Cultura Editoriali

Un doppio De Sica, grazie

De Sica: un cognome, una garanzia. Vittorio, nato nella ex Terra di Lavoro, provincia indistinta oggi più o meno frusinate, una biografia un po’ misteriosa, napoletano solo per parte di madre ma partenopeo di default, attore ragazzino per i soldati, gavetta nel muto, si affaccia alla celebrità negli anni trenta con la sua morbidezza latina e sigla un decennio, sulla sua bici, mentre canta “Parlami d’ amore Mariù”. Il suo anno di nascita in realtà non è certo, anche se dato per 1901, la sua arte rimane immensa.

Attore e regista pluridecorato in Italia e all’estero, ha attraversato i telefoni bianchi di derivazione ungherese, il neo realismo, la commedia all’italiana, interpretando ruoli da cialtrone o simpatica canaglia, dirigendo nel comico e nel drammatico, accanto a colleghi illustri o alle dive più cool del cinema di allora, da Gina a Sofia.

Egli è stato realmente il manifesto dell’Italia che fu, con le sue radici popolane e genuine, i suoi drammi gravi ma non seri, gli infiniti aneddoti sulle metodiche per indurre la smorfia più adatta al ciak, soprattutto quando si trattava di attori non professionisti, che furono da lui lanciati e spesso abbandonati.

Bigamo più o meno dichiarato, espleterà le consuete carambole vip per sposare la seconda moglie in carica, attraverso nozze arrembate tra Messico e Francia (mentre il divorzio sommerso era spesso siglato Ungheria, paese soffusamente gemellato al nostro).

Lei, l’attrice catalana Maria Mercader, era parente del killer di Lev Trockij; dopo Emilia, avuta dalla collega Giuditta Rissone, gli darà Manuel, fine musico scomparso nel 2014, e Christian, nato nel 1951.

La seconda famiglia compariva spesso sui giornali lamentando che, con la morte di Vittorio nel 1974 e a causa della sua ludopatia, le risorse scarseggiavano (un rotocalco li accusò di “piangere miseria”), ma l’eredità da spendere era un’altra, ed ecco che compare Christian: all’inizio con commediole imbarazzanti da ricordare, come “Conviene far bene all’amore”, sul il sesso sostitutivo dell’energia nei tempi di austerity da crisi petrolifera; all’epoca fece cassetta, diretto da uno dei patron del genere, Pasquale Festa Campanile e con la presenza di glorie del teatro come Adriana Asti.

Christian, coniugato da sempre con Silvia Verdone, sorella di Carlo (che nella sua autobiografia sembra averlo considerato il male minore, dopo alcune sbandate della giovane sorellina e non esita a gettargli addosso l’ombra di amico somaro),  si affianca al cognato in alcune pellicole, lasciando il segno.

Sì perché Christian è cool, bravo, brillante, non da meno del papà, la cui biografia “alternativa” per esteso potrete trovare nel nostro libro “Columbus II” (Carmen Gueye, Eidon edizioni).

Rinnoviamo pertanto il nostro dispiacere per non averlo visto più spesso in ruoli di maggiore consistenza, che non gli avrebbero comunque vietato di girare film alimentari come i cinepanettoni di cui è campione. Come regista firmò, per esempio,  il delizioso “ Faccione”, candidato al David di Donatello.

Non è questione di snobismo, no davvero. Alcune pellicole, tuttavia, sono pietose e non si riesce a credere che il giovane De Sica non potesse risparmiarsele; o forse, non poteva rifiutare…

Carmen Gueye

Secolo Trentino