locatelli, cioè ‘l’altra’, in questi racconti, entra in scena tra luci e ombre, quasi come un disturbo non previsto: la giovane, bella e disinvolta moglie annoiata di un medico tifoso proprio di Coppi , all’inseguimento del suo idolo. Forse Giulia lo intuiva investito di una fisicità che nella sua villa varesotta latitava. La donna è  sempre stata descritta come una pasionaria incosciente e biancovestita, che si diverte a molestare le carovane ciclistiche accelerando a tutta manetta sulla sua auto sportiva. Va anche detto che risultò infastidita dall’appellativo di “Dama bianca”, nato per una circostanza occasionale, mentre di solito indossava abiti dai colori scuri.

Giulia vicino a Fausto

Il resto è noto e raccontato in ogni modo. Tira e molla si susseguirono, mentre Giulia interrompeva la nascente relazione dicono perché incinta del marito; poi la passione che li travolse; le irruzioni dei carabinieri per sorprendere i due a letto, trovando lui solo, quando, all’obiezione ” ma il letto è a due piazze” si sentirono rispondere da Fausto “Mi piace dormire comodo”; la Occhini incarcerata per il reato di adulterio (a carico solo delle donne  e abolito nel 1968), inseguita dalle casalinghe marchigiane a male parole, come simbolo della rovinafamiglie.

Ricordiamo ancora Brera, narrare del dottor Locatelli che, gelido, chiede al “rivale” quanto voglia per prendersi quella tr….” e  di lei che reagisce a calci verso il marito:  tale epiteto Fausto sentirà attribuire alla sua compagna da molti tifosi avversi. Seguì la nascita del bambino a Buenos Ayres, per potergli dare il cognome e acquisire una sorta di rispettivi divorzi e nuovo matrimonio “sulla carta”, da registrare in Italia: magari dopo gli annullamenti  alla Sacra Rota, o in caso fosse passata, un giorno, l’agognata legge sul divorzio.

I due “adulteri” portarono il piccolo Faustino, nato nel 1955, dalla matriarca Coppi, che, sempre secondo Brera, accettò la situazione confermando “sì, questo è proprio tuo figlio”. La circostanza potrebbe essere spia di cattivi rapporti tra la mamma di Fausto e la ex nuora Bruna: persa senza troppi rimpianti, a parte il dolore di non poter mai più rivedere la piccola Marina.

Dopo qualche decennio, nei liberati anni settanta, si riscoprirà la storia, ed ecco allora ricomparire in scena Giulia. Ospite di Maurizio Costanzo ancora in RAI, non si smentirà: il tono sicuro, un tocco d’arroganza, quasi di sicumera, sempre bella, dichiarò che nella vita si ama una volta sola e per lei l’amore fu Fausto: stop. In altre interviste non mancò di lanciare strali contro il meschino mondo del ciclismo e chiamare Bartali ” un cretino”.

Tanta ostilità appare ingiustificata verso “Ginettaccio”. Egli era sempre stato sodale di Fausto; risulta che Bartali, pur senza approvarlo, almeno in pubblico mai lo condannò, accordandogli una rispettosa complicità maschile. Evidentemente la Occhini aveva personali motivi di acrimonia.

Una volta sola, nella casa coniugale di Novi Ligure, Giulia crebbe Faustino e ritrovò l’affetto della secondogenita Lolli,  che andò a vivere con lei, ma si spegnerà ancor giovane per leucemia.

In zona non sono mai mancati i ritratti di Fausto, appesi al muro nei bar o in qualche ritrovo che lo aveva visto sfrecciare nelle strade circostanti; esiste la cima Coppi allo Stelvio; sul passo della Bocchetta, che segna il confine tra il genovese e l’alessandrino, c’è un bassorilievo a lui dedicato.

I tifosi del tempo non gli perdonarono mai del tutto la svolta personale; nella migliore delle ipotesi gli davano dell’ingenuo, per non essersi limitato a un’avventura; i più severi deprecavano del tutto lo sfracello provocato a due famiglie, senza mai smettere, però, di amarne la figura di gloria locale e commuoversi al suo ricordo.

Faustino, quando intervistato, risponde con pacatezza, smentendo chi sostiene che gli ultimi anni di unione dei genitori fossero stati turbolenti, come si vede nella fiction interpretata da Sergio Castellitto e Ornella Muti;  testimonia viceversa del loro affiatamento, che però verrà dai ricordi di mamma Giulia o da  poco più di un’immagine sfumata nella sua mente, visto che perse papà a quattro anni. Rammenta però le ultime parole del padre, prima di essere portato all’ospedale dove spirerà: “Fai il bravo”.

Faustino si è sempre rammaricato per la freddezza della sorellastra Marina, che tagliò fuori tutti i Coppi dalla sua vita e lo salutava appena, solo perché costretta, alle cerimonie ufficiali cui erano entrambi invitati. Nel 2019 però, in un programma RAI, sono apparsi insieme.

Giulia, di cui si è sempre favoleggiato –  chiacchiere su nuovi partner e giri in Ferrari, mai digerita dalla impettita borghesia campagnola piemontese –  morì dopo mesi di coma, a seguito di un incidente stradale avvenuto il 6 gennaio 1993.

La carriera di Fausto è leggendaria, anche se non scevra di sussurri e insinuazioni. Le accuse di doping (clamorosa la voce su punture nelle gengive per buttarsi a scapicollo nelle discese) venivano da lui rispedite al mittente come malignità, messe su da chi gli voleva male e peggio conosceva il ciclismo: le discese sotto effetto di doping, secondo lui, sarebbero durate ben poco. Tuttavia fece qualche allusione alla “bomba”…

Nel 1959 Coppi accettò di recarsi in Alto Volta, paese dell’Africa sub – sahariana ( ora conosciuto come Burkina Faso) per una corsa in compagnia di alcuni colleghi, tra cui il francese  Geminiani, seguita da una breve vacanza con safari.  Nei filmati Fausto appare sorridente e pronto a godersi l’esperienza.

Geminiani,  tornato in patria, ebbe qualche malessere e gli fu diagnosticata la malaria: curato, guarì senza problemi. Fausto, a propria volta, accusò dei disturbi.

Certamente ogni organismo ha reazioni differenti e forse Fausto era più debole rispetto all’amico, a causa di vicissitudini psicofisiche che avrebbero potuto indebolirne la reazione e rallentarne la ripresa, ma era pur sempre lui: un coriaceo, avvezzo a valicare passi alpini con le stalattiti di ghiaccio sul berretto e a divorare, d’estate, chilometri di infuocate pianure infestate di nugoli di zanzare, di quelle che mangiano vivi e che bene conosceva in Piemonte.

Per queste ragioni la sua improvvisa morte, il 2 gennaio 1960, rappresentò un fulmine a ciel sereno, proprio quando una nuova società, più tollerante e svagata, stava accettando la sua situazione personale, una tra le tante che ormai proliferavano sia nel mondo dello spettacolo che nella vita reale: lentamente, ma inesorabilmente.

Perché il campione, celebrato in seguito da cantori come il conterraneo  Paolo Conte,  non fu curato? E in pratica, come accusò inascoltata la Occhini, fu lasciato morire? Ognuno può darsi le risposte che crede: sfortuna, negligenza?

Per anni fu un tabù anche solo parlarne; in seguito il ciclismo passò alquanto di moda; morirono o invecchiarono i testimoni di un’epoca. Qualcuno preferì dedicarsi a tutt’altro: ricordiamo Bartali ( di cui si ricordano difficoltà economiche per investimenti sbagliati) addirittura condurre un’edizione di “Striscia la Notizia”.

Ma, proprio quando il ciclismo sembrava dover essere relegato a passatempo per paesani annoiati o anziani nostalgici, esso è risorto. Innanzitutto, dopo anni di pigrizie automobilistiche, gli italiani hanno riscoperto la bici e l’industria altro non aspettava che vender loro nuovi modelli di due ruote, caschetti  e tutine bioniche; poi sono entrate ” in pista” – è il caso di dirlo – nuove generazioni di professionisti, come usciti da un laboratorio, complice anche la caduta del muro di Berlino. Così si è rinnovata anche la rosa dei nomi, togliendoci un po’ dal tedio di quei soliti fiamminghi o bresciani, grazie all’irruzione di russi, americani e spagnoli.

Dallo scomparso “professore” Fignon, ad Armstrong, risorto da un terribile male, fino al  fragile Gianni Bugno e allo statuario  e nudista Cipollini, ci siamo ritrovati uno sport trendy: con tutti i tipi umani in gioco, ammassi di bici con incidenti anche mortali, da far invidia alla Formula Uno (che invece, adottate misure opportune, non ne registrava più), gossip e insinuazioni degni di Hollywood Babylonia.

Il circo rimase frastornato il 14 febbraio 2004, alla morte del “pirata”, il trentaquattrenne  romagnolo Marco Pantani. Vedi nostro articolo https://secolo-trentino.com/2023/09/13/marco-pantani-ovvero-della-morte-mediatica/

Resta  la nostra nostalgia per quelle immagini di scabre montagne, pesanti velocipedi e timidi ex ragazzi di campagna, assurti alla fama, ma mai dimentichi del loro passato.

Carmen Gueye

Carmen Gueye
Carmen Gueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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