Il Fisco vede le escort, lo Stato no: un anno dopo ATECO 96.99.92

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C’è un paradosso che il nuovo scenario fiscale ha soltanto reso più visibile. Le sex worker possono emergere, dichiarare, pagare, mettersi in regola. Ma quando cercano tutele, riconoscimento, protezione concreta, lo Stato torna improvvisamente vago, distante, incerto. A un anno dal dibattito che ha accompagnato il codice ATECO 96.99.92, il bilancio che emerge dai dati diffusi da Escort Advisor è tutto qui: più obblighi, ma ancora pochi diritti.

Il punto, naturalmente, non è solo tecnico. Non riguarda soltanto una classificazione economica o la possibilità di aprire una partita IVA. Riguarda il fatto che attorno al sex work in Italia continua a esistere una gigantesca zona grigia, dove il fisco riesce a entrare molto prima delle istituzioni sociali, della politica e perfino degli uffici pubblici chiamati a dare risposte.

Escort Advisor, che da oltre dieci anni osserva il settore e che nell’ottobre 2024 ha attivato lo sportello di consulenza “L’Esperto Risponde”, racconta una realtà che merita attenzione. Dopo circa sedici mesi di attività e circa 250 consulenze erogate, il dato più evidente è che il 60% delle richieste riguarda temi fiscali. Un numero che vale quasi come una dichiarazione collettiva: molte sex worker vogliono capire come mettersi in regola, ma si muovono in un contesto percepito ancora come opaco, incerto e spesso ostile.

Il settore, insomma, non sembra chiedere scorciatoie. Chiede orientamento. Chiede informazioni comprensibili. Chiede interlocutori preparati. E soprattutto chiede di non essere costretto a scegliere tra emersione fiscale e paura di esporsi. È un punto decisivo, perché smonta una narrazione superficiale: non c’è soltanto il tema del reddito non dichiarato o del rapporto con il fisco, ma anche quello di una professione che, nel momento in cui prova a uscire dall’ombra, scopre di non trovare ancora un quadro di tutele all’altezza.

Subito dopo le questioni fiscali arrivano infatti quelle penali, che rappresentano il 20,7% delle richieste rivolte allo sportello. È qui che il discorso si fa più duro. Perché parlare di profili penali significa entrare nel territorio della violenza, dello stalking, della paura di denunciare, del timore di non essere credute o di non essere prese sul serio. Secondo quanto emerge dal progetto, molte donne percepiscono ancora un deficit di tutela istituzionale, come se il fatto di svolgere attività sessuale a pagamento potesse attenuare, agli occhi di qualcuno, la gravità delle violenze subite. È un punto che pesa enormemente e che da solo basterebbe a mostrare quanto il problema sia più ampio di una semplice regolarizzazione fiscale.

Non meno delicato è il dato sull’immigrazione, che vale il 10% delle consulenze. Dietro questa percentuale si nascondono paure molto concrete: dichiarare questo lavoro può compromettere il permesso di soggiorno? Può creare problemi sul piano familiare? Può esporre a conseguenze impreviste nel rapporto con i figli o con le autorità? Il fatto che tante richieste si concentrino su questo nodo mostra una fragilità strutturale: per molte lavoratrici straniere l’emersione non è solo un passaggio amministrativo, ma un rischio percepito, un salto nel vuoto.

Più bassa la quota di richieste di supporto psicologico, pari allo 0,7%, ma il dato va letto con cautela. Il servizio è stato introdotto da pochi mesi e, proprio per questo, la percentuale non restituisce ancora tutta la profondità del problema. Lo stigma sociale, infatti, resta uno dei grandi convitati di pietra di questa vicenda. Incide sul rapporto con gli uffici, con la sanità, con la società, con la possibilità stessa di chiedere aiuto senza sentirsi immediatamente etichettate.

Il comunicato porta anche una testimonianza concreta, quella di Luana Absoluta, escort di Brescia, madre di tre figli, musicista e imprenditrice. La sua esperienza racconta bene il corto circuito italiano. Quando ha deciso di aprire la partita IVA usando il codice collegato al nuovo scenario ATECO, si è scontrata, racconta, con l’imbarazzo e la scarsa preparazione degli uffici. Una situazione che colpisce perché rende visibile il divario tra ciò che sulla carta appare possibile e ciò che, nella pratica quotidiana, continua a essere difficile perfino per chi vuole dichiararsi apertamente e rispettare le regole.

Ed è proprio qui che il discorso si fa politico, anche senza bisogno di slogan. Perché uno Stato non può limitarsi a chiedere responsabilità fiscale se non è poi in grado di offrire un quadro minimamente coerente di diritti, sicurezza e riconoscimento. Non può pretendere trasparenza economica e continuare a tollerare opacità istituzionale. Non può incassare e poi voltarsi dall’altra parte.

Escort Advisor insiste molto anche su un aspetto economico spesso rimosso dal dibattito pubblico: l’emersione del settore, secondo le stime dell’Osservatorio EA Insights, potrebbe generare un gettito fiscale significativo, da circa 0,2 miliardi di euro in uno scenario prudente fino a circa 0,8 miliardi nelle ipotesi più ambiziose. Al di là delle stime, il messaggio è chiaro: non si tratta di una realtà marginale o folkloristica, ma di un ambito che ha una sua consistenza sociale ed economica e che proprio per questo non può essere affrontato soltanto con imbarazzo, moralismo o ipocrisia.

Il caso recente di Massa Carrara, richiamato nel comunicato, ha reso il paradosso ancora più evidente. Quando c’è da contestare redditi non dichiarati, il sistema sa essere rapido, netto, presente. Quando invece si apre il capitolo delle tutele, del rapporto con le istituzioni, della protezione da abusi e violenze, tutto diventa improvvisamente più sfumato. È questa la contraddizione che emerge con maggiore forza a un anno di distanza: il sex work è visibile per il fisco, ma continua a restare troppo spesso invisibile per lo Stato sociale.

In fondo è questo il vero cuore della questione. Il codice, da solo, non basta. La possibilità di aprire una partita IVA, da sola, non basta. Non basta nemmeno l’emersione economica, se non è accompagnata da un avanzamento sul piano della dignità, della sicurezza e dell’accesso reale ai diritti. Senza questo passaggio, il rischio è di lasciare tutto sospeso in una terra di mezzo: abbastanza visibili da essere tassate, ancora troppo poco riconosciute per essere davvero tutelate.

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