Quello che è successo con la recente uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei ha qualcosa di assurdo. Assurdo non perché sia incredibile, ma perché — a conti fatti — è un tipo di evento che sembra potenzialmente far comodo a tutti. Non a tutti nello stesso momento. E quando una “morte politica” torna utile a troppe parti contemporaneamente, bisogna fermarsi un attimo e ragionare: a chi giova davvero, e con quali conseguenze?
Partiamo da un dato elementare: Khamenei aveva 86 anni. Governava da 37. Era diventato, nel tempo, non soltanto una figura di potere, ma un corpo istituzionale, un simbolo, una colonna portante del regime. E proprio per questo, col passare degli anni, la sua figura era diventata anche più fragile: non nel senso della debolezza ideologica, ma nel senso della gestione pratica del potere. Un leader anziano è prevedibile, ma è anche un leader che trascina con sé il problema della successione, della stabilità interna, dell’ordine tra le fazioni.
In quel quadro, la sua morte — soprattutto se violenta e attribuibile a potenze straniere — può diventare, paradossalmente, la soluzione migliore persino per lui. Perché un leader che muore nel letto entra negli archivi; un leader che muore in un’operazione militare entra nella leggenda. Se il regime dovesse sopravvivere, Khamenei sarà considerato per sempre un martire dell’imperialismo statunitense: un volto da scolpire nella retorica nazionale, un nome da ripetere nei discorsi, un’icona da usare per rilanciare ciò che, nell’immediato, non verrà distrutto.
E non è solo questione di propaganda. È questione di meccanica del potere.
La morte di Khamenei fa comodo anche a chi, dentro lo Stato iraniano, doveva fare i conti con l’invecchiamento della guida. Ai Pasdaran, all’intelligence, a tutta quella architettura che regge davvero la Repubblica islamica al di là del clero. Khamenei era un garante, ma poteva diventare anche una figura ingombrante, sempre più scomoda, sempre più difficile da gestire, perché quando un leader si indebolisce — o semplicemente si consuma — cresce il rischio che il sistema debba proteggerlo più di quanto lui protegga il sistema.
La sua eliminazione chiude una fase e ne apre un’altra: più dura, più militare, più nervosa. Ma anche potenzialmente più funzionale a chi governa l’apparato.
Dall’altro lato, è evidente che questi fatti hanno fatto comodo anche agli Stati Uniti e a Israele. Hanno mostrato un lato di forza senza precedenti: capacità di colpire in profondità, di decidere, di forzare la storia con un gesto. È l’immagine della potenza che non chiede permesso, che non teme l’escalation, che si mette nella posizione di chi detta le regole.
Solo che qui arriva la parte più difficile. Colpire è facile. Governare le conseguenze no. E il punto non è soltanto se reggerà il regime di Teheran: è se reggerà l’intera architettura di sicurezza regionale dopo un atto del genere. Perché, da oggi, la partita non è più sulla dimostrazione di forza. La partita è sulla sopravvivenza politica.
E la sfida è doppia.
Da un lato, deve sopravvivere l’Iran. Se la Repubblica islamica regge l’urto, se incassa, se si ricompone, allora — in un modo perverso ma realistico — la fine di Khamenei diventerà una vittoria per il regime. Non una vittoria militare, certo. Ma una vittoria simbolica e narrativa: quella che trasforma una perdita in cemento identitario.
Dall’altro lato, devono sopravvivere anche gli Stati Uniti e Israele nella fase successiva: nella gestione del “dopo”, nel controllo dell’escalation, nell’evitare che la dimostrazione di forza diventi un boomerang strategico. Perché le operazioni spettacolari accendono le folle — ma possono anche incendiare le regioni.
E poi c’è il terzo livello: la politica interna americana. Durante la presidenza Trump, un’azione del genere ha anche un valore domestico. Trump può usarla per zittire — o quantomeno contenere — quella parte della sua base che non digerisce le escalation militari. Può dire: guardate, non è caos, è potenza. Può rivestire l’azione con la retorica dell’ordine, della sicurezza, dell’America che comanda e non subisce.
Ma la storia, come sempre, la fa il tempo. Se l’Iran cade, gli Stati Uniti avranno dimostrato ancora una volta che il loro imperialismo non incontra ostacoli reali. Se l’Iran resiste, la morte di Khamenei diventerà un martirio fondativo, e allora quella che oggi sembra una vittoria potrebbe trasformarsi nella miccia di una stabilizzazione autoritaria ancora più aggressiva.
Ecco perché l’evento è assurdo: perché è apparentemente utile anche per chi appare oggi, trasformando quanto avvenuto per assurdo in quella che può essere definita come una vittoria di Pirro. Proprio per questo nessuno può davvero dire di aver già vinto.


