Mia Khalifa attacca Usa e Israele dopo i raid sul Libano

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Mia Khalifa attacca Usa e Israele dopo i raid sul Libano, ma il punto non è soltanto il tono del suo video. Il punto è che quelle parole arrivano dopo una giornata che, per il Libano, ha avuto il peso di una strage. Reuters ha riferito che l’8 aprile Israele ha compiuto gli attacchi più intensi in Libano dall’inizio della nuova fase della guerra con Hezbollah, con oltre 250 morti e più di 1.000 feriti secondo le autorità libanesi. È da lì che bisogna partire. Il resto, compresa la polemica social, viene dopo.

Nel video diffuso sui social, Khalifa parla di “160 raid aerei in dieci minuti” contro edifici residenziali, scuole, ospedali, infrastrutture civili e perfino cimiteri con cortei funebri “nel mezzo di un cessate il fuoco”. Il dato è contenuto nel suo intervento e va trattato per quello che è. Ma il passaggio che colpisce davvero è un altro: dice di non sapere “come conciliare” il fatto che “i miei dollari delle tasse” possano contribuire a fare questo “alla mia patria”. Ed è qui che lo sfogo cambia tono. Non è più solo rabbia. Diventa una questione politica, quasi identitaria: una libanese cresciuta negli Stati Uniti che guarda il suo Paese colpito e si chiede quale parte abbiano, in tutto questo, anche i soldi del Paese in cui vive.

Da una parte Israele sostiene di colpire obiettivi di Hezbollah. Dall’altra l’ONU ha definito “spaventosi” i rapporti sulle vittime civili, mentre l’OMS ha avvertito che gli ospedali libanesi rischiano di restare senza forniture essenziali per i feriti. A quel punto la domanda viene da sola: quante vittime servono prima che le formule diplomatiche smettano di suonare come una copertura? Quando un caso social esplode così in fretta, quasi mai è solo per il personaggio. Di solito accade perché intercetta qualcosa che tanti pensano già, magari senza dirlo.

A rendere ancora più fragile la linea americana c’è poi un altro elemento. In un’intervista a NBC News, Donald Trump ha confermato di aver chiesto a Benjamin Netanyahu di mantenere un profilo “più basso” in Libano. Anche a Washington, evidentemente, sanno che il fronte libanese rischia di mandare all’aria la già fragile trattativa con l’Iran. A quel punto il problema non è più solo militare. È politico, diplomatico e ormai perfino d’immagine.

C’è poi un dettaglio che rende l’intervento di Mia Khalifa meno improvvisato di quanto qualcuno proverà a raccontare. Già ai tempi della sua breve carriera nell’hard ricevette minacce di morte dopo i video con l’hijab, che le attirarono anche minacce di decapitazione da parte di sostenitori dell’ISIS. Non è colore. Serve a capire che il suo tono, oggi, non sa di posa. Sa piuttosto di una persona che conosce da anni il prezzo dell’esposizione pubblica.

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