Le proteste sulla privacy di “Immuni” corrispondono alla ricerca di un ago in un pagliaio in fiamme

Tutti a cercare l’inganno dietro l’app “Immuni”. Una vera e propria caccia nei fatti inutile e che non affronta la realtà su come si stia muovendo il mondo con multinazionali straniere che controllano tutti i nostri spostamenti, le nostre preferenze e ogni aspetto della nostra vita anche intima.

Insomma: si cerca l’ago in un pagliaio in fiamme. Ogni giorno le persone sono perennemente connesse a internet, immerse in un costante flusso di foto, video e chat. La cura di tutti questi dati personali è affidata a internet, che opera una condivisione di informazioni in cui la distanza scompare e i dati sono in realtà allo scoperto, come la nostra privacy.

Celebre è stato il caso di Cambridge Analytica con la quale venivano raccolti i dati dei cittadini italiani acquisiti tramite l’App “Thisisyourdigitalife” (il test della personalità ideato per raccogliere le informazioni personali oggetto di profilazione). Per cronaca è da ricordare che benché non siano stati trasmessi a Cambridge Analytica, sono stati comunque trattati in modo illecito, in assenza di idonea informativa e di uno specifico consenso.

In questo discorso è anche giusto ricordare che i colossi come Google, Apple o Facebook usano i dati solitamente per scopi commerciali e non si hanno conferme se tali dati vengono usati da altri soggetti, ma è altresì vero che Google poche settimane fa pubblicò un report in merito agli spostamenti ai tempi del Covid-19 anche all’interno di un territorio ristretto come quello di Verona.

Gli esempi di mancato rispetto della privacy sono numerosi, forse il problema dell’app “Immuni” è che sia stata scelta dal governo e nel mondo degli internauti – ma questa è un’altra storia – vi è una sorta di società liberale anarchica dove l’intervento dello Stato viene sempre visto male. Così sui social esplode la protesta contro le opacità che avvolgono la app governativa “Immuni” – scelta, non si sa bene come, da una task force ministeriale di 74 esperti sulla base della sola presentazione di un progetto, non testata su dati sanitari e con policy di privacy non ancora rese pubbliche. La app “rivale” Sm-Covid-19, gratuita, made in Italy e – soprattutto – già disponibile, spopola invece sugli store Apple e Android dove nelle ultime è stata scaricata migliaia di volte.

EnnesiEnnesima dimostrazione del fatto che su internet regni ancora il pensiero pirata e che, se si deve imporre un prodotto, è meglio usare le giuste strategie di marketing.

M.S.