Stretto di Hormuz, crisi come Suez 2.0?

Share

La crisi dello stretto di Hormuz può diventare una nuova crisi di Suez? La domanda non è forzata, perché in entrambi i casi al centro c’è un passaggio marittimo decisivo, capace di influenzare non solo gli equilibri regionali ma anche il funzionamento dell’economia mondiale.

Nel 1956 Nasser nazionalizzò il Canale di Suez, fino ad allora controllato da capitali britannici e francesi. La reazione di Londra e Parigi, insieme a Israele, portò a un intervento militare che sul piano operativo riuscì, ma che politicamente si rivelò un fallimento. La pressione di Stati Uniti, Unione Sovietica e Nazioni Unite impose infatti il ritiro, trasformando Suez in una sconfitta simbolica per le vecchie potenze coloniali europee. Da quel momento tutto cambiò e le superpotenze emergenti fecero vedere che il mondo non era più quello di prima.

Discorso simile teoricamente potrebbe essere fatto anche con riferimento all’attuale crisi tra USA, Iran e ancora una volta Israele. Oggi il baricentro della tensione si è spostato verso lo stretto di Hormuz, uno dei punti più delicati del pianeta, alla pari del Canale di Suez. Da lì passa una quota enorme del petrolio mondiale, oltre a grandi volumi di gas naturale liquefatto. Per questo ogni minaccia iraniana su Hormuz non riguarda soltanto il Golfo Persico, ma tocca direttamente energia, mercati, assicurazioni marittime e stabilità internazionale.

Il parallelo con Suez sta soprattutto qui: un attore regionale usa un passaggio strategico per aumentare il proprio peso politico. Nasser lo fece per affermare la sovranità egiziana e sfidare l’ordine imposto dalle potenze europee. L’Iran, in un contesto molto diverso, usa da anni Hormuz come leva di deterrenza, tra pressioni sul traffico commerciale, minacce militari e rischio costante di escalation. Ora il blocco ricorda come non mai quanto avvenuto a Suez nel 1956.

Ma il punto più interessante è un altro. La crisi di Suez mostrò che Regno Unito e Francia non erano più in grado di imporre da sole il proprio ordine in Medio Oriente. La crisi dello stretto di Hormuz potrebbe fare emergere, in altra forma, un problema simile per gli Stati Uniti. L’apparato atlantico non può permettersi che uno snodo fondamentale per il petrolio mondiale venga paralizzato, ma una risposta troppo dura contro Teheran rischierebbe di trasformare una crisi marittima in un conflitto globale aperto.

È questo il vero nodo: Hormuz non misura solo la forza dell’Iran, ma anche la capacità americana di garantire la sicurezza dei traffici globali senza precipitare in una guerra più ampia. Ed è una questione che riguarda da vicino anche l’Europa, perché un blocco o anche solo un forte rallentamento del traffico nello stretto di Hormuz avrebbe effetti immediati sul prezzo dell’energia e sulla tenuta dei mercati.

Naturalmente le differenze con Suez restano profonde. La crisi del 1956 apparteneva al mondo bipolare della Guerra fredda, mentre oggi lo scenario è più instabile e multipolare. Inoltre il Canale di Suez è un’infrastruttura lineare, mentre Hormuz è uno spazio aperto e molto più difficile da controllare, esposto a mine, droni, missili e attacchi asimmetrici.

Eppure il paragone conserva forza. Hormuz non è Suez, ma potrebbe diventarne l’equivalente politico per il nostro tempo: il luogo in cui una crisi locale finisce per rivelare una trasformazione globale. E soprattutto il punto in cui si capisce quanto sia ancora sostenibile l’ordine marittimo su cui si reggono petrolio, commercio e mercati internazionali.

giorgiocegnolli
giorgiocegnolli
Spirito polemico e indipendente, non cerca consensi facili né amicizie di circostanza. La politica resta la sua più grande passione.

Leggi anche

Ultime notizie