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Finale coppa d’Africa: Senegal e polemiche

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Oggi il dibattito italiano si infuoca soprattutto sui problemi portati dall’immigrazione, in particolare quella dal “continente nero”.

Il fenomeno si affacciò negli anni settanta; conserviamo vividi ricordi sui primi “vu cumprà” marocchini sulle spiagge.

Nonostante i legami italiani con il Corno d’Africa (graditi o meno), ci siamo ritrovati, più o meno dagli anni ottanta, alle prese anche con ingressi massicci da un paese africano con cui non abbiamo avuto il benché minimo legame politico, culturale, economico: il Senegal.

Situato nell’area occidentale subsahariana, sbocco sull’Atlantico, esso è popolato da etnie irradiatesi dal centro del continente, così come sono varie le lingue parlate: quella predominante è il wolof, appartenente al gruppo più numeroso. Nel sud, in Casamance, sussiste una diversità etnica e linguistica che ha alimentato un sentimento indipendentista mai veramente sopito.

I senegalesi meno giovani si mostrano fieri del loro humus culturale che annovera il sempreverde Leopold Sénghor, poeta insigne e primo presidente dopo l’indipendenza dalla Francia nel 1960: un’autonomia per molti solo formale fino ai giorni nostri, insidiata dall’ex madrepatria.

L’economia era certamente depressa fino a qualche tempo fa e basata essenzialmente sulla pescae la coltivazione di alcune piante (intensa la produzione e l’esportazione di arachidi), ma attualmente essa appare in rampa di lancio, anche per apporti cinesi.

Il Lago Rosa, una delle attrazioni del Senegal.

Dopo un lungo periodo di governi cosiddetti progressisti i senegalesi si buttano, nel 2002, nel cambiamento tanto atteso e si sorbiscono per due mandati il presidente, peraltro allora già ultrasettantenne Abdoulaye Wade (oggi 99 anni), soggetto ad accuse di nepotismo.

Wade nel 2012 fallisce il tentativo di un terzo mandato e deve cedere il passo al grintoso cinquantenne Macky Sall. E’ costui un suo ex primo ministro, sganciatosi con disinvoltura in polemica con le scelte del boss. Egli si rivela subito l’esponente di una nuova rampante generazione di classi dirigenti africane; è un tecnocrate che parla inglese, ripristina la figura di una first lady autoctona, dopo una sfilza di francesi bianche e si permette di rispondere, un po’ piccato, a Obama (in visita ufficiale nell’estate 2013) che il tema dei diritti gay in Senegal, pur paese tollerante, può aspettare.

E’ rimarchevole la nutrita presenza di donne in politica: per alcuni osservatori esterni sarebbe una apparente contraddizione con la mentalità tradizionale; per i senegalesi risulta invece del tutto normale, rivendicando essi un trattamento privilegiato verso la figura femminile.

La capitale, Dakar, è stata spesso definita una sorta di New York equatoriale, “metropoli che non dorme mai”; noi ricordiamo quella veglia notturna febbrile, che trasmette elettricità e convulsione.

Dakar, 2010

La religione praticata in prevalenza (90% della popolazione) è l’Islam, arrivato alcuni secoli fa, ma la cui diffusione capillare è relativamente recente, in una forma locale tutta particolare organizzata in confraternite, tra cui la più nota è detta muridismo. Un 5% è formato da cattolici, il restante è animista.

I senegalesi in Italia, nonostante si siano presto adattati alle nostre laiche costumanze (alquanto in disuso il divieto coranico per gli alcolici), mostrano un discreto attaccamento alle tradizioni, all’osservanza del Ramadan, all’aggregazione tra loro in feste “comandate” come il Tabaski (commemorazione del sacrificio da parte di Abramo), all’organizzazione di eventi musicali con artisti e maestri di danza. Molti, troppi, hanno scelto la strada del guadagno facile.

Il Senegal è una repubblica presidenziale. Dopo feroci polemiche politiche, nel 2024 è stato eletto presidente Bassirou Diomaye Diakhar Faye, classe 1980, fieramente bigamo (le consorti lo accompagnano alternativamente nei viaggi ufficiali), in cui molti nutrono grande fiducia.

Dopo questa sommaria panoramica, veniamo allo sport: in teoria collante e fluidificante nelle relazioni umane, latore di conoscenza e scambio culturale, oggi rischia di essere terreno di scontro culturale tra le seconde e terze generazioni , i cosiddetti afroitaliani che, spesso schierati ideologicamente, finiscono per sposarne le cause; di talché essi non rappresentano altro (si veda il caso di Paola Egonu) che un nuovo manifesto elettorale, tutto “chiacchiere e distintivo”, non aiutando minimamente né l’integrazione, ove la si desideri, né la fratellanza tra popoli, a parole auspicata.

Sbaglierebbe chi pensasse a un unico afflato da Tunisi a Città del Capo, da Lagos ad Addis Abeba; l’Africa è una geograficamente, molte sono le sue anime; tra la fascia araba del Maghreb e il Sahel, tra l’oceano Atlantico e quello Indiano, le sensibilità e le culture sono diverse, né mancano vibrazioni razziste.

Con questo spirito si è giunti all’edizione 2025/2026 della coppa d’Africa, orma lucida e sfolgorante in stile terzo millennio, sotto l’egida di un FIFA ipercontrollante e interessi in ballo non più peregrini; anche se, per attrarre spettatori, si offrivano biglietti gratis poco prima del fischio d’inizio. Quasi tutti i calciatori giocano in squadre europee o del Golfo. Nel complesso, ha favorevolmente colpito la prestazione di una Nigeria dai fasti rinverditi, piazzatasi terza con le stelle Osimhen, Lookman e Calvin Bassey (questi nato ad Aosta).

I gialloverdi cosiddetti “Leoni della Teranga”( teranga è sinonimo di accoglienza) presentano un certo blasone, già onusti di una coppa conquistata nel 2022 e memori di una onorevole  prestazione ai mondiali del 2002, in cui osarono battere i francesi di Zidane; il Marocco, dal canto suo, ospita la kermesse e da subito si mostra intenzionato a spadroneggiare.

Dopo le rispettive galoppate trionfali, le due compagini giungono più galvanizzate che mai alla finale del 18 gennaio, nel megastadio di Rabat zeppo all’inverosimile, con un pubblico locale che, già dimostratosi poco sportivo nei precedenti match, fischiando regolarmente gli avversari del Marocco e quelli delle squadre maghrebine in genere, sembra praticamente certo dell’esito; a sostenere la Teranga, la solita pattuglia di coloriti e danzanti tifosi e l’attore franco/africano Omar Sy, dopo una presenza precedente del rapper statunitense di medesime origini, Akon.

La superiorità tecnica e atletica del Senegal è evidente, ma i marocchini mettono in campo determinazione, rabbia e una certa sicumera. L’arbitro, il congolese Ngambo Ndala, apparso ondivago in genere, non sembra aver acquisito maggior sicurezza e appare smarrito. Dopo una serie di occasioni sprecate, quando pare inevitabile il ricorso all’extratime, viene annullato un goal senegalese per un fallo che non sembra così vistoso; poco passa, e il Var, ormai arbitro più che supplente, chiama Ndala che, velocemente, decreta, al 98esimo minuto (oggi i recuperi sono sovrabbondanti) un rigore per i padroni di casa.

Ne scaturisce un putiferio. L’allenatore senegalese, Pape Thiaw, richiama i suoi negli spogliatoi per protesta, e non solo per l’asserito trattamento di favore verso gli avversari, ma esasperato dal comportamento dell’ambiente marocchino in generale: dubbi rigori a favore nel torneo, mai cartellini gialli ai  rossoverdi dell’Atlante fallosi, arbitro cambiato all’ultimo momento al posto di un sudanese ben più esperto, lanci di sedie in campo, ferimento di uno steward, un tifoso senegalese aggredito, il portiere del Senegal a cui viene sottratto l’asciugamano utile in caso di pioggia (caduta spesso e fitta dalle prime partite).

Il capitano Coulibaly è assente per somma di ammonizioni (anche questa contestata dagli osservatori) e gli è subentrato il “vecchio” Sadio Mané, classe 1992, ragazzo che ha già mostrato doti di sangue freddo e pazienza quando partì una assurda crociata contro la sua persona per aver impalmato, due anni or sono, una diciannovenne, accusato di averla “attenzionata” quando era giovanissima.

Sadio non esce dal campo e trattiene alcuni compagni, paventando la sicura reazione dei vertici FIFA e la radiazione dai prossimi mondiali, ai quali la Teranga si è qualificata. Dopo un turbinio di emozioni, nervosismi, invettive, la squadra si ricompone e ci si accinge al tiro dagli 11 metri.

Il rigorista Brahìm Diaz (madre spagnola) si produce in un calcio fiacco che finisce dritto tra le braccia di Roger Mendy: si va ai supplementari, durante i quali una rete di Pape Gueye sigillerà una vittoria sudata e meritata, ma amara.

Al momento pare che la federazione senegalese sia intenzionata a dare battaglia sia per le scorrettezze arbitrali che per le carenze nell’organizzazione e nel servizio di sorveglianza; da parte marocchina, per giustificare la disfatta, si accampa una “combine” per cui Dìaz avrebbe sbagliato apposta, in accordo con la controparte…

E ritornano discorsi sulle gestioni degli eventi sportivi, calcistici in particolari, che sembravano tramontate dai tempi della “mano de Dios” di Maradona a Mexico 1986: alterando il trionfo di un Senegal i cui figli potrebbero, anche grazie a un nuovo corso politico e sociale, smettere di morire sulle barche per cercare improbabili fortune e muoversi, come sacrosanto diritto degli umani, solo in regola o per diporto.

Carmen Gueye

carmengueye
carmengueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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