Il Governo ha tagliato le accise, ma per chi vive al volante il sollievo resta parziale e, in molti casi, quasi invisibile. È questa la denuncia che arriva dalla CGIA di Mestre, secondo cui il caro carburanti continua a colpire in pieno i cosiddetti “professionisti della strada”: piccoli autotrasportatori, taxisti, Ncc, bus operator e agenti di commercio. Il punto politico e sociale è semplice: quando il mezzo non è un’opzione, ma lo strumento stesso con cui si lavora, ogni aumento alla pompa smette di essere una seccatura e diventa un problema di tenuta economica.
I numeri usati dalla CGIA spiegano bene perché l’allarme non sia affatto retorico. Nonostante la riduzione delle accise e il credito d’imposta previsto per una parte dei mezzi pesanti, dall’inizio del 2026 il diesel risulta comunque in aumento del 20,9%, pari a 34 centesimi in più al litro. Per un autocarro sotto le 7,5 tonnellate, il pieno costa circa 172 euro in più rispetto a fine dicembre; su base annua, la stima dell’aggravio arriva a 12.350 euro per ciascun mezzo. Sono cifre che, per una microimpresa o per un lavoratore autonomo, pesano molto più di qualsiasi slogan rassicurante.
Il dato ufficiale del Mimit, peraltro, non smentisce affatto il quadro di sofferenza. Il 20 marzo il prezzo medio nazionale in modalità self service era di 1,978 euro al litro per il gasolio e di 1,734 euro per la benzina. Nello stesso aggiornamento, il ministero ha reso noto che quasi il 60% degli impianti aveva ridotto i prezzi dopo il taglio deciso dal Governo, ma che l’11,4% non li aveva ancora adeguati e, in alcuni casi, aveva addirittura aumentato i listini esposti. È un dettaglio tutt’altro che marginale: vuol dire che tra decreto e prezzo effettivamente pagato alla pompa continua a esserci una distanza concreta, che finisce per scaricarsi su chi non può fermare il mezzo neppure per un giorno.
Ed è proprio qui che la denuncia della CGIA si fa più forte. A essere schiacciati non sono soltanto gli autotrasportatori, ma un’intera galassia di partite Iva che macina chilometri per lavorare e che ha margini ridotti o nulli per scaricare i rincari a valle. I taxisti e gli Ncc, in particolare, si muovono dentro tariffe regolate o comunque fortemente compresse; gli agenti di commercio non possono smettere di percorrere territori e appuntamenti; i bus turistici devono già fare i conti con assicurazioni, personale, manutenzione e pedaggi. Secondo lo studio, per queste attività il gasolio arriva a incidere mediamente per il 30% dei costi operativi.
La questione, poi, non si ferma al diesel. La stessa CGIA segnala rincari anche sul fronte della ricarica elettrica: negli ultimi 20 giorni, il costo per ricaricare un mezzo full electric sarebbe passato da 70 a circa 100 euro, con un balzo del 43%. In altre parole, neppure la transizione verso flotte più verdi mette automaticamente al riparo dai contraccolpi energetici. E questo complica ulteriormente il quadro per quei settori dell’ultimo miglio che avevano investito proprio sull’elettrico come leva di contenimento dei costi e di modernizzazione del servizio.
Il tema riguarda l’intero sistema economico nazionale, non una nicchia. La CGIA ricorda che circa l’80% delle merci in Italia viaggia ancora su gomma e che i quattro comparti considerati — agenti di commercio, autotrasporto e traslochi, taxi/Ncc e bus operator — valgono almeno 306.807 attività. Le regioni con il numero più alto sono Lombardia, Lazio e Veneto, ma il problema investe tutto il Paese. In Trentino-Alto Adige, secondo le tabelle allegate, le attività riconducibili a questi comparti sono 4.875; nella sola provincia di Trento se ne contano 2.341. Non siamo dunque davanti a una polemica di categoria, ma a una pressione che tocca una parte larga della mobilità economica reale.


