PROFUGHI: VITTIME DI UNA GUERRA IN CUI CI NASCONDIAMO INDIFFERENTI

E’ successo di nuovo, ancora una volta un peschereccio proveniente dall’Egitto con a bordo circa 700 migranti si è capovolto nella notte tra sabato e domenica nel canale di Sicilia, a circa 60 miglia a nord della Libia. Quella Libia da cui tutti i giorni, barconi stracarichi di persone, esseri umani – perché questo non deve mai sfuggirci di mente –  salpa alla ricerca di “terre sicure”, ma su rotte decisamente difficoltose. Come difficoltose sono poi le traversate, spesso un vero terno al lotto. E così, ecco l’ennesima sciagura. E’ questo il termine con cui oggi la stampa descrive il tutto: una “sciagura”, l’ennesima, l’ultima di tante altre. Ma resterà davvero l’ultima?

Intanto, secondo diverse fonti, un mercantile dirottato nella zona ha recuperato 28 superstiti, per cui si teme che il bilancio del naufragio sia di poco meno di 700 vittime. Ventuno i cadaveri finora recuperati. E un grosso punto interrogativo su quella che sembrerebbe essere l’ennesima “tragedia del mare”. Una delle tante, il cui conto sembra essere ormai andato perso, in quella “guerra” che ci vede ormai da anni “tutti” indifferenti, istituzioni comprese. Quelle stesse istituzioni che oggi grideranno, in nome di una libertà andata perduta, di popoli costretti a fuggire dalle proprie case in cerca di una salvezza, spesso vana e illusoria. Come illusorie sono poi le parole alla fine, le promesse e gli impegni di un’Europa vigliacca, menefreghista, in grado di spendere giusto solo qualche bella parola o qualche bel finanziamento per paesi ponte quale l’Italia, lasciandola poi “sola” alla fine, nel momento del bisogno. Quando i morti sono solo da contare.

Ma siamo davvero sicuri che basterà una tragedia simile a fare aprire gli occhi all’Europa? Che tutto questa serva da monito. E questa volta, a recriminare risposte saranno in molti. Non basterà più solo qualche parola. Servirà ben di più per contrastare tutto ciò. Bisognerà adoperare proposte concrete, bloccando in partenza queste traversate, impedendo agli scafisti di guadagnarci più di quanto già non guadagnino e impedendo a persone alla fine innocenti di andare incontro -nella maggior parte dei casi- a morte certa.  Perché alla fine coloro che noi indichiamo come “profughi”, altro non sono che persone come noi, vittime di un gioco di interessi spintosi troppo oltre. Protagonisti di una guerra di “senza nome”, di volti che si susseguono quotidianamente sui notiziari, in quel cinismo imbarazzante dei media che ora per ora ne riportano i fatti, come tutto fosse all’ordine del giorno. Quei volti, quei “senza nome”, sono vittime comuni di un compromesso che troppo spesso urla e recrimina comprensione più che indifferenza.

Ma oggi si urlerà più forte, si piangerà più forte, si darà voce al primo politico di turno pronto a farci su della demagogia, inutilmente. Perché poi in fin dei conti, a cambiare non sarà nulla. A cambiare, saranno solo i nomi degli ennesimi morti. E non servirà un qualsiasi “mare nostrum” per riportare tutto alla normalità.

di Giuseppe Papalia.

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Iscritto all'Ordine dei Giornalisti dell'Emilia Romagna dal gennaio 2018, è caposervizio della testata giornalistica Secolo Trentino dal novembre del 2016 e tirocinante presso il quotidiano L'Arena di Verona. E' laureato in Scienze della Comunicazione con una tesi in sociologia delle comunicazioni di massa, dal titolo: "La comunicazione nell'era dello storytelling management: la narratologia nei media come strumento di controllo di massa". Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Editoria e Giornalismo, con curriculum in Relazioni Pubbliche.

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