martedì, Febbraio 10, 2026
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Claretta Petacci: “femminicidio” necessario?

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Benito Mussolini, romagnolo sanguigno come i suoi conterranei, nato nel 1883 a Predappio, in provincia di Forlì, era figlio di un fabbro e di una maestra; divorato dall’ambizione, di sangue socialista, fece l’insegnante elementare e il giornalista. Dapprima neutralista, poi interventista, si dice che il suo successo fosse dovuto al sostegno di un manipolo di industriali milanesi  atterriti dal comunismo e finanziato dalla Francia, a cui serviva un’Italia in guerra. Guardato con interesse da Churchill, ma anche da Gandhi, che per un momento (forse provato dai digiuni) contò su di lui in funzione anti britannica, Benito finì nelle braccia di Hitler. Questa non è la sua storia, ma lui è nella storia.

Dicono che la marcia su Roma doveva essere poco più di una manifestazione tra l’antagonista e il facinoroso. L’Italia attraversava un momento di disordine, ovvero la sua ordinaria amministrazione, con il secondo mandato di Luigi Facta.

“…la Conferenza di Versailles (1919-1920) avrebbe alimentato presso significativi settori dell’opinione pubblica l’idea della  “vittoria mutilata”, per il mancato riconoscimento all’Italia di alcuni territori come Fiume, che venne “abusivamente” occupata dal  D’Annunzio…Mussolini non risultò giuridicamente un dittatore per l’assunzione di un potere sine titulo – ipotesi che avrebbe potuto verificarsi  se con la c.d. “Marcia” fosse riuscito a portare a termine un colpo di Stato – bensì quoad exercitium, almeno a far data  dalla svolta del 1925…Vittorio Emanuele III, dal canto suo, il 26 gennaio del ’41, in un momento di sconforto retrospettivo, avrebbe poi  confidato al fedelissimo Aiutante di Campo, gen. Puntoni, le ragioni che lo avevano spinto ad accettare l’avventura fascista: “Nel ‘22 – disse – ho dovuto chiamare  al Governo quella gente, perché tutti gli altri, chi in un modo, chi nell’altro, mi hanno abbandonato. Per 48 ore io in persona ho dovuto dare ordini direttamente al Questore ed al Comandante del Corpo d’Armata, perché gli italiani non si ammazzassero tra di loro”.vagliomagazine

“…Poche ore dopo, alle 16, ma a parecchi chilometri di distanza, al Viminale, parte una seconda comunicazione, questa volta firmata Facta e Taddei e diretta al Prefetto e al Comandante del Corpo d’Armata di Roma. È il telegramma numero 23859 ed è laconico: «Avvertesi che disposizioni odierno telegramma n. 23859, circa Stato d’Assedio, non debbono aver corso». Mussolini intanto è ancora a Milano e ci resterà per quasi altre 24 ore. La marcia su Roma non è ancora arrivata a Roma, ma ha già avuto successo: Facta si è dimesso e Vittorio Emanuele III avvierà presto le consultazioni. Ha già un nome in testa, quello di Benito Mussolini…” Slow News

“…L’Ordine Nuovo fondato da Gramsci ben lungi dall’allarmarsi minimizzava e sbeffeggiava: “Dopo la carnevalata napoletana, avvenuta nel paese di Pulcinella, è ormai evidente che il fascismo è in via di disgregazione”. “Tanto è solo una lite tra borghesi, a noi non interessa”, confermavano i capi del socialismo massimalista e del comunismo partendo per Mosca verso la III Internazionale. E la miopia non si diradò nemmeno due anni dopo, con l’assassinio di Giacomo Matteotti, se Gramsci ancora diceva al Partito Comunista che “il fascismo è un cadavere che aspetta solo di essere seppellito” (agosto 1924), e Filippo Turati rassicurava la compagna Anna Kuliscioff, “tranquilla, ormai il fascismo è un impiccato che si mantiene per la stessa corda che lo impicca”…Mussolini voleva ottenere ministeri chiave per alcuni esponenti fascisti, ma non intendeva diventare presidente del Consiglio. Questo invece fu deciso la sera del 27 ottobre da Michele Bianchi, segretario del Partito nazionale fascista, che spinse un Mussolini esitante a imporre il suo nome. Vinsero la loro marcia sul potere contro le istituzioni democratiche grazie a questa combinazione originale: ricattare con la minaccia delle armi, mentre si trattava».

Dunque Mussolini subì una sorta di forzatura?

“…Non era nei suoi piani andare personalmente a guidare il governo, fu messo davanti al fatto compiuto da Bianchi. Contemporaneamente la sera del 27 ottobre 1922 gli squadristi cominciarono ad occupare città del Nord e della Toscana e la Marcia si compì a Roma solo quando Mussolini ebbe l’incarico dal re di formare il nuovo governo: paradossalmente la Marcia su Roma non è il 28 ottobre, data scelta dal Fascismo per le celebrazioni, ma il 30, quando Mussolini ottenne formalmente l’incarico e le porte della Capitale si aprirono pacificamente all’ingresso di alcune migliaia di camicie nere che erano state fermate dalla forza pubblica a 80 chilometri da Roma”.  Intervista a cura di Marcello Staglieno e pubblicata sul numero di Storia illustrata, n.336 (novembre 1985), p.54-61 – lavvenire.it

Il fascismo è segnato, oltre che dalla disfatta in guerra, da due svolte particolarmente dolorose: l’omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti, il 10 giugno 1924, e le cosiddette “leggi razziali” approvate il 17 novembre 1938.

“FU UNO SPORCO AFFARE DI PETROLIO”

“L’assassinio di Giacomo Matteotti non fu un delitto politico, ma affaristico. Mussolini non aveva alcun interesse a farlo uccidere” dice il figlio del deputato socialista. “Sotto c’era uno scandalo di petrolio e la longa manus della corona. La verità verrà presto a galla”.

Ciò che sembra più degno d’attenzione del libro di memorie di Matteo Matteotti (Quei vent’anni. Dal fascismo all’Italia che cambia, edito da Rusconi) è l’ultimo capitolo. Capitolo che, sulla base di nuovi elementi (ricollegabili a cose che vennero scritte nel 1924 e in anni successivi), sembra aprire inquietanti interrogativi sull’assassinio di Giacomo Matteotti. Questi: Vittorio Emanuele III ebbe una parte decisiva nel delitto? Il Re era implicato in quello “scandalo dei petroli” (l’affare Sinclair) di cui parlò e straparlò la stampa del tempo e, scoperto da Matteotti, manovrò per assassinarlo? In proposito, l’ultimo capitolo del libro è reticente: si limita a collegare (sempre naturalmente sul piano dell’ipotesi) l’uccisione di Giacomo Matteotti allo scandalo Sinclair…”

Canali evidenzia un’altra situazione molto interessante, che fa riflettere: Velia Matteotti, moglie del deputato social-unitario, e i figli Giancarlo e Matteo (quest’ultimo sarà esponente del Psdi di Giuseppe Saragat, partito “erede” del Psu turatiano), non accuseranno mai il dittatore fascista e non faranno mai causa al Regime per l’omicidio del parente, neanche quando il fascismo crolla definitivamente nel 1945 e quando il neonato sistema postfascista imbandisce un processo che riapre il caso nel 1947, in quanto il fascismo, come spiega lo storico, ne aveva comprato il silenzio, risanando le finanze disastrate della vedova, quasi sull’orlo del totale fallimento, la quale avrebbe ricambiato con un silenzio durato tutto un Ventennio…Secondo Maurizio Barozzi, esponente di spicco della Federazione nazionale combattenti della Rsi (FNCRSI)…quel delitto ebbe una triplice finalità: 1. eliminare un uomo (Matteotti) in procinto di denunziare una serie di scandali che avrebbero coinvolto vari settori dell’industria e della finanza, e soprattutto casa Savoia; sbarazzarsi di un capo di governo (Mussolini) che con il suo dirigismo nella prassi di governo, non consentiva ai grandi gruppi speculativi, alcuni sorti anche all’ombra della Presidenza del consiglio, di trafficare in ogni campo. Gruppi finanziari e speculativi, a cominciare dalla Commerciale di Toeplitz, che pur avevano investito forte sul fascismo e nella marcia su Roma; far saltare certi progetti, che già nel 1923 si delineavano nella mente di Mussolini, circa una apertura ai socialisti e ai confederali e verso la Chiesa, prospettiva quest’ultima alquanto temuta dalla massoneria». Linterferenza.info

“…Franco Scalzo, autore di due libri sul caso Matteotti (uno edito da Savelli il 1985, l’altro dal Settimo Sigillo il 1996) ritiene che il mandante del delitto Matteotti fosse addirittura Churchill e che Amerigo Dumini fosse un agente segreto dei servizi inglesi. Un delitto per mandare in crisi il fascismo: “Mussolini si assume, per intero, la responsabilità del crimine perché, altrimenti, sarebbe costretto a denunciare quella del gotha finanziario che ha foraggiato la marcia su Roma” e che lo avrebbe disarcionato. Tesi che sembrò trovare conferma vent’anni dopo, al tempo della Repubblica di Salò, nelle confidenze di Mussolini a Carlo Silvestri. Un fatto è certo: tutti gli autori del rapimento e delitto Matteotti a partire da Dumini erano massoni, come massoni erano coloro che sono stati in vario grado coinvolti nella vicenda: da Emilio de Bono a Filippo Naldi, da Rossi ad Aldo Finzi…” Marcelloveneziani.com – 6 giugno 2024

“… Lo svolgimento della vicenda passa attraverso due nodi fondamentali. L’origine del delitto (più affaristica che politica) ed i mandanti della Ceka che con la soppressione di Matteotti si prefiggono un duplice obiettivo: eliminare un testimone scomodo e costringere Mussolini a gettare la spugna. L’operazione riesce solo a metà, come tutti sanno…” Giuseppe Rossigni per pionierieni.it

Le leggi razziali

“…La poderosa opera di Alberto Bernardino Mariantoni…è dedicata alle «sciagurate» leggi del 1938, come da pertinente definizione del Professor Augusto Sinagra…In sintesi, si tratta di norme giuridiche che statuivano il divieto di matrimoni misti fra coniugi appartenenti a «razze» diverse; ponevano discriminazioni in materia d’insegnamento a carico di docenti e discenti, formulate in base alla stessa pregiudiziale; e infine, introducevano limiti discriminanti in materia economica e patrimoniale. Il primo gruppo di provvedimenti ebbe valenza generale (anche allo scopo di prevenire commistioni che, come scrisse Indro Montanelli in pagine rimaste famose, erano diventate prassi ordinaria soprattutto nelle colonie africane con la diffusione del cosiddetto «madamismo»), mentre gli altri furono destinati agli Ebrei, che Mariantoni definisce più specificamente «giudaiti» (alla luce di precise motivazioni storiche e culturali).

Di fatto, le leggi razziali, rimaste in vigore fino alla caduta del fascismo e all’avvento del Governo di Pietro Badoglio (e nella Repubblica Sociale Italiana fino al termine della guerra), sono passate alla storia come una serie di norme cogenti, soprattutto in funzione antigiudaica, anche se gli Ebrei Italiani del 1938, come documenta l’Autore in una precisa disamina articolata regionalmente, non arrivavano a 60.000. Quindi, furono leggi scarsamente applicate e a più forte ragione inique, anche se vennero edulcorate con una lunga serie di eccezioni a favore di coloro che si erano resi benemeriti della Patria e del regime, tanto che non pochi martiri fascisti, individuati nel volume con tanto di nomi e cognomi, erano stati Ebrei.

L’opera di Mariantoni si fonda con particolare accuratezza su vastissime fonti e sul raffronto sinora pressoché ignoto con quanto accadde altrove in materia di legislazione antiebraica, spesso in modo drammaticamente peggiorativo (non solo in Germania e nell’Unione Sovietica ma persino in alcune democrazie occidentali). Ciò contribuisce a mettere ottimamente a fuoco i momenti essenziali della ricerca, che riguardano, da un lato, le motivazioni reali di quelle leggi, e dall’altro, gli errori, anche macroscopici, che spinsero alla loro promulgazione.

Il fascismo non aveva matrici razziste iniziali (nel senso deteriore che l’aggettivo ha finito per assumere) sia in Benito Mussolini che nei maggiori esponenti della sua cultura, anche se, già prima della Marcia su Roma, il futuro Duce non aveva esitato a sostenere la difesa della «razza» intendendo definire con questo nome non già un «popolo eletto» ma una nazionalità in pericolo, espressa da quella «stirpe mediterranea» che, come avrebbe detto a Trieste nel 1921, si era «sentita minacciata nelle ragioni essenziali e nell’esistenza, da una tragica follia»: quella del sovversivismo rosso, del materialismo e delle ingiurie agli ex combattenti, immotivate e oggettivamente immorali. Mussolini, anzi, si spinse a definire il fascismo come un «fenomeno religioso» e la bandiera in cui si riconosceva il «popolo virile» invocato nel discorso ai Lucani del 1936.

E allora, Mariantoni si chiede come sia accaduto che in tempi tanto brevi abbiano potuto essere varate quelle «leggi razziali» capaci, alla fine, di rivolgersi contro il fascismo alla stregua di un vero e proprio «boomerang». La risposta, argomentata e documentata in modo esaustivo, deve essere cercata in 16 anni di ostracismo all’Italia fascista tenacemente perseguito a livello internazionale dalle forze ebraiche mondiali, sia sul versante capitalista che su quello marxista: non a caso, nella guerra di Spagna si schierarono contro la Falange e le altre componenti nazionaliste, almeno in via di fatto, tanto gli Ebrei Occidentali quanto i Russi, non ancora perseguitati da Stalin. Dopo lunghi e tolleranti anni di antinomie, averli trovati sul fronte opposto a quello cattolico e franchista, a Guadalajara come altrove, convinse il fascismo a prendere le opportune misure sulla scorta del principio di Newton, opportunamente citato dall’Autore, secondo cui «a ogni azione corrisponde una reazione».

Il percorso di Mussolini non fu casuale né improvvisato; tanto meno, le leggi razziali furono motivate, come vorrebbe una vulgata anche autorevole, dal desiderio di «scimmiottare» la Germania e di acquisire benevolenze surrettizie nei confronti di Hitler. Al riguardo, non si deve dimenticare che il Duce, diversamente da quanto accadde in altri Stati autoritari o totalitari, aveva dovuto accettare la «dualità» con la Monarchia Sabauda, che a posteriori gli sarebbe stata fatale, e nello stesso tempo, quella con il Vaticano: Mussolini sapeva bene che il popolo italiano, nella sua consolidata tradizione cattolica, avrebbe visto con favore un rapporto positivo con le gerarchie ecclesiastiche, messo a punto in termini definitivi nei Patti Lateranensi.

Ebbene, il rapporto con l’Ebraismo deve essere visto anche in questa ottica. Non a caso, Mariantoni propone una lunga serie di Pontefici, Padri della Chiesa e filosofi cristiani che avevano assunto posizioni quanto meno critiche nei confronti del mondo giudaico, muovendo da Clemente I, il quarto Papa della storia cristiana, per giungere a San Tommaso passando per Tertulliano, Sant’Ambrogio e Origene. Ciò, senza dire che dopo la Conciliazione del 1929 il Pontefice Pio XI e diversi Cardinali, fra cui l’Arcivescovo di Milano, quello stesso Ildefonso Schuster che in tempi successivi fu protagonista significativo dell’ultima vicenda mussoliniana, sarebbero arrivati a definire il Duce quale «Uomo della Provvidenza» capace di aprire una pagina nuova «nella storia della Chiesa Cattolica in Italia».

Nel 1937, a dimostrazione della rapidità con cui la vicenda storica è in grado di procedere, lo stesso Pio XI si espresse in termini ben diversi, tramite la ferma condanna del razzismo tedesco ormai dilagante, contenuta nell’enciclica Mit brennender Sorge (redatta eccezionalmente in tedesco e scritta per buona parte dal Cardinale Eugenio Pacelli, il futuro Pio XII) ma a quel punto l’opposizione ebraica mondiale aveva raggiunto il punto di non ritorno e Mussolini, nonostante una distanza siderale nei confronti del paganesimo nazionalsocialista, aveva dovuto prendere le contromisure, se non altro a livello deontologico.

Qui, si innestano le pertinenti considerazioni sugli «errori» del fascismo nella messa a punto delle leggi razziali: in primo luogo, quello semantico, perché sarebbe stato sufficiente definirle in altro modo (ad esempio con un semplice richiamo alla «difesa» dello Stato) per ridurne l’impatto certamente impopolare anche nella grande maggioranza del mondo cattolico. Secondo errore non meno decisivo, anche se in qualche misura corollario del primo, fu l’avere qualificato il popolo ebreo come una vera e propria «razza» (cosa tutt’altro che fondata sia storicamente che scientificamente) quasi costringendolo ad assumere una nuova autocoscienza della propria specialità che avrebbe avuto importanti effetti politici a lungo termine, e nell’immediato, spingendolo a conseguire una forte unità antifascista altrimenti impensabile, se non altro alla luce dell’esperienza fascista di non pochi uomini di fede ebraica. In altri termini, per taluni aspetti si possono comprendere storicamente le ragioni che spinsero Mussolini a varare le leggi razziali, e Vittorio Emanuele III a promulgarle, ma gli errori commessi nella circostanza furono a dir poco macroscopici, a cominciare da quelli di carattere etico…Mussolini stesso non era convinto della necessità di difendere la «razza» mentre era perfettamente consapevole, in una corretta ottica machiavelliana, circa quella di perseguire la «salvezza» dello Stato. Da questo punto di vista, basta rileggere il discorso di Venezia del 1934, in cui aveva preso decisamente posizione contro gli sbandamenti razziali di Hitler, commiserandone talune surreali e quasi comiche suggestioni, psicologicamente aberranti. Ma tant’è: le leggi del 1938 vennero promulgate e a nulla valse, come avrebbe detto in tempi lontani Giovanni Botero nella sua grande opera sulla ragione di Stato, il «contemperamento» con parecchie eccezioni. E laddove si voglia esprimere un giudizio nella stessa ottica di quel grande pensatore politico del Seicento, bisogna pur dire che il peccato essenziale delle leggi razziali, a parte il distacco dall’«ethos» idealistico, sta nel loro carattere velleitario e nella mancanza di una qualsivoglia «pubblica utilità» in quanto furono tristemente incapaci di perseguire il disegno politico per cui erano state ipotizzate, e gettarono un’ombra su tutta l’esperienza fascista che neppure la «guerra del sangue contro l’oro» sarebbe stata in grado di esorcizzare…le leggi razziali furono un’arma spuntata, perché potevano avere qualche effetto, oltre tutto quantitativamente marginale, nella sola politica interna… “ Marzo 2020 – storico.org

A pochi lustri dalla fine della guerra e della Shoah, si era sviluppato in un gruppo di ebrei giovani e/o studiosi il desiderio o il vero e proprio bisogno di trovare una risposta alla prima delle domande menzionate all’inizio di questo articolo. Per far ciò essi ruppero i silenzi causati prima dalla “guerra civile” svoltasi nelle famiglie ebraiche italiane fino al 1938 e poi dalle persecuzioni dei diritti e delle vite. E misero quindi in luce l’esistenza, in parte degli ebrei italiani degli anni Trenta, di una “cosa” che poi ci siamo abituati a denominare “consenso al fascismo”. Sono quindi ormai quarant’anni che gli studiosi di storia ebraica parlano dei “bandieristi” (la rivista in questione si chiamava “La nostra bandiera”), li studiano, li menzionano; il reperimento di nuovi documenti su uno di loro costituisce quindi, relativamente agli studi ebraici, un contributo utile e non un evento scandaloso …Il secondo punto concerne il fatto dell’iscrizione di ebrei al Partito nazionale fascista (fino al 1938). Per la fotografia, tale fatto documenta il non antisemitismo del partito (fino al 1938); per la storiografia…il fascismo divenne un regime antisemita con un repentino cambio di fotogramma o con un percorso processuale? La prima risposta conduce in genere a concludere che le leggi antiebraiche furono imposte al Regno d’Italia dal Terzo Reich, eventualità peraltro esclusa sin dal 1961 da Meir Michaelis e da Renzo De Felice e oggi — se non erro — priva di sostenitori al di fuori degli scompartimenti dei treni a lunga percorrenza. Rimane quindi solo la seconda risposta, la quale pure attiva molti interrogativi di grande rilevanza. Per motivi di spazio, di essi qui interessa solo quello concernente il fatto se tale processualità ebbe o no effetti diretti o indiretti sugli ebrei fascisti. Ebbene, a mio parere essi proprio nel corso degli anni Trenta captarono in qualche misura e in qualche modo il tortuoso deterioramento della propria condizione (da essi non voluto, e quindi imposto, e quindi persecutorio), rispondendo o con la fuoriuscita dall’ebraismo (particolarmente all’inizio del decennio e nell’immediata vigilia delle leggi antiebraiche) o col rafforzamento della propria caratterizzazione fascista dentro l’ebraismo (“La nostra bandiera” fu fondata nel 1934). Si ha così il fatto che proprio lo studio degli ebrei fascisti (fino al 1938) ci fornisce elementi per comprendere meglio il processo fascista che sfociò nelle leggi antiebraiche del 1938; al contrario, pochi o punti elementi utili a questo fine riusciamo a trarre dallo studio degli ebrei da sempre antifascisti (come lo storico Nello Rosselli, ucciso nel 1937).

Peraltro, proprio lo studio degli ebrei fascisti pone nuovi rilevanti interrogativi, come quello se l’insistenza dei “bandieristi” nell’affermare l’irriducibilità della differenza tra Berlino e Roma abbia potuto contribuire alla costruzione del mito di un fascismo antisemita contro la propria volontà. Si tratta di un interrogativo “intrigante” e assai delicato, costituente quindi un ulteriore motivo per affrontare con estrema laicità tutte le questioni qui delineate”. Michelesarfatti.it – l’Unità  – 6 aprile 2001

Quanto all’avventura coloniale, essa diventò un progetto mastodontico e velleitario, soprattutto quando fu chiaro che la fine era vicina, laddove una vittoria in guerra sarebbe stata la condicio sine qua non perché questo piano giungesse a compimento.

Progetto concepito nell’Italia post unitaria, in mano al duce divenne il sogno di un unico territorio, che dalla nostra penisola continuasse dai Balcani, alla Grecia, alla Turchia, fino a saldarsi all’Africa centro orientale. I nostri militi avrebbero così percorso, a ritroso, la direzione da cui qualcuno afferma l’Italia abbia preso il nome: terra dell’ombra, del tramonto, per chi viene da est. In effetti, ci fu un momento in cui il piano sembrò dover riuscire. L’Italia controllava l’Eritrea, la Somalia Italiana, la Libia tolta agli ottomani dal 1912, l’Etiopia italiana dal 1936, il Dodecaneso e l’Albania. Così si presentava il nuovo impero allo scoppio della seconda guerra mondiale, dopo aver tracimato perfino nella Somalia Britannica, in Egitto e Tunisia, lambendo pericolosamente domini fino ad allora proibiti, pasto e terreno dei colonizzatori professionali, e sconfinando temeriamente nella vicina Francia.

In questa atmosfera si muoveva una bellezza da “telefoni bianchi”, l’era dorata di Cinecittà: progetto, quest’ultimo, realizzato nel 1937, dove prosperarono divi che misero il loro talento al servizio del fascismo, prima, dell’antifascismo poi.

Clara, detta Claretta, nacque a Roma nel 1912, da una famiglia alto borghese. Il padre Francesco Saverio era l’archiatra pontificio, ovvero medico del Vaticano. La madre, Giuseppina (cugina prima del marito), una casalinga molto attiva, e incombente sulle vite dei familiari.

Clara aveva un fratello e una sorella minori. Lui, Marcello, divenne medico a sua volta; lei, Miriam, nata nel 1923, è vissuta alla corte della maggiore, da cui ha ottenuto un po’ di luce riflessa. Si parla di un’infanzia e un’adolescenza dorate, scuole per signorine bene, peraltro interrotte presto, sport, passatempi edificanti.

Le biografie su Clara sono contraddittorie; c’è chi dice fosse un’ottima nuotatrice e avesse anche salvato un bambino dall’annegamento, chi invece sostiene fosse sempre stanca; col duce andava a sciare, ma di ciò non esistono molte testimonianze: la montagna era sostanzialmente uno stratagemma per vedersi. Suonava il piano, dipingeva, scriveva molto, soprattutto lettere e diari. Bruna, capelli mossi, occhi verdi, formosa, quasi matronale, mondana, avvezza alle feste di società, era destinata a un ottimo matrimonio e a una vita glamour. In lei ardeva un qualche fuoco interiore che doveva trovare una via di fuga.

Si narra così che un giorno, sulla strada per il mare di Ostia, in macchina con madre e sorellina, nonché il fidanzato (tenente dell’aeronautica), la loro auto con chauffeur sia stata sorpassata da quella di Mussolini; e lei, ventenne, si sia fatta in quattro per attirarne l’attenzione con gridolini e strilli, di quelli che oggi siamo abituati a sentire quando le ragazzine fanno la posta ad attori e cantanti,  in questo caso destinati a lui, l’uomo della provvidenza. “Duce, duce, ecco il Duce!”. Per i più giovani è bene ricordare che si trattava di strade pressoché deserte: nel 1932 a potersi permettere l’auto non erano molti, anche a Roma. Alcuni retrodatano l’episodio a quando Clara era più piccola.

Si può sorridere, ma è così: la sessualità femminile post puberale, specie se esuberante e costretta alla castità, prende spesso pieghe del genere, sfogandosi su personaggi famosi. Al tempo c’era la radio, ma il cinema usciva appena dal muto e la televisione era ancora ben al di là da venire. I media disponibili parlavano di LUI e vederlo dovette rappresentare il delirio. Poteva finire lì’, ma Benito notò la ragazzotta, si fermò a fare due parole, ne annotò il nome e lo status, così segnandone il destino. Di lì a poco lei iniziò a fargli visita “amichevolmente”.

Si tratta di una vulgata mai messa in dubbio, anche se ci appare un poco filmica.

A seconda delle fonti, bisogna tarare il racconto. Un biografo molto ben disposto come Roberto Gervaso ci descrive un duce a forti tinte, schermidore e motociclista, e pure pilota d’aereo; una Rachele redzora  e solida, ma poco attraente; e una Claretta barocca, ma sincera e devota, come insisteva a testimoniare la sorellina  Miriam.

Quando i biografi sono benevoli, in positivo emerge dunque anche il resto: Claretta iniziò a far visita al suo adorato dux in veste di amica, poiché ancora fidanzata e prossima sposa, ed egli sempre la rispettò come un bravo zio; lui non le passò mai soldi, né fece favori alla famiglia, che era già ricca e ben agganciata di suo; al massimo aiutava Clara a fare beneficenza.

La Roma del tempo aveva ancora costumanze in comune con quella dei Cesari. Come scriveva Indro Montanelli, nell’antichità severi si era con le ragazze, finché erano tali. Da mogli divorziate, la loro libertà era massima. Similmente sembra essere andata in questo caso.

Claretta smaniava dalla voglia di rivedere il suo idolo e la famiglia, all’inizio, ci scherzò, probabilmente. In quegli anni il conducator italico teneva già famiglia, si riappacificava strategicamente con il Vaticano dopo essersi sposato in chiesa (all’inizio lo aveva fatto solo civilmente), dunque la moglie Rachele Guidi (1890/1979) s’era trasferita a Roma. Benché le avventure galanti del boss fossero di dominio pubblico, e provocassero gomitate di solidarietà in certi ambienti contigui di cortigiani – ma solo in quelli, vista la rigidità degli altri abitanti del cattolicissimo stivale – l’unità del nucleo familiare non era in discussione e Benito tornava a dormire ogni sera a villa Torlonia.

Qualcuno osserva che, cinquantenne e afflitto da ulcera e vari fastidi di salute, pare curiosa l’iperattività sessuale attribuitagli ovunque, sotto la scrivania o sul sedile dello studio, strappando mutandine; e, anche con la Petacci in attesa con le sue vestagliette vaporose nell’appartamento “Cibo”, sempre di furia. Ma noi del popolo non sappiamo tutto, i Viagra ante litteram forse esistevano già.

Nemmeno la relazione profonda e importante con la giornalista ebrea Margherita Sarfatti, né la nascita di Albino, avuto da Ida Dalser, lo indussero mai a pensare di lasciare Rachele; in ogni caso, allora non sarebbe stato semplice, nella sua posizione.

Si confrontano più versioni: quelle filofasciste amano dipingere un’integerrima Rachele che, nella sua rubiconda paciosità, sta ai fornelli e accudisce la figliolanza, inflessibile custode del focolare domestico e poco amante della pubblicità. Di quest’ultima circostanza fa testo qualche filmato d’epoca, in particolare uno di propaganda in cui lei, accortasi della telecamera, rifugge dall’inquadratura. Anche le cronache riportano ben rare uscite della donna, se non strettamente necessarie. Vera è anche la sua dedizione ai figlioli, come l’abilità casalinga portata dalla natia Romagna. Tale raffigurazione era attestata fedelmente dal figlio Romano (1927/2006 ), e in qualche bizzarro modo condivisa nel film “Il grande dittatore” di Charlie Chaplin, del 1940 (dove Mussolini viene individuato nel personaggio caricaturale di “Napoloni”). Una nipote, Rachele Jr, terza figlia di Romano (dopo la parlamentare Alessandra ed Elisabetta, avute dalla sorella di Sofia Loren) ci racconta come, essendo nata da una unione di Romano dopo la separazione dalla prima consorte, la nonna all’inizio non avesse nemmeno approvato la sua nascita, tanto era bacchettona. Sarà. Rachele aveva convissuto con Benito e generato Edda prima del matrimonio: tanto all’antica non era, per i tempi, ma piuttosto autoritaria, pare di sì. Romano è stato un musicista jazz molto apprezzato e amante degli USA, che il padre ufficialmente detestava.

Degli altri fratelli Mussolini, Vittorio (1916/1997), trasferitosi nel dopoguerra in Argentina, poi di nuovo in Italia, cineasta, era notoriamente parco di interviste; Bruno (1918), pilota, morì in un incidente aereo nel 1941, lasciando una moglie, scomparsa pochi anni dopo in circostanze considerate oscure, e una figlioletta; la ritrosa Annamaria (1929), molto amata dal padre causa la sua sofferenza da poliomielite, nel dopoguerra aveva trovato lavoro a Radio Rai con uno pseudonimo. Scoperta la sua vera identità, Annamaria fu costretta a lasciare, dedicandosi al marito, Giuseppe Negri, presentatore col nome di Mario Pucci Negri, e alle loro due bambine; morì nel 1968 per una grave malattia.

Laddove le voci divergono un poco è quando si ascolta Edda Mussolini in Ciano, la primogenita (1910/1995).

Donna considerata già in famiglia spigolosa, altera e snob, prediletta da Benito, pareva aver gusto a sparigliare le carte. Forse in lei agiva un desiderio di rivalsa, dopo i fatti della guerra e la tragedia greco/shakespeariana che aveva vissuto, con il padre che le fa uccidere il marito e la famiglia d’origine tutta contro. Voci a lei avverse la dipingono divorata dal vizio del gioco, tendente alla bottiglia e forse ad altro.

Edda, androgina e sedicente anticonformista ( le piaceva indossare abiti scollatissimi ai ricevimenti mondani), fu il motore che spinse la madre a riunirsi al padre, anche se non la sola ragione. Dopo la parentesi a Milano la ragazza, ingovernabile mentre il duce stava a Roma, una volta in capitale si fidanzò con un giovane ebreo non malvisto in famiglia, ma la storia non andò avanti. L’incontro con il conte livornese (nobiltà recente) Gian Galeazzo Ciano, brillante e mondano, fu accolto entusiasticamente e, nel 1930, vennero celebrate le fastose nozze. Gli sposi partirono per la luna di miele a Capri su un’Alfa Romeo con lei alla guida, seguita dal padre per un buon tratto fuori Roma, finché Edda inchiodò e disse al genitore che era ora tornasse indietro.

Galeazzo, classe 1903, uomo con uso di mondo e poliglotta, teatrante di scarso successo, si buttò in diplomazia; una volta coniugato con Edda divenne addetto stampa di regime, poi ministro degli Esteri e inviato in Cina, dove nacque il primogenito della coppia, Fabrizio detto Ciccino (1931/2008), cui seguiranno Raimonda, detta Dindina (1933/1998) e Marzio (1937/1974). Voci parastoriche lo danno come amante di Wallis Simpson, la pluridivorziata che indusse il re d’Inghilterra Edoardo VIII ad abdicare per sposarla.

La coppia Ciano fu oggetto di sussurri già durante il ventennio, e in seguito ancor di più. Si disse che i due conducessero vite sostanzialmente autonome, attribuendo anche a lui alcuni “vizietti”; Edda, in un’intervista, dichiarò di aver fatto pace con le infedeltà del marito, da un certo momento in poi, dedicandosi ai propri interessi e all’attività di crocerossina.

Non è un mistero che Ciano avesse una visione diversa sulla conduzione degli affari di stato; non particolarmente ossequioso alla monarchia o alla chiesa, men che meno a Hitler, il conte pensava a un futuro più laico e cosmopolita, immaginandosi successore del suocero. Dopo il 25 luglio 1943, allorché egli votò l’ordine del giorno Grandi, di fatto contribuendo a detronizzare Benito, e la sua fucilazione decretata dalla Repubblica di Salò, avvenuta l’11 gennaio 1944, che Edda cercò di scongiurare in ogni modo, la famiglia andrà incontro a una dispersione fisica e affettiva, che le cronache di oggi non riportano appieno.

Il nucleo familiare riparò in Svizzera e a fine conflitto Edda subì un breve confino a Lipari (Rachele a Ischia); poi dovette riacquisire qualche possibilità economica e contatti proficui, per un periodo atteggiandosi a giornalista. Fabrizio andò in Venezuela lavorando in ambito aziendale, sposò una donna del posto con la quale si trasferì prima in Brasile, poi in Costarica, non ebbe figli. Infertile fu anche il matrimonio giovanile di Dindina, non si sa esattamente quando formalmente finito, ma la giovane Ciano trovò compagnia nello…zio. Infatti nel frattempo era scomparsa l’ultimogenita del duce, Annamaria, lasciando vedovo il marito Nando Pucci Negri,  cosicché i due fecero coppia. La storia inquietante riguarda invece Marzio, dapprima dedito alla dolce vita romana, poi sposo e padre di due figli. Oggi si legge che il poveretto era ammalato di diabete e fiaccato da troppi whiskey e sigarette; ma ciò che è scomparso dalla rete è la storia tra sua moglie e il fratello Fabrizio, che devastò Edda e avrebbe provocato un atto anticonservativo di Marzio, deceduto a soli 37 anni. Le ultime notizie sui Ciano riguardano la procreazione di due gemelli da parte di uno dei figli.

Tutta questa fazione visse ignorando Claretta e il suo clan.

Edda dichiarò che, se dapprima aveva preso le parti del papà, in quanto sua preferita e per le solite edipiche rivalità con la madre, in seguito comprese quest’ultima per la sua digressione: insomma, anche Rachele aveva un altro, l’amministratore di villa Mussolini, e bene faceva, a detta di Edda, visto che il marito non c’era mai.

Tale versione è corroborata dalla indispettita Miriam Petacci che, non la sola, accenna a patti tra i coniugi Mussolini, i quali avrebbero concordato una sorta di “coppia aperta”, visto che con il sesso avevano chiuso da tempo; descrive Rachele come una Caterina II, con una sua corte di fedeli, spie, ruffiani, che la accompagnavano nel passatempo preferito, la caccia.

Questa pestifera sorella dà l’impressione di nutrire una forma di gelosia ed emulazione verso Clara; le faceva da chaperon e fino alla morte, sentendosi abbandonata dal mondo, sparò a raffica su tutti, compreso l’MSI: accusava i notabili di non averla mai aiutata, lei, una quasi parente del Duce, vissuta, causa la sua fedeltà politica e il suo passato, ai margini della società; scriverà anche un libro, “Chi ama è perduto”, in memoria di Clara. Intanto però, la etichettarono sempre come la sua copia meno famosa; l’accusarono di aver fatto l’attrice (con il nome di Myriam di San Servolo) solo perché raccomandata dall’onnipotente “cognato” e di aver contratto un matrimonio farsa come la sorella maggiore. Lo riporta Roberto Gervaso, secondo il quale Miriam disse alla madre di sceglierle il futuro marito come preferiva, tanto per lei era uguale; l’unione fu sciolta in pochissimo tempo e servì alla ragazza ad accreditarsi come divorziata e non rendere più conto.

Gli anni trenta, se si riesce a prescindere da giudizi storici o politici, sotto il profilo dell’immagine furono alquanto felici per il regime, almeno fino al 1938, l’anno delle leggi razziali, le sanzioni e, in sintesi, l’aprirsi del precipizio che condurrà alla guerra.

Si diede impulso a nuove norme riformatrici, anche se di esse ognuno ha un’idea particolare. Ne 1923 fu varata la riforma Gentile, che sanciva sorta di caste dell’istruzione, dando preminenza agli studi classici e mettendo al bando modernismi come la psicologia, ma introdusse il liceo scientifico; prese forma una scuola architettonica, detta razionalista/monumentalista, si diffondeva un’idea di gusto italiano.

In tal contesto è naturale il Duce avesse un gran seguito femminile che per la verità, a quanto pare, non gli era mancato nemmeno prima della presa di potere. Vero è che egli aveva frequentato gli ambienti della politica, i circoli rivoluzionari, le redazioni dei giornali, dove le (rare) donne erano più libere, anzi alcune (come Angelica Balabanoff ) decisamente pasionarie: insomma, il futuro dittatore aveva pescato gli ambienti giusti per sfogare il suo  – dicono – insaziabile appetito sessuale, tuttavia si dovrà riconoscere all’uomo un qualche carisma, da leader, se non altro.

A suo carico si imputano una pletora di figli illegittimi, tra cui, riportando alcuni chiacchiericci senza avallarli, si citano il politico missino Pino Romualdi,  il padre della contessa De Blank  e Bruno Vespa.

L’unico che forse riconobbe come suo era Benito Albino, nato nel 1915, da Ida Dalser. Questa vicenda risulta sgradevole e drammatica, poiché madre e figlio morirono entrambi in manicomio. Si ritiene che Mussolini, saldamente in sella, si sia sbarazzato di due figure ingombranti sulla strada per la gloria. I suoi apologeti (per esempio Arrigo Petacco) ripetono convinti che la Dalser era una mezza pazza, che mentiva sventolando falsi certificati di matrimonio e assillava inutilmente un ex amante da cui voleva essere mantenuta; mentre il ragazzino morì per disgrazia.

Con questi tumultuosi precedenti la sua fama di playboy, anzi di don Giovanni ( guai a usare anglicismi o essere esterofili durante il fascismo) si rafforzò; come spesso accade, dinanzi a un “birbaccione” le donne fanno a gara per entrare nel suo letto, per nulla messe in guardia dai possibili rischi.

Qui si innesta il primo interrogativo sulla Petacci: arrampicatrice, fanatica o realmente innamorata?

Con le categorie di classificazione più moderne, si potrebbe incorrere in equivoci. Le groupie si fanno trovare in camerino durante i tour dei loro cantori favoriti; le fan degli attori sgusciano nelle camere d’albergo; quelle dei calciatori gironzolano nei ritiri.

Claretta dapprima strepitò dall’auto in quella famosa gita; in seguito dovette mettere a punto un piano d’azione, che a noi ricorda, con minor fortuna, la parabola di Camilla Parker Bowles.

Per cominciare lei si fece una ragione dell’impossibilità di ottenere subito le attenzioni del suo mito. Crebbe, e, donna fatta, continuò a tenersi occupata con le attività artistico/mondane, perseverando nella sua eleganza briosa; ostentò gioia e buon umore e si tenne vicino il fidanzato; nel frattempo, sostengono sempre i fan “buonisti” di Benito, frequentava Palazzo Venezia a soli fini di amicizia, senza che Benito la sfiorasse. Poi prese marito.

Lo sposo, Riccardo Federici, appare e scompare in questa storia come un pupo di pezza.

L’unica foto esistente delle nozze di Claretta Petacci con Riccardo Federici, celebrate il 27 giugno 1934

Lo si vede imbalsamato nella divisa bianca, al braccio la bella sposina; lo ritroviamo in una causa di separazione intentata dalla ragazza, motivata dalla repulsione provata  al contatto fisico con l’uomo e quindi tesa all’annullamento di un matrimonio poco o nulla consumato. Lei, nel frattempo, scalate posizioni, era già l’amante del Duce. Lui fu spedito in Giappone. Sia Clara che la sorella ricorsero al cosiddetto “divorzio ungherese”, riservato a vip e gente di spettacolo: il paese magiaro decretava il divorzio, che veniva trascritto in Italia, dove era vietato: un’autentica mascalzonata, dal nostro punto di vista, nei confronti del popolo, che durò fino al 1970.

Questa pantomima, così come ci è stata tramandata, non sa di buono: Claretta una astuta calcolatrice, spalleggiata dalla sua famiglia; Federici un figurante forse prezzolato o beffato connivente; il duce, un manovratore di vite altrui, in attesa della maturazione della eccitata minorenne. A suo favore c’è che, almeno, aspettava “avesse l’età” (ma l’ha attesa davvero?).

A separazione di lei avvenuta, corre la favola del formale e quasi timido Benito che convoca la signora Giuseppina, in qualità di futura “suocera” e le chiede il permesso di “amare vostra figlia”; e della notabile capitolina che risponde, più o meno ” mia figlia è separata, è libera di fare ciò che crede”. Insomma, una poligamia ufficiosa, da parte di colui che aveva perfino pensato di introdurre il divorzio e poi, firmato il  Concordato , da ateo laicista, si era riciclato in clericale difensore dei valori tradizionali. D’altro canto, nemmeno gli antifascisti sembravano avere fretta di introdurre il divorzio (si dice che Matteotti fosse perfino contrario al voto femminile).

In parallelo si svolgeva la vicenda dell’omologa tedesca di Claretta. Anche Eva Braun nacque nel 1912, in una famiglia medio borghese, padre protestante, madre cattolica, che oltre a lei avevano altre due figlie. Era una ragazza bionda e graziosa, un prodotto di quei tempi, dei suoi luoghi, ma priva del carattere di ferro che ci si attende dai teutonici. Non aveva voglia di studiare, era frivola e senza particolari progetti di vita, però molto sportiva.

Filmati originali la mostrano brava nuotatrice, poi sugli sci d’acqua, in bicicletta e addirittura alle parallele. Secondo la vulgata, amava gli Stati Uniti e i film americani, che si faceva mandare con disappunto di Adolf. I gusti dei due erano diversi, ma lei si acconciò a fargli da eterna ancella. Lo aveva conosciuto nello studio di un fotografo compiacente col regime, e volle diventarne la compagna, benché all’inizio la propria famiglia fosse contraria, senza fede al dito.

In Germania molti detestavano l’austriaco con baffetti, ma molti altri se ne fecero ammaliare; i Braun in seguito furono ammansiti con regalie, una delle figlie fece un buon matrimonio con un gerarca.

Adolph, nato nel 1889, era figlio di terzo letto di un doganiere e una probabile sua cugina ( la storia è complicatissima, si parla di una discendenza illegittima, forse ebraica, di un cognome di incerte origini e poi adattato). I due fecero diversi figli, ma oltre al maschio sopravvisse solo una sorella.

La famigliola era alquanto isolata; tuttavia non si deve ritenere che il giovane sia cresciuto proprio solo al mondo e abbandonato da tutti; era in contatto con le sorellastre, soprattutto con Angela, ed ebbe rapporti  sentimentali con la figlia di lei, Geli, che in seguito si suicidò. Le vicende scorrono nel solco della stranezza che ha accompagnato tutta la sua vita.

Il futuro fuhrer è descritto attraverso le sue parabole esistenziali, più o meno conosciute, a volte emerse postume o dal gusto di leggenda, che poco però ne spiegano l’essere profondo: da “imbianchino” a pittore manierato e maniacale, da proletario frustrato  a vegetariano convinto, che a un pranzo ufficiale tirò fuori, tra lo sconcerto generale, una tavoletta di cioccolato e mangiò solo quella; da cinofilo a intollerante xenofobo; da fautore della purezza della razza a sospettato addirittura di origini maghrebine; chi era costui?

Da decenni lo si eleva agli altari del satanismo in persona, e parecchi lo eleggono a propria icona di riferimento. E’ stato scandagliato il suo lato esoterico, che avrebbe permeato il movimento, in un impasto di  saghe nibelungiche, psicanalisi  freudiana e  junghiana, orgoglio guerriero teutonico. Viene raffigurato con allegorie o citato in chiaro, con diversi obiettivi: qualcuno per emularlo – movimenti politici palesemente suoi apologeti, o criminali patentati come Charles Satana Manson ; altri per tesserci su metafore da utilizzare nei più svariati modi: simbolo di sconcezza, provocazione, perversione, da Sid Vicious a Marylin Manson al film “Il silenzio degli innocenti”. La svastica, il podio da cui si arringa una folla che, più che convinta va atterrita,  sono simboli del male, tout court, ma converrà verificare che molti ne subiscono il fascino; e i revisionismi, benché prudenti, non sono mai cessati. L’uomo del destino, colui che non perdona e vuole ripristinare gli antichi fasti delle tribù europee, benché di guance cascanti e con la pancetta, affascina ancora.

Già in contemporanea con gli eventi il sociologo Karl Junger elaborò la tesi secondo cui, oltre all’inconscio personale, ce ne fosse uno collettivo, una specie di “coscienza’ ancestrale” che identificava i popoli interi; analizzando i  tedeschi, ipotizzò che, dentro di loro, ci fosse ancora un aspetto barbaro, violento e selvaggio. Hitler, Himmler, Rosemberg e altri  sostenevano che nel loro sangue scorresse quello degli antichi Ariani,  gli Iperborei, cioè i discendenti degli uomini-Dio, i Divyas. In Junger i nazisti videro, equivocando, un proprio ideologo, e l’interessato dovette difendersi dalle accuse, prima di sciogliere il malinteso.

Invece Leni Riefhenstahl è campata  cent’anni, morendo nel 2002, indisturbata, dopo aver fatto da fotografa ufficiale dei fasti di  regime, comprese le olimpiadi di Berlino 1936, quelle in cui Hitler si sarebbe allontanato per non premiare il nero Jessie Owens (che però pare abbia smentito). Nessuno le ha ricordato più di tanto il passato e lei si è convertita in ritrattista di africani.

Dopo il putsch di Monaco e la presa di potere nel 1933, molta dell’opinione pubblica tedesca di allora coltivò sogni pericolosi, aiutata però da atti concreti che convincono sempre i riottosi. I pubblici dipendenti videro elevata la propria condizione; la Germania si cullò nell’idea del riscatto della propria magnitudo, mortificata dopo la prima guerra mondiale. Le campagne di guerra furono irresistibili, grazie a esercito e SS (camicie grigie) addestrate mirabilmente. Esse tolsero più volte d’impaccio le truppe italiane. Epigoni successivi come Le Pen e Haider (fino alla precoce morte), approvavano il credo nazionalsocialista, rivendendolo ognuno secondo necessità, più o meno addolcito; c’è chi è convinto che, a dispetto del colore della pelle, anche diversi dittatori africani ammirassero il Fuhrer.

La cultura nazista divergeva dal fascismo anche nel considerare meno severamente l’omosessualità: condannata a parole, in nome della fitta procreazione di stirpe ariana, ma tollerata e praticata nei fatti (anche nelle alte gerarchie). Quanto alla parità tra i sessi, era considerata sconveniente, frutto di idee destabilizzatrici non tedesche, tipiche di certe culture confinanti (come quella olandese) che si cercherà di rintuzzare con le invasioni.

Hitler con Eva

Al centro del rapporto tra Adolph ed Eva rimane quindi il punto del sesso. Nelle lettere la ragazza si lamentava di essere solo un giocattolo nelle mani dell’amante, quando, di rado, si ricordava di lei. In verità, Adolph in veste di sciupafemmine che usa e getta, non funziona. Fino a tempi recenti ( si veda il  film “Mein Fhurer, di Dani Levy, 2008) si parla di lui come di un emerito incapace, in questo campo;  sarebbe ricorso a espedienti, ammennicoli e giochetti che spaventavano a morte ( in senso stretto) le partner. Eva si sarebbe prestata al gioco, che consentiva, a lui, di apparire al fianco di una bella tedesca doc, e a lei di beneficare la famiglia. Certo, la biondina dovette adattarsi a vivere per molto tempo all’anno sul cocuzzolo di Berghof, vestita alla tirolese e raramente al modo occidentale, almeno davanti alle telecamere. Sembra però che, spente quelle, corresse a vestirsi all’ultima moda, cambiandosi spesso d’abito e non mancando un giorno dal parrucchiere. Lassù inoltre, le era permesso bere, fumare e dare feste (se lui non c’era, s’intende). Di figli, nemmeno a parlarne. Né si può affermare che i due fossero almeno uniti da interessi comuni. Lui odiava lo sport e disdegnava le americanate dello spettacolo, che lei apprezzava molto. Una cosa sola è certa: che anche lei, come Claretta, volle seguire il suo uomo.

Tra Benito e Claretta, a quanto pare, nessun problema di sesso, anche perché lui non ne aveva nemmeno con le altre; talora pare volassero ceffoni, ma sicuramente in un gioco a due, viso che lei, nelle lettere, emana masochismo e voglia di sottomissione a livelli maniacali. Tutte le fonti concordano su un punto: Benito aveva ben avvisata quella benedetta ragazza che per lui, separata o divorziata, era uguale, non avrebbe mai abbandonato la famiglia. Lei tenne il colpo, acconciandosi così alla carriera di favorita, di cui fin troppo si è scritto: l’arrivo da una porta laterale su una vettura condotta da un gerarca; lunghe attese nelle adiacenze della sala del trono di Palazzo Venezia, tra letture e sospiri, pronta all’uso; qualche vacanza insieme, anche se ufficialmente li accompagnava “Miriam”, la “cognatina”. Claretta lamentava di avere più corna di un cesto di lumache – da amante – riferendosi alle scappatelle dell’amato. Nel frattempo la giovane donna, ormai trentenne, viveva nel suo universo parallelo.

Di nuovo si biforcano nettamente le testimonianze.

Secondo molti Clara pensava solo all’amore, quasi ignorando le vicissitudini del suo uomo e, di riflesso, del suo paese: si limitava a qualche consiglio ( per esempio la notte del 25 luglio 1943). In questo ruolo ella avrebbe avuto lo stesso atteggiamento di Rachele, con il medesimo risultato di essere ignorata. Stando ai sostenitori di questa immagine languida e fuori dai giochi politici, la Petacci si tormentava lungamente per le scarse attenzioni che riceveva, da donna oggetto più che da “fidanzata”, come testimoniano fluviali missive, biglietti, paginate di diari intrise di autocommiserazione. Costoro la descrivono quale una romanticona disinteressata, il cui unico desiderio era stargli vicino.

La famiglia Mussolini

I detrattori, a loro volta, sono sempre stati divisi tra due opinioni: nella migliore delle ipotesi, la consideravano un’esaltata che lo adulava, indorandogli pericolosamente la realtà; nella peggiore, una attenta amministratrice delle proprie grazie, che riuscì a farsi beneficare con tutta la famiglia.

Il fratello maggiore, Marcello, era particolarmente nel mirino. Oltre a fare il medico, si dedicava ad affari, mediazioni, nulla di chiarissimo né di fruttuoso. Pare che Edda Mussolini detestasse in particolare questa famiglia, non tanto per gelosia verso il padre, quanto per avversione umana, e timore di un attacco alle finanze paterne. Anche Galeazzo Ciano si ritiene avesse in uggia Claretta, forse temendo che rompesse le scatole in questioni di cui non capiva nulla, o altresì per una forma di antipatia che la Petacci, querula e giulebbosa, spesso ispirava.

Qui si torna ai difensori dei Petacci: essi giurano che Clara tentò di salvare la vita a Galeazzo, pur sapendo di esserne odiata, per mera nobiltà d’animo. E che Marcello, in seguito, si distinse per aver aiutato diverse famiglie ebree a salvarsi.

I figli del duce parlarono poco anche di questo, lasciando intendere di provare una forma di pietà cristiana verso la povera illusa. Romano dichiarò sarebbe stato quasi preferibile che la ragazza avesse un’influenza su suo padre, e magari fosse stata in grado di fornire i giusti pareri per salvarsi tutti dalla catastrofe, ma purtroppo, nel bene e nel male, il padre non dava retta a nessuno. Così il quartogenito Mussolini trasse la Petacci fuori da una qualsiasi forma di reputazione buona o cattiva, riducendone l’immagine a dimensioni più banali: l’altra, l’innominata, una che contava poco o nulla, e serviva solo per il sesso. La “favorita” rimase incinta; la versione ufficiale parla di gravidanza extrauterina e aborto per ragioni terapeutiche e di più non è dato di sapere. Ella, nonostante la sua condotta non aderente a valori tradizionali, si professava credente e devota di Santa Rita. Si accennò a sue “infedeltà” e a foto compromettenti di cui però non sono state esibite prove.

Le vicende belliche travolsero anche questa forma di routine sentimentale.

Dopo il 25 luglio 1943 Benito volò in Germania dall’incombente alleato, e tornò per dare vita alla Repubblica sociale; i concubini dovettero dividersi, ma lei nel 1944  volle raggiungerlo a tutti i costi sul lago di Garda, dove il duce traccheggiava, sotto l’inflessibile sorveglianza tedesca.

Qui rientra in scena donna Rachele, la quale, dopo anni, avrebbe finalmente desiderato incontrare la rivale e dirle in faccia quello che pensava.

Si parla di una terribile scenata; Rachele l’avrebbe percossa, chiamandola “mantenuta”, come lamentò Claretta, cui si deve l’unico resoconto, riportato però da Miriam. La romagnola le tentò tutte, minacce, blandizie e alla fine insulti da bordello.

Rachele Guidi, in una intervista del 1978 (un anno prima della morte), con il tono della saggia anzianità che guarda tutto da lontano, dichiarò invece di averla voluta incontrare non per una scaramuccia tra rivali, ma in nome del bene della patria, e di aver sempre creduto alla buona fede della ragazza. Raccontò di una lettera in cui il marito assicurava di aver amato solo lei, la madre dei suoi figli; ma di averla buttata via per rabbia, pur avendola mandata a memoria.

Se è vera la versione più “violenta” dell’incontro sul Garda, viene fuori una realtà patetica: dopo anni trascorsi  a chiudere tutti e due gli occhi e, se diamo retta a Edda, a distrarsi a propria volta, l’ormai cinquantacinquenne  consorte avrebbe trovato un capro espiatorio per l’imminente tragedia, prendendo a schiaffi la svergognata, rea di  andare a letto con il marito, indisturbata, per anni.

Di certo non fu la Petacci a provocare i disastri che sappiamo. Ma la guerra rende tutti più nervosi, vengono a galla ansie e frustrazioni. La morte di Bruno Mussolini doveva aver sconvolto anche Rachele. Nelle cronache non si mette un accento particolare su questa disgrazia, avvenuta a conflitto già iniziato, e che potrebbe aver ispirato al peggio la mente di un genitore, anche nelle decisioni importanti. Mussolini ne scrisse nel libro “Parlo con Bruno”.

Claretta avrebbe potuto salvarsi. Nel 1945 aveva 33 anni e sarebbe probabilmente riuscita a riparare con i suoi in Spagna (dove sua sorella continuerà una piccola carriera di attrice) e, in seguito, magari in sud  America, e dopo ancora a tornare senza particolari problemi. Ma non lo fece, e qui tocca fare un’apertura di credito e una critica, secondo l’ondeggiante impressione che rimane della sua figura.

La descrivono supplicare in tono melodrammatico e retorico il suo Duce ( “salvatevi!”) davanti  a tedeschi e partigiani, come a volersi immolare per lui. Dubitiamo che a quel punto il sessantenne Benito avesse desideri particolari, né tantomeno voglia di ascoltare qualcuno, giacché vi era sempre stato poco incline. Tirava alla fuga, atteso dall’iracondo alleato/ padrone nazista, e chissà che parole corsero nella coppia di amanti inseguiti: lui smagrito e forse malato, l’ombra di quello di un tempo, lei con quei suoi ricci bruni, incappottata e non più vaporosa, ostinata a rincorrerlo. Per riuscirci, Clara si tirò dietro anche fratello, cognata e nipotini, mettendoli a grave rischio di vita: infatti il prestante Marcello, beccato dai partigiani e dopo un rocambolesco tentativo di divincolarsi dalla presa, fu raggiunto dai proiettili nel lago dove si era tuffato, il 28 aprile 1945; finì anch’egli appeso a piazzale Loreto. Della sua famiglia si sa che un figlio, Ferdinando, avrebbe trovato rifugio in Nuovo Messico, vivendo gli ultimi anni in una roulotte.

Benito, sfortunato, o illuso di riuscire a fuggire, imboscatosi nel camion della Wermacht travestito da tedesco, fu smascherato e portato in una località tra Dongo, Giulino di Mezzegra e Bonzanigo, e Clara dietro: lei si preoccupava del disastro che si lasciava alle spalle? Pare di no.  Gli amanti dormirono insieme l’ultima notte, presso una coppia che all’inizio ignorava la loro identità (dicono), sorvegliati da giovani partigiani. Si racconta di sesso pure in quell’occasione, lei sfatta dalle notti insonni, lui ridotto a cencio, e consapevole che quelli là fuori non avessero intenzioni amichevoli; comunque, prendiamo atto.

Le versioni sulla loro morte si sprecano. Pur senza voler sottostimare una tragedia, nell’esaminarle si è sommersi da una valanga di nomignoli, pseudonimi ( oggi si direbbe nickname), nomi di battaglia all’inglese, John, Jack, Bill; l’ordine arrivò dagli alleati, no, da Ferruccio Parri; furono i partigiani, no fu un inglese; il duce fu altero fino all’ultimo; no, pregava di essere salvato, col labbruzzo tremante; si inceppò il mitra; no, tutto si risolse brevemente e senza intoppi; lei morì quasi per caso; no, si slanciò su di lui come per proteggerlo. Una volta esposti, con altri camerati tra cui Achille Starace, a testa in giù a piazzale Loreto, a Milano, qualcuno sputò sui cadaveri, li prese a calci e ci orinò sopra. Va sempre ricordato che l’Italia si era riempita di antifascisti dell’ultima ora. Churchill deprecò lo sfregio, l’immagine dell’Italia non migliorò.

La storia di quei mesi è confusa fino alla fine; le sepolture definitive di Clara e Ben – come lei lo chiamava – incontrarono ostacoli, rimanendo sotto falso nome a Milano per diversi anni, fino a sistemazione definitiva: ma nemmeno in finale Claretta riuscì a stare accanto a lui, ognuno prese la strada delle rispettive tombe di famiglia.

Mettendo insieme anche le sole dichiarazioni di personaggi avversi a Claretta non per politica, ma critici per ragioni diverse, (come la cognata Zita Ritossa e lo stesso nipote Ferdinando), si raccolgono altri sospetti, per esempio che fosse una spia.

Il 25 luglio 1943 passa come una congiura al fine di restituire una posizione definitiva all’Italia, dalla parte degli alleati e contro Hitler, ma non sono mancate altre interpretazioni, come quella che vuole Mussolini manovrare i suoi per essere destituito e non portare più il peso dell’errore bellico, ché tale ormai si era dimostrato; egli avrebbe anche incaricato il “cognato”  Marcello Petacci di portare un messaggio al console inglese a Milano: la sua resa, con un reintegro in funzione anticomunista. Gli attacchi aerei devastanti sul nostro paese però non lasciavano scampo e l’Unione sovietica, dopo Stalingrado, aveva intessuto una trama con gli angloamericani che tagliava fuori l’Italia, ormai appendice (indesiderata) di Hitler, senza considerare l’apporto del Giappone, che la storia pare aver giudicato con molta clemenza. Lo stivale diventò terreno di scontro tra le potenze e il paese ne uscì malconcio.

In quegli anni Benito e Claretta intrattennero una fitta corrispondenza, rimasta per decenni secretata ed emersa negli anni duemila dagli archivi di stato, naturale prosieguo di quella mai cessata ante guerra. La coppia trattava ogni argomento, per esempio la fecondazione artificiale bovina, che suscitava perplessità nel duce, il quale vedeva forse nel toro l’emblema della possanza che egli stesso desiderava incarnare (anche se il suo segno zodiacale era il non meno significativo leone, che entrò in uno dei suoi famosi slogan).

Claretta, priva di coscienza sociale per provenienza, educazione e temperamento, avvezza alle trine e ai costumi da bagno, a ciprie e colonie, nel biennio prima della fine dà la stura alla sua tendenza all’insinuazione e all’adulazione; si spertica in elogi al compagno, getta luci fosche e denigratorie sulla sua famiglia, specialmente sul figlio Vittorio, insiste su se stessa come unica figura degna di fiducia; Benito, dal canto suo, sembra precipitare in un abisso di depressione, conscio di un probabile orrido fine vita, ma, o appunto per questo, non manca mai di ribadire il suo amore per lei.

Infine, l’impressione su questa figura femminile comunque tragica ha sempre oscillato tra il fastidio e il compatimento. Non siamo certi che oggi non esistano più devote donzelle che si prestano a compiacere potenti per interesse; ma, sia per fanatismo, per indole melodrammatica più ottocentesca che da vera donna fascista, o magari, hai visto mai, per amore, Clara seguì il compagno che si era scelta nel destino peggiore, quando ogni speranza di sopravvivere al disastro era tramontata: forse, questo ultimo lampo sacrificale la eleva rispetto alla reputazione oscura che l’ha sempre circondata.

Carmen Gueye

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Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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