Iran-USA, la guerra continua ma dietro le quinte si muove la diplomazia

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Tra Washington e Teheran il paradosso si fa ogni giorno più evidente: in pubblico si alzano i toni, si moltiplicano le accuse e si ostenta forza; dietro le quinte, però, i canali indiretti restano aperti e nessuno sembra voler chiudere del tutto la porta a una via d’uscita. È dentro questa ambiguità che si muove l’ultima fase della crisi tra Stati Uniti e Iran, con una diplomazia che continua a passare per mediatori regionali e una pressione militare che, intanto, non accenna a diminuire.

Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha ribadito che non esistono negoziati diretti con gli Stati Uniti. Teheran ammette il passaggio di messaggi tramite Paesi terzi, ma respinge l’idea che questo equivalga a un tavolo vero e proprio. Anzi, la linea iraniana resta quella di presentare l’insistenza americana sui colloqui come un segnale di difficoltà di Washington rispetto agli obiettivi iniziali della guerra. Varie testate internazionali affermano che Egitto, Pakistan e alcuni Stati del Golfo stanno facendo da tramite, mentre fonti iraniane hanno indicato che, nel caso in cui si arrivasse a un contatto politico, i nomi in campo sarebbero proprio quelli di Araghchi e del presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf.

Ed è qui che si inserisce l’indiscrezione più significativa delle ultime ore. Secondo il Wall Street Journal, Stati Uniti e Israele avrebbero temporaneamente rimosso Abbas Araghchi e Mohammad Baqer Qalibaf dalla lista degli alti funzionari iraniani considerati obiettivi, in un tentativo di riaprire uno spazio utile ai colloqui. La notizia, rilanciata anche da altre testate, suggerisce che mentre la retorica bellica prosegue, almeno una parte dell’apparato americano e israeliano stia cercando di preservare interlocutori politici utili a un eventuale negoziato. È un dettaglio che non cambia il quadro militare, ma ne svela la contraddizione di fondo.

Sul fronte opposto, Donald Trump continua invece a usare un linguaggio di massima pressione. In queste ore ha sostenuto che gli iraniani starebbero negoziando ma avrebbero paura di ammetterlo pubblicamente, arrivando a dire che i loro emissari temerebbero di essere uccisi dai loro stessi connazionali. Una frase che serve a ribaltare la narrazione di Teheran e a rafforzare l’immagine di un’America che colpisce duramente sul piano militare ma si considera comunque in posizione dominante anche su quello diplomatico.

Nel mezzo, il Qatar prova a tenere un profilo più realistico che ottimistico. Doha ha chiarito di non essere impegnata in una mediazione diretta tra Stati Uniti e Iran, ma di sostenere tutti i canali formali e informali che possano contribuire a fermare la guerra. In questo quadro si inseriscono anche le parole del portavoce Majed al-Ansari, secondo cui l’annientamento totale dell’Iran non è un’opzione e nella regione si dovrà comunque continuare a convivere. È una posizione che fotografa bene il punto: nessuno, nemmeno tra gli alleati occidentali nel Golfo, sembra credere davvero a una soluzione fondata sulla cancellazione di una delle parti.

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