Hormuz, l’Europa si muove per paura: il vero rischio è la crisi energetica

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Non è una prova di forza. È il segnale di una debolezza strutturale che l’Europa non può più nascondere. A Hormuz non si sta giocando una partita di prestigio geopolitico. Si sta giocando una partita molto più concreta: quella degli approvvigionamenti energetici.

Non esiste, allo stato attuale, una missione europea nello Stretto. Esiste però un fatto politico rilevante: oltre venti Paesi hanno dichiarato la loro disponibilità a contribuire a “sforzi appropriati” per garantire il passaggio sicuro nello stretto. La formula, come riportato da diverse fonti internazionali, è volutamente vaga: segnala una disponibilità, ma non equivale ancora a una decisione operativa.

Questo è il punto di partenza. Il secondo è più importante: se si arriverà a un intervento, non sarà il risultato di una scelta strategica autonoma, ma di una pressione crescente.

La crisi in corso ha prodotto un’interruzione dell’offerta energetica globale di portata eccezionale, con effetti che vengono già paragonati — per impatto — alla crisi del 1973. Il nodo centrale è proprio lo Stretto di Hormuz, da cui transita una quota decisiva del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale.

Qui il discorso cambia. Non si tratta più di sicurezza della navigazione. Si tratta di energia.

Per contenere lo shock, gli Stati Uniti e altri Paesi hanno già fatto ricorso alle riserve strategiche. Ma questo non risolve il problema strutturale: le riserve servono a tamponare, non a sostituire i flussi. Se la compressione del traffico prosegue, il rischio è quello di una crisi energetica piena. È questo il punto che spinge l’Europa.

In questo quadro, l’Iran dispone di una leva concreta. Non serve un controllo totale dello stretto. È sufficiente rendere instabile il traffico per produrre effetti equivalenti a un blocco: meno transiti, più costi, più pressione sui mercati.

Allo stesso tempo, la reazione occidentale mostra un’evidente asimmetria. Nelle dichiarazioni comuni la condanna si concentra soprattutto sull’Iran, mentre non si è registrata una presa di posizione unitaria nei confronti degli Stati Uniti, nonostante la situazione sia stata generata anche da Washington. Il G7 ha insistito sulla sicurezza energetica e marittima e sulla condanna degli attacchi iraniani, evitando però una rottura politica con l’alleato americano.

Questo doppio standard è uno degli elementi più rilevanti della crisi.

L’Europa, infatti, si trova oggi in una posizione contraddittoria: critica in modo frammentato e debole la gestione americana, ma non rompe. Al contempo teme l’instabilità prodotta dall’Iran, ma non può permettersi una chiusura prolungata dello stretto. Per questo, se l’ipotesi di una presenza europea a Hormuz dovesse concretizzarsi, questa sarà da considerarsi come l’ultima spiaggia.

Disperata non in senso emotivo, ma strategico: il tentativo di evitare che una crisi militare si trasformi in una crisi energetica insostenibile per il continente. Un intervento dettato non dalla volontà di affermare un ruolo, ma dalla necessità di proteggere flussi che non possono essere sostituiti nel breve periodo.

Oggi i fatti operativi si stanno sviluppando. Ma la pressione che potrebbe trasformare le dichiarazioni in decisioni esiste già.

E indica una cosa precisa: l’Europa non si muove perché è forte. Si muove perché teme di non poter restare ferma.

giorgiocegnolli
giorgiocegnolli
Spirito polemico e indipendente, non cerca consensi facili né amicizie di circostanza. La politica resta la sua più grande passione.

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