Trump contro Meloni sul Papa: perché l’attacco può rafforzarla

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Libera Chiesa in libero Stato, ricordiamo tutti questa famosa frase che si studia a scuola e è questa a cui, forse, ha pensato Donald Trump prima di attaccare Papa Leone. Questa brillante idea gli è costata la condanna da parte di Giorgia Meloni e di tutto il mondo politico italiano. Forse è questo il principio che lo ha spinto a rispondere alle domande del Corriere della Sera, e lo ha portato ad attaccare ciò che è, nei fatti, inattaccabile in Italia: il Papa. Che sia italiano, tedesco, argentino o statunitense poco cambia e il punto è che Trump, in questa vicenda, sembra non avere fatto bene i conti con la struttura della società italiana. Ed è qui che il discorso si fa interessante. Perché l’Italia non è un Paese qualsiasi, non è un Paese che si può leggere con le categorie normali occidentali e persino la cinematografia americana e lo stesso Sorrentino lo hanno mostrato; l’Italia non è nemmeno un Paese in cui la figura del Papa può essere trattata come quella di un leader estero qualsiasi, o di un personaggio pubblico che si può colpire dentro una polemica politica senza che questo produca conseguenze.

In Italia il Papa, che lo si voglia ammettere o no, continua ad avere una forza che va molto oltre il piano religioso in senso stretto. Ha una forza simbolica, culturale, storica, perfino istituzionale in senso largo. È una figura che entra nei nervi profondi del Paese. E questo non da ieri. Da decenni, anzi da molto più tempo, la questione del rapporto con il Pontefice è sempre stata delicatissima. Lo è stata per la destra, per il centro, per la sinistra, per tutti. Si può contestare la Chiesa, si può polemizzare con il Vaticano, si può perfino prendere le distanze da alcune sue posizioni, ma attaccare frontalmente il Papa è sempre stata un’altra cosa. È sempre stato percepito come uno sconfinamento.

Questo perché l’Italia, nei fatti, resta un Paese particolare. Formalmente laico, certo. Ma solo formalmente fino a un certo punto. Perché nella sua struttura profonda continua ad avere qualcosa che assomiglia a una teocrazia di fatto, naturalmente in forma moderata, attenuata, occidentalizzata, ma pur sempre teocrazia di fatto. Il Papa non è solo il capo della Chiesa cattolica. È anche una figura che, nella coscienza italiana, pesa più di moltissimi capi di Stato e più di molte autorità civili. E chi non capisce questo, chi pensa che basti attaccarlo per colpire chi lo difende, finisce facilmente per sbagliare bersaglio.

È qui che si capisce anche la posizione di Giorgia Meloni. La premier, in fondo, ha fatto semplicemente quello che ci si aspettava da lei. Ha difeso non tanto un capo di Stato straniero, ma la guida spirituale che, per una parte enorme dell’Italia, continua a rappresentare qualcosa di essenziale. E non poteva fare molto altro, se non voleva entrare in rotta di collisione con una componente profonda del Paese reale. Non era solo una scelta politica. Era quasi una scelta obbligata, se voleva restare dentro il perimetro di ciò che in Italia è percepito come legittimo.

Per questo l’attacco di Trump, se aveva come obiettivo quello di mettere in difficoltà Meloni, rischia di ottenere esattamente l’effetto opposto. Perché la costringe a stare dalla parte che, in questo momento, in Italia è probabilmente la più naturale e la più forte: quella di chi difende il Papa da un’aggressione esterna. E in un Paese come il nostro una postura del genere non indebolisce, ma rafforza.

Anzi, si può dire qualcosa di più. Trump, nel momento in cui attacca Meloni su questo terreno, mostra di non avere capito fino in fondo che l’Italia è un Paese molto meno secolarizzato di quanto appaia. E per certi versi, sia pure in una forma infinitamente più morbida, più confusa, più disordinata e più stemperata, è un Paese che nei fatti somiglia più a una società a forte impronta religiosa che non agli Stati Uniti o ad altri Paesi occidentali dove il rapporto tra politica e religione segue binari diversi.

Naturalmente non si tratta di dire che l’Italia sia l’Iran. Sarebbe una sciocchezza. Ma si tratta di capire che l’elemento religioso, da noi, entra ancora nella tenuta stessa dell’ordine pubblico simbolico, della legittimità, del consenso, perfino del linguaggio politico. Il voto cattolico conta, eccome se conta. Ma ancora più del voto conta il riflesso profondo che porta molti, anche non praticanti, anche non particolarmente osservanti, a vedere nel Papa una figura che non può essere trattata come un avversario qualsiasi.

E allora il risultato è questo: Trump pensa di colpire Meloni, ma finisce per farle un favore. La mette nella condizione di fare ciò che in Italia viene letto come naturale, giusto, persino doveroso. E cioè difendere il Papa. Non perché il Papa sia il capo politico del Paese, ma perché, in una certa misura, resta una delle sue figure più alte e intoccabili sul piano morale e simbolico.

M.S.

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Voci diverse, radici comuni: autori e pensieri che hanno contribuito a Secolo Trentino

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