Dire Fellini significa nominare un monumento all’arte e alla creatività italiana; ne è derivato anche l’aggettivo “felliniano”, che divertiva l’interessato. Per un suo film,” La Strada”, a Hollywood venne creato il premio per il miglior film straniero, che gli fu attribuito. Ne seguiranno altri tre.
Per trattare il tema ci costringiamo a gettare intorno a lui fatti e personaggi, sogni e visioni, cercando modestamente di imitarne lo stile.
Federico era nato a Rimini il 20 gennaio del 1920, primo figlio di Urbano, rappresentante, nato nei dintorni (Gambettola), e Ida, romana; nonostante quest’ultima ascendenza e il trasferimento a Roma già nel 1939, egli non assunse mai nemmeno l’ombra dell’accento della capitale, conservando quella tendenza alla “i” che Alberto Sordi rimarcherà simpaticamente nel film “Il tassinaro” (1983), dove il regista fa una comparsa come ospite del taxi; aveva una sorella, Maddalena e un fratello, Riccardo, nato un anno dopo il primogenito, attore e collaboratore a vario titolo in ambito cinematografico, morto settantenne nel 1991: Federico si recherà al suo capezzale trovandolo già incosciente e non potrà parlargli, dopo anni di interruzione dei rapporti tra i due. Maddalena (1929/2004), si occupò a sua volta di cinema, e di spettacolo in generale, creando poi la fondazione e il museo intitolati al celebre parente.
Federico, già durante gli studi liceali, si mostrò versato nel disegno, creava bozzetti e caricature, che vennero pubblicati anche dal Corriere della sera; nel frattempo frequentava tutti i cinema cittadini, imbevendosi di miraggi, soprattutto ispirati dalle pellicole americane; anni dopo avrà a dire che New York era una città costruita con pezzi di un sogno, e miglior definizione non abbiamo mai ascoltato.
Secco e tenebroso, il ragazzo fu ospitato a Roma da una zia; raggiunto da mamma e fratellini – non è chiara la sorte del padre, che morirà nel 1956 -, mollò l’università di cui non gli importava ( mentre papà lo voleva almeno laureato in legge), perseguì l’obiettivo di diventare giornalista e venne assunto al settimanale satirico “Marc’Aurelio” come vignettista; lo inviarono a intervistare due star d’epoca, Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, a Cinecittà, e questo viene dato come il momento in cui scocca la scintilla per la sua futura professione.
Nel 1942 Gino Talamo, regista di “Cavalieri nel deserto”, con riprese iniziate in Libia e interrotte per il conflitto in corso, rimase ferito in un incidente stradale e, incoraggiato anche da Valenti, Fellini assunse la direzione: è considerato il suo esordio dietro la macchina da presa, anche se la lavorazione si interromperà.
Va detto che non abbiamo sue particolari posizioni politiche, men che meno su quei suoi primi anni. Ci dicono che una volta egli cercò di cambiare versione, trasformando l’intervista ai due divi in tentativo di turlupinare il solo Osvaldo con un acquisto ingannevole. I due, coppia anche nella vita, stavano girando “La corona di ferro” per la regia di Alessandro Blasetti, punta di diamante del regime che aveva fondato Cinecittà nel 1937, spostando quei famosi “american dream” dai grattacieli alle storie di casa nostra o narrando classici della letteratura. In seguito, dopo l’ingresso di lui nella X Mas, essi furono accusati di collaborazionismo e torture in complicità con la banda Koch (fatta smantellare da Mussolini) e fucilati, lei incinta (diverse fonti indicano come firmatario dell’ordine di fucilazione Sandro Pertini). Nel dopoguerra ovviamente entrambi divennero innominabili, ma lei fu “riabilitata”. Dunque può essere che il regista non volesse essere accostato nemmeno lontanamente ai loro nomi.
Il nostro diventò autore radiofonico satirico, un ruolo poco noto, ma determinante nella creazione della comicità, e di rivista (varietà teatrali allora molto in voga), e si ritrovò a scrivere per l’EIAR (ente radiofonico di stato) una gag chiamata “Chico e Pallina”, dove Pallina era interpretata da Giulietta Masina.
Nata nel 1921 in provincia di Bologna, figlia di un musicista e una maestra, anche lei si ritrovò, fin da piccola, a Roma da una zia, che la sostenne nel suo desiderio di carriera attoriale, per la quale la giovane abbandonò gli studi universitari di lettere. L’amore sbocciò in fretta e i due si sposarono, in un momento politico febbrile, il 30 ottobre 1943, con una dispensa rilasciata per motivi di guerra, a casa della zia di lei dove, per qualche tempo, si stabilirono.
Gli sposi misero in cantiere un erede, ma lei ebbe un aborto spontaneo; ci riprovarono e, nel marzo 1945, nacque Pier Federico, detto Federichino, che sopravvisse pochi giorni. Tempo dopo si parlò di morte in culla, anche se i genitori non ne accennarono mai. Secondo gli intimi della coppia subentrò la decisione di non ritentare, per il trauma del dolore provato; molti anni dopo, in un’intervista, lei ammetterà il dispiacere di non avere figli, attutito dall’affetto reciproco, che ne era uscito rafforzato.
Mentre si esprimeva con le caricature dei soldati americani in un negozio romano, Federico divenne co –sceneggiatore; iniziò con Mario Bonnard (“Campo de’ fiori”, 1943, con Fabrizi e Magnani), Roberto Rossellini e diversi altri come Freda, Alessandrini, Lattuada, Mattoli, Eduardo de Filippo (con quest’ultimo, in “Fortunella” del 1958 c’è Giulietta). Lei esordì con un vero ruolo, nel 1948, sia pure non da protagonista, nel film di Alberto Lattuada “ Senza pietà”, prima di una serie di interpretazioni di prostitute, che le affibbiarono fin troppo spesso; sarà interprete ne “Lo sceicco bianco” del 1950, diretta dal marito, ancora non protagonista, col nome di Cabiria. La pellicola con Sordi non fu capita; a nostro sommesso parere Alberto non aveva ancora trovato la sua dimensione, mentre la storia della sposina che fugge il primo giorno di nozze dal timido consorte ( magnifico Leopoldo Trieste) destabilizzava senza divertire: è un film incerto su cosa vuole esprimere.
Nel 1948 si registra l’unica prova da attore di Federico, nel film “L’amore” di Rossellini, episodio “Il miracolo”. Nel 1950 Giulietta si evidenziò maggiormente nel film “Luci del varietà” di Lattuada, dove fa la cabarettista di una compagnia scalcagnata, che generosamente sostiene il fedifrago fidanzato capo comico.
Nacque il sodalizio con lo sceneggiatore Tullio Pinelli, collaboratore per diversi anni, abile a inquadrare le idee spazianti di Fellini.
Nel 1953 si presentò il primo grande successo, “I vitelloni”, storia di un gruppo di perdigiorno in quel di Romagna, che farà entrare la parola nelle definizioni sinonimiche della lingua italiana. Ritroviamo Alberto Sordi, che sembrava destinato a diventare attore feticcio dell’amico regista, dopo la parte in “Lo sceicco bianco”, ma andrà per altre strade. Un altro termine metaforizzato nella lingua italiana fu “Bidone”, dopo il film del 1955, considerato uno dei meno fortunati della produzione di Federico. Ritroviamo qui il piacentino Franco Fabrizi (1926/1995), specializzato in ruoli sordidi, per i quali patirà una certa antipatia del pubblico.
I percorsi di marito e moglie si riunirono nel 1954 per dar vita al capolavoro “La strada”, storia di una ragazza con difficoltà sociali, Gelsomina, che incontra Zampanò, un saltimbanco cinico impersonato da Anthony Queen, con il controcanto di un bizzarro personaggio chiamato Il matto, buono e perdente (Richard Basehart). Tra gli sceneggiatori figura un altro collaboratore di Federico, Ennio Flaiano, che con lui ebbe un rapporto contrastato.
Di nuovo insieme i coniugi girarono “Le notti di Cabiria” (1957), altro Oscar, nome femminile caro a Federico, in cui si intravede la mano di Pier Paolo Pasolini: la triste mondana che spera in un riscatto improbabile e si mette a rischio di vita sa di neorealismo e disperazione: non è esattamente Fellini tipico, ma lei riesce a reggere la storia.
L’anno dopo Giulietta rientrò nuovamente nei panni di una poveretta, scesa sul marciapiede dopo essere stata una domestica incarcerata ingiustamente, nella pellicola “Nella città l’inferno”, regia di Renato Castellani, con una esplosiva, anche troppo, Anna Magnani, nei panni di una navigata detenuta violenta e prevaricatrice.
Arrivò il 1960 e, con esso, il fantasmagorico “La dolce vita”, con Mastroianni in spolvero insuperabile nella parte del giornalista Marcello Rubini, aspirante scrittore, non abbastanza cinico per il successo e l’ingresso nel corrotto bel mondo, riottoso all’asfissiante amore della fidanzata che molla e riprende senza decidersi a sposarla, amico di decadenti borghesi, uno dei quali ucciderà se stesso e i figli per sedare inesplicati tormenti. Rubini è sempre circondato da un nugolo di fotografi molesti e invadenti, che retrospettivamente ricordano quelli di Lady Diana, il più appiccicoso dei quali si chiama Paparazzo: anche questo termine è entrato nel vocabolario, e in tutto il mondo.
Poiché l’opera (lunga due ore e mezzo) è uno snodo tra il prima e il dopo un certo modo di fare cinema di Federico, essa merita una sosta.
Roma, decaduta fino all’unità d’Italia a prati e pastorizia interrotti da ruderi, riprende vigore con le nuove opere, post unitarie e mussoliniane, rinascendo con il sacrificio di parti antiche appena recuperabili in foto ottocentesche; debitamente ampliata e cementificata per l’immissione di centinaia di migliaia di immigrati, soprattutto dal centro sud, oltre agli arrivi “nordici” al tempo dei Savoia, cosmopolita come capitale e per il richiamo turistico e del cinema, con Cinecittà divenuta “Hollywood sul Tevere”, ha ammassato dentro e sopra di sé molte anime: quella agra e viscerale di Trastevere, quella aristocratica e altoborghese di Parioli o Appia Antica o dei nuovi ricchi dell’Olgiata, quella borgatara cara a Pasolini e ai neo realisti, quella clericale, e altre ancora.
Chi, come noi, ha visto il film la prima volta quando era già leggenda, l’ha vissuto come tale, evitando il sacrilegio di criticarlo, ovvero di esercitare il diritto di critica, non necessariamente negativa.
Come altre opere del regista, questa pecca di eccessiva lunghezza: sembra si vogliano esprimere troppe idee, che finiscono per confondersi e sorpassarsi, come appunto in una visione onirica di cui l’autore non vuole risparmiarci nulla, finendo per travolgerci e alterare la concentrazione. La scena del finto miracolo religioso rimanda l’immagine della solita Italia superstiziosa e ignorante, concedendo al pubblico estero la straccioneria che sempre pretendeva da noi dall’inizio del filone neorealistico, specularmente al ritratto della vecchia nobiltà europea decaduta e viziosa, molto cara agli americani. Veicolo per l’attrazione turistica grazie al bagno di Marcello e Anita nella Fontana di Trevi, il film si conclude con la visione della piccola cameriera (Valeria Ciangottini), rivalutando la miseria e l’ingenuità come ancora di salvezza contro l’assoluta perdizione o impotenza degli altri ceti sociali. Ancora, il rapporto sessuale tra Marcello e Anouk Aimée nel misero abituro allagato di una passeggiatrice ci immerge, è il caso di dirlo, nel climax di fascinazione per la decadenza dannunziana da cui non ci siamo più ripresi. La pellicola vede la presenza di diverse attrici straniere, in omaggio alle esigenze delle coproduzioni, non sempre ben inserite nel quadro.
Due parole su “Anitona” Ekberg (1930/2015). Procace svedese di famiglia numerosa, riuscì a entrare nel mondo hollywoodiano, poi l’Italia la coinvolse e vi restò a vivere. Viene considerata amante storica di Gianni Agnelli; secondo lo scrittore Gigi Moncalvo i due ebbero un incidente stradale in Costa azzurra poiché l’avvocato, che si credeva un drago al volante ma intruppava spesso, guidava strafatto. L’attrice ricordava simpaticamente le sue disavventure sentimentali e i due mariti avidi che l’avevano rovinata; condusse gli ultimi anni in difficoltà, chiedendo inutilmente aiuto alla fondazione Fellini e perfino il sussidio cosiddetto Legge Bacchelli, non concesso perché non in possesso della cittadinanza italiana.
Otto e mezzo (1963), due Oscar, vede di nuovo Mastroianni, non per l’ultima volta, come alter ego di Fellini, identificato in Guido, regista in crisi di ispirazione. Qui inizia la fase brain storming, con tutta la fantasmagoria dell’animo felliniano intento a offrirci disordinatamente le sue fantasie, le crisi, le depressioni, l’euforia, i sogni proibiti: tocca sempre allo spettatore mettere ordine. Ci concede libertà, ma rinuncia allo sguardo.
Entra in scena Sandra Milo, interprete di Carla, amante frivola e svampita di Guido (sposato con Luisa, impersonata da Anouk Aimée).
Nata Elena Salvatrice Greco nel 1933 a Tunisi, da padre siciliano e madre toscana, la futura Sandra (Milo con riferimento alla Venere), tornata in Italia da bimba, presso parenti pisani di parte materna, ci racconta del matrimonio, quindicenne, con un nobile molto più grande che lasciò quasi subito dopo ( o prima?) un parto finito male, buttandosi, per ignote vie, nella carriera cinematografica. Vista ne “Lo scapolo” con Sordi, diventa cara al regista Antonio Pietrangeli, che la inserisce prima nel film “Il generale della Rovere”, cupa storia con un De Sica solo attore nella parte di un cravattaro in via di redenzione; poi in “Adua e le compagne” affiancata da Simone Signoret. Entrambe le volte si tratta di una parte da prostituta, ma la prima con una apparizione breve, mentre nella seconda l’atteggiamento alla “Marilyn”, con la chioma diventata bionda, la fanno notare; con Federico arriva l’imprimatur da diva. La sua carriera procederà a gonfie vele nei primi anni sessanta, soprattutto nel genere commedia, in mezzo a una vita privata accidentata: nuovo matrimonio col produttore ebreo greco Moris Ergas, divorzio e una figlia, Deborah, poi giornalista RAI, liti per l’affidamento; altre nozze col giovane medico napoletano Ottavio De Lollis, due figli, altro divorzio e nuovi contrasti; poi l’incontro con Bettino Craxi, le conduzioni televisive, una condanna per truffa in concorso con un nuovo compagno, interviste piene di racconti sulle presunte violenze subite dai suoi uomini, fino all’ultimo partner conosciuto, di decenni minore, e la scomparsa nel 2024. In questo turbinio, “Sandrocchia” sarebbe riuscita a infilare una relazione lunga diciassette anni con Fellini, che, a suo dire, apprezzava molto il suo fondoschiena e di cui, sempre a detta di lei, sarebbe stata il vero amore passionale. Ruolo di Giulietta in questa storia? Mistero. I tre vennero anche fotografati insieme.
Sta di fatto che in “Giulietta degli spiriti” (1965) la Masina è una moglie tradita dal marito e la Milo una seducente vicina che vorrebbe introdurla a distrazioni trasgressive: Oscar per costumi e scenografia, e altri premi di vario genere, ma critica tiepida e mancanza di ritmo. L’idea di liberarsi dalle catene esistenziali andando incontro al rischio della vita è ottima, ma lo svolgimento non coinvolge.
Sempre più immerso nelle sue visioni e forse in gara con Pasolini, Federico girò “Satyricon” (1969), vagamente ispirato a Petronio, dolce vita in salsa antico romana ed ermafroditi sparsi; e “I clowns” (1970), con le sue ispirazioni circensi.
Dopo “Roma” (1972), ritratto troppo didascalico dell’impatto della città eterna su un provinciale, arrivò un altro botto.
“Amarcord” (1974), in romagnolo “Io mi ricordo”, notoriamente è un altro sostantivo di derivazione fellinica. Scritto con Tonino Guerra, è un affresco; solo che sotto il Rubicone e a parte la capitale, destò interesse soprattutto in fasce elitarie. Lungi dalla denigrazione del fascismo, ne esce un ritrattaccio della Romagna; ma Cicco Ingrassia che sull’albero grida “Voglio una donna!” è impagabile e l’ensemble portò il quarto Oscar. La pellicola fu girata a Roma; Federico amava le ricostruzioni in interno, comprese quelle marine.
Gli anni settanta videro alcuni esercizi di stile come “E la nave va” del 1973, su un gruppo di squinternati in stile Titanic che omaggiano le ceneri di una cantante lirica; e “ Il Casanova di Federico Fellini”, ovvero col suo nome nel titolo, che ebbe il pregio di farci apprezzare un attore canadese da noi non ancora notissimo come Donald Sutherland, impegnato a rappresentare un tombeur più romantico che seduttore dinanzi all’orrore di donne mostruose. Oscar per i costumi.
“Prova d’orchestra” (1979) è un film corto per i criteri soliti di Federico. Siamo nel periodo del disordine e delle morti a mano armata. Il direttore non riesce a far lavorare gli orchestrali, indisciplinati, rivendicativi e libertini (due copulano indifferenti).
“La città delle donne” (1980) vede un Marcello troppo solo ad affrontare, senza partner all’altezza o buoni comprimari, la storia al sapore di incubo dell’emergenza nei rapporti tra uomo e donna, anticipandone la sistematica distruzione ormai avviata.
“Ginger e Fred” (1983), con Marcello e Giulietta, nella parte di maturi divi d’antan incapaci di inserirsi nei ritmi televisivi, ci sembrò, già allora, un racconto che piange su se stesso. Fellini esprimeva, eccezionalmente per le sue abitudini di fair play con la stampa, forte riprovazione per le interruzioni pubblicitarie della televisione commerciale: non si interrompe un’emozione, diceva; ma pur già sapeva che la discesa agli inferi era appena iniziata.
“Intervista” (1987) ricalca la nostalgia un poco lacrimevole del precedente. “La voce della luna” (1990) cattura un Paolo Villaggio in vacanza da Fantozzi, rivalutato grazie a questa chiamata finale di Federico, e si fregia dell’astro in pieno luccichio di Roberto Benigni. La critica sociale che ormai sembrava divorare i pensieri del regista è esposta bizzarramente e, come spesso accade con Fellini, senza ritmo. Ecco, il Fellini post Dolce Vita è una band senza batteria, è jazz suonato dalle immagini, è vibrazione scagliata su chi guarda.
Le musiche di Nino Rota, d’altra parte, una stella fulgida tra gli splendidi musicisti italiani specializzati in colonne sonore (Armando Trovajoli, Riz Ortolani, Ennio Morricone, Piero Piccioni, Nicola Piovani), aiutavano di molto l’ingresso nel mondo fatato di Federico, insieme a squadre di professionisti di prima scelta. E i premi non si limitarono agli Oscar, ma piovvero da ogni dove, per esempio al festival del cinema di Mosca.
Fellini rivelò che la sua vita si divideva in un prima e dopo Rol, ovvero fosse stata scandita dall’incontro con il sensitivo torinese Gustavo Adolfo Rol (1903(1994), apprezzato da molte celebrità, anche se il solito Piero Angela, più “cicapposo” che mai, lo declassò a mago: come se la magia non fosse parte della vita e i suoi trucchi non siano sfuggiti allo stesso Angela, forse troppo accecato dalla polvere della savana e dai suoi finti felini selvaggi. Lo diciamo da miscredenti totali rispetto al paranormale, ma nella consapevolezza che l’imponderabile possa rivestire una funzione utile alla sopravvivenza di chi soffre, di chi è malato o magari depresso come pare fosse Federico non di rado, aiutato da Rol a esprimere una creatività a volte perfino eccessiva e ridondante.
Dopo aver tanto girato il mondo, soprattutto per ricevere premi, Federico e Giulietta trascorrevano i loro giorni tra la lucente abitazione di via Margutta e la casa di Fregene. Lei aveva lavorato anche in radio ( ricordiamo una sua rubrica di consigli alle signore), lui si concedeva volentieri ai media e ai giornalisti, rilasciando parole di grande spessore filosofico ed esistenziale, pensieri semplici e non cattedratici. Leonora Ruffo (viso noto nelle commedie all’italiana) diceva che sul set egli potesse passare dalla dolcezza a una ruvida e spietata severità, ma a noi i retroscena non interessano: rovinano i sogni.
Accogliamo e facciamo nostri anche i giudizi più disincantati. Spesso si faceva fatica a finir di guardare un film di Fellini e ci si obbligava a terminarlo perché era un genio universalmente riconosciuto: e allora che fai, non guardi?
Nel 1993 la coppia Fellini si involò nuovamente per Los Angeles, per ricevere lui l’Oscar alla carriera e lei l’applauso coinvolgente dopo le parole riconoscenti del marito. Vedere sul palco Marcello e Sofia (a introdurre) e i due celebrati ci fece piacere, ma ci immalinconì: mai più l’Italia sarebbe stata così omaggiata. Sia Federico che Giulietta sembravano in buona forma e lui progettava un nuovo lavoro.
Era marzo. Di lì a poco Federico, reduce da aneurisma addominale, si fece operare a Ginevra ma, dopo un incidente in deglutizione e un’ischemia, in parte ancora afflitto da semiparesi, tornò in clinica a Roma, dove si spense il 31 ottobre. Giulietta lo seguì, afflitta da una male polmonare, il 23 marzo 1994. Sono sepolti a Rimini con Federichino.
Carmen Gueye


