Come finirà lo scontro tra Stati Uniti e Iran? È una domanda che nelle prime settimane di guerra resta inevitabilmente aperta. Tuttavia alcuni segnali indicano già che non si tratterà di un confronto semplice per Washington. Gli Stati Uniti – anche a causa delle scelte strategiche compiute negli ultimi anni dall’amministrazione Trump – sembrano essersi inseriti in un conflitto che potrebbe rivelarsi più complesso del previsto e potenzialmente decisivo per un’egemonia globale che dura ormai da oltre trent’anni.
Lo scontro tra Stati Uniti e Iran, infatti, non si combatte soltanto con droni, basi militari o portaerei. Si combatte anche – e forse soprattutto – nel terreno più sensibile dell’economia mondiale: la sicurezza dei flussi energetici.
Il centro di questa crisi è lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più importanti del pianeta. Secondo la U.S. Energy Information Administration, attraverso questo corridoio largo poche decine di chilometri transitano circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a circa un quinto del consumo mondiale di petrolio.
Questo significa che qualsiasi minaccia alla sicurezza dello stretto si trasforma immediatamente in uno shock globale.
Non sorprende quindi che, nelle fasi più acute della crisi, il prezzo del petrolio sia tornato sopra i 100 dollari al barile, con picchi molto più alti nelle giornate di maggiore tensione. Ma il punto centrale della crisi non è soltanto il petrolio.
Il confronto tra Iran e Stati Uniti mostra una dinamica ormai classica delle guerre contemporanee: l’asimmetria dei costi. Teheran non ha bisogno di battere militarmente Washington. Non deve distruggere la Quinta Flotta né occupare territori. Gli basta qualcosa di molto più sottile: rendere la stabilità del sistema globale sempre più costosa.
Droni relativamente economici, attacchi mirati alle rotte commerciali e minacce alle infrastrutture energetiche permettono a un attore regionale di mettere sotto pressione una superpotenza che deve invece mobilitare sistemi difensivi sofisticati e costosissimi.
È la logica tipica delle guerre asimmetriche: il più debole non cerca la battaglia decisiva, ma il logoramento.
La risposta occidentale è stata quella prevista dai manuali delle crisi energetiche: il possibile utilizzo delle riserve strategiche di petrolio per stabilizzare i mercati. Ma queste misure funzionano soltanto nel breve periodo. Servono ad assorbire uno shock temporaneo, non a risolvere una crisi geopolitica prolungata.
Se la tensione nel Golfo dovesse durare mesi, il mercato continuerebbe inevitabilmente a incorporare il rischio. E a quel punto il problema smetterebbe di essere regionale. La questione diventa allora più ampia.
Gli imperi non cominciano a declinare nel giorno in cui perdono una guerra. Cominciano a declinare quando il mondo si accorge che la loro superiorità non basta più a trasformarsi in ordine, obbedienza e stabilità.
È questa, probabilmente, la domanda più seria che si nasconde dietro lo scontro tra Stati Uniti e Iran. Il punto non è stabilire se Washington resti militarmente più forte di Teheran. Nessuno lo mette realmente in discussione. Il punto è capire se questa superiorità basti ancora a imporre l’esito politico della crisi.
Perché l’Iran non ha bisogno di distruggere la potenza americana. Gli basta aumentare progressivamente il costo della leadership americana. La storia offre esempi molto concreti di questo passaggio.
Il primo è Suez, 1956. Gran Bretagna e Francia riuscirono sul piano militare ad attaccare l’Egitto dopo la nazionalizzazione del Canale di Suez. Ma il punto decisivo non fu il successo tattico iniziale: fu il fatto che Londra e Parigi dovettero ritirarsi sotto la pressione politica e finanziaria internazionale, in primo luogo americana. La crisi mostrò al mondo che le due vecchie potenze europee non potevano più agire come imperi autonomi.
Il secondo esempio è l’Afghanistan sovietico. Quando l’URSS intervenne nel 1979 pensava di poter stabilizzare rapidamente un paese periferico ma strategico. Ne uscì dieci anni dopo, dopo una lunga guerra di logoramento. Il problema non fu soltanto militare. Fu politico e simbolico: una superpotenza scopriva di non riuscire a trasformare la propria forza in controllo stabile.
Il terzo esempio è ancora più lontano nel tempo ma forse ancora più istruttivo: la Spagna del tardo Cinquecento. La sconfitta dell’Armada nel 1588 non fece crollare l’impero spagnolo in un giorno, ma segnalò che la superiorità marittima di Madrid non era più intoccabile.
In tutti questi casi il declino non arrivò solo con una singola battaglia decisiva. Arrivò quando il mondo iniziò a capire soprattutto che anche la potenza dominante aveva dei limiti.
È per questo che la crisi con l’Iran va letta con prudenza ma anche con serietà. Gli Stati Uniti non sono la Gran Bretagna del 1956, né l’URSS del 1989, né la Spagna di Filippo II. Restano una potenza militare, tecnologica e finanziaria senza precedenti.
Ma proprio per questo la questione vera non è se possano colpire più forte.
La questione è se possano ancora chiudere una crisi alle proprie condizioni, senza pagare un prezzo crescente in termini di energia, consenso, alleanze e credibilità internazionale.
Se la risposta comincia a diventare incerta, allora il problema non è più soltanto iraniano.
Diventa imperiale.
E nella storia degli imperi è spesso questo il momento decisivo: non quando perdono tutto, ma quando il mondo capisce che non possono più vincere senza logorarsi.
M.S.


