Il pastiche Emanuela Orlandi -conclusione-

Pubblichiamo l’ultima delle cinque parti (qui la quarta) della ricostruzione dei fatti che intorno al delitto Orlandi”, si concatenarono.

Emanuela Orlandi: la verità nel pozzo

In questa fase storica, un impasto di incertezze e terrore, costituirebbe un grande favore all’umanità liberare la popolazione da sovrastrutture “comunicazionali” che non reggono più, come si nota dalle reazioni di una società ormai impaurita da mantra improbabili, a ogni evento, che ne sappia o meno qualcosa. I social hanno abituato la massa a commentare ogni fatto di cronaca come se ne conoscesse tutto, e invece non ne sa nulla: forse, talvolta, i dati anagrafici dei protagonisti, i luoghi dove si sono svolti i fatti, ma poco di più. Eppure l’informazione non manca: ma quale informazione? Di che tipo, a quale obiettivo diretta? Sarà buona, bene ispirata, corretta nei dati e nell’interpretazione? Vuole formare coscienze, educare, deviare, fare business?

Si tratta di un inganno strutturale sul quale talora si fondano articoli e servizi, che spesso non cercano nemmeno di elencare semplicemente fatti e circostanze – e sarebbe già molto – ma corrono alla spasmodica ricerca del colpo a effetto dei loro autori,  quelli che qualcuno chiama i “giornalaisti“.

Prendiamo allora un caso per tutti, perché tempo è arrivato di illuminare, appena, questa spelonca delle memorie: se poi qualcuno non vuole luce, ma preferisce restare nelle tenebre, in quanto impegnarsi a capire è troppo faticoso, resti pure nel buio e nel vuoto della ragione. Non siamo qui a fornire verità, non ne abbiamo mai avuto la pretesa, solo a scavare, zappettare nel duro terreno della vita, a volte con qualche sorpresa e tenendo ben presente che, come diceva Albert Einstein: ” È difficile sapere cosa sia la verità, ma a volte è molto facile riconoscere una falsità“.

Nel 2020 è venuta mancare, a seguito di una grave (reale) patologia, Carla Di Giovanni, settantenne vedova di Enrico De Pedis, ritenuto a suo tempo leader della già citata banda della Magliana, gang dai contorni indefiniti che avrebbe imperversato, a partire dagli anni settanta, nella gestione dei traffici illeciti capitolini, scalzando i marsigliesi, dominanti fino a quel momento (secondo accreditati osservatori e, ovviamente, in estrema sintesi).

La signora, pensionata Ater, ex IACP, l’istituto case popolari, aveva sempre condotto una vita ritiratissima, al massimo riprendendo per le orecchie, senza clamori, qualche redattore impreciso nei suoi confronti, senza troppo entrare nel merito delle vicende che avevano coinvolto il marito, soprannominato “Renatino“: sposato nel 1988 a trentotto anni lei, trentaquattro lui, freddato con un colpo d’arma da fuoco il 2 febbraio 1990, mentre circolava in scooter per il centro di Roma.

Carla, a quanto sentiamo e leggiamo, ha finito i suoi giorni in scarsa compagnia, anche a causa delle complicazioni pandemiche; le maggiori testate, nel rispetto che si deve alla morte di una persona la quale, per di più, non è mai entrata in alcuna indagine sul crimine organizzato, non sono tenere con la sua strenua difesa del consorte ucciso. Gli articoletti a lei dedicati sembrano improntati a una compassione tra l’ironico e il severo.

La notizia della morte di De Pedis, al tempo, non riscosse poi quella grande attenzione da parte della pubblica opinione a parte, forse, quella romana. Poco si parlava della banda della Magliana, ogni territorio dello stivale avendo le sue gatte da pelare: era materia da giornalismo d’inchiesta alquanto sofisticato, specialistico, da topo di procura. La famigerata congrega, formata da individui stile gabbio di film poliziottesco all’italiana, che perfino i cognomi avevano, da criminali, si sarebbe dunque scannata sulla leadership, che era stata prima agguantata da De Pedis, descritto però molto diverso dai suo “sottoposti”: elegante, educato, non schiavo di vizi, religioso e benefattore, quasi un delicato viso botticelliano. In seguito, per riferito, Enrico “Renatino” De Pedis  avrebbe irritato gli altri con il suo pugno di ferro e le eccessive pretese, e quella è gente che, con la mosca al naso, reagisce in un solo modo. Fine della storia…conosciuta.

Gli anni novanta sono trascorsi con l’ambiente italico in tutt’altre faccende affaccendato ma, scavalcato il secondo millennio, appressandosi il declino finale di papa Giovanni Paolo II, alcune inquietudini tornarono a galla, tutte insieme. Il 2 aprile 2005 si spense papa Wojtyla; seguì il periodo ottennale di Benedetto sedicesimo Ratzinger, connotato da polemiche per la rigidità del pontificato e anche una certa distanza intellettuale ed emotiva tra il ricercato teologo tedesco e la folla in cerca di qualcuno da osannare. Si cambiò pontefice in corsa e ora ce ne sono due, sui quali si sono scatenate sofisticate diatribe da parte dei vaticanisti. In buona sostanza, mentre il polacco aveva tenuto duro, dopo di lui sembra essersi aperta una voragine di confidenze.

Perché la scomparsa di Carla è importante? In effetti, i trafiletti su di lei già svelano l’atteggiamento della stampa mainstream secondo cui la donna, pur di riabilitare l’indifendibile coniuge, ricordava sempre che era pressoché incensurato, a parte una discutibile condanna giovanile frutto di equivoci; ma i media ribattono che il boss è mancato piuttosto giovane, e non ha subito processi solo a causa della lentezza della nostra giustizia e della complessità delle indagini sulla tentacolare ditta criminosa. Vero; ma abbiamo conosciuto trentenni con fedine penali già corpose.

Notiamo subito che morire innocenti non basta; forse non è chiaro che la morte annulla il reato e, se parla soltanto chi sopravvive, senza il contraddittorio con chi non c’è più, l’accusa scolorisce di molto. Non è una sfumatura etica, né un parere in punta di diritto che non potremmo nemmeno permetterci, ma una semplice considerazione di buon senso. Lo dicemmo già, ad esempio, per Pietro Pacciani, lo ribadiamo.

Il defunto e, a bocce ferme, presunto capo della band Magliana, rimane per noi un fantasma. Partiamo dunque da questo ritrovamento. La cripta, che in base a sottigliezze di legge non sarebbe territorio vaticano, ma italiano, non contiene, come qualcuno insinuava, le ossa delle due ragazzine scomparse e magari di altri poveri rapiti e mai ritornati, ma solo vecchi resti, forse settecenteschi; nel 2019, dicasi 2019, su imbeccata dei soliti ignoti, si va a ravanare nel cimitero teutonico, quello sì territorio della Chiesa, e si ritrovano, al solito, centinaia di ossetti e ossicini di chissà chi, ma non le ragazzine, disturbando l’eterno riposo di molte persone ma, soprattutto, ci chiediamo: a spese di chi?

L’opinione pubblica, ben influenzata, si ribellò: com’era possibile che un tal furfante giacesse accanto a santi e aristocratici (della irreprensibilità di questi ultimi, non v’è peraltro certezza)? La salma venne spostata in un normale cimitero (sempre in piedi la domanda, chi paga?).

Nondimeno tra ieri, 2005, e oggi, sono accadute molte cose che ci hanno frastornato. Va nuovamente citato Marco Fassoni Accetti, sulla qual figura lasciamo parlare sempre il programma della Sciarelli: ci mostrano filmati semiporno, sadomaso e un po’ pedofili, secondo soprattutto la mamma del dodicenne Juan Garramon. La signora non usa mezzi termini e si è presa perfino una querela per le sue parole. Diciamolo francamente, chi sapeva, chi ricordava qualcosa del bellissimo ragazzino, investito dal furgone di Accetti a Castelporziano, un posto completamente fuori dai giri del giovinetto, lontano dalla sua abitazione? Marco subì una condanna per omicidio colposo, e verrà nuovamente arrestato nel 2017, in un suo night club, per non meglio precisati residui di pena da scontare, ma nel frattempo…quante ne ha dette e fatte, denunziando giri di intelligence di opposte fazioni interne alla chiesa, pretendendo di svelare retroscena di altri omicidi di matrice internazionale, sempre alludendo al pesante ruolo del Vaticano in ogni torbido mistero, anche se il suo cavallo di battaglia resterà sempre Emanuela Orlandi – e la sua voce, a molti ne ricorda altre ascoltate in certe telefonate, anche perché c’è una strana coincidenza, la locuzione con cui conclude le sue frasi, che accomuna interviste a lui e le chiamate anonime.

Lasciamolo dov’è e passiamo all’ altra supertestimone che sapeva tutto, Sabrina Minardi, che sostiene di essere stata per lungo tempo l’unica, vera donna di Renatino e descriverà complessi andirivieni della Orlandi su una vettura, lo smaltimento del povero corpo in giornata e altre amenità giudicate dagli inquirenti inattendibili, ma che hanno fruttato un ritorno di notorietà alla sedicente pupa del gangster. Carla De Pedis però rifiutava questa narrazione, riducendo la conoscenza della Minardi con Enrico forse a un’avventura, non di più; è stata irrisa anche per questo, come la classica moglie che non vuole riconoscere l’infedeltà, ma amici e conoscenti confermano la sua versione: De Pedis la amava e, se pure si è concesso delle digressioni, erano fatti suoi e nulla avevano a che fare con altre faccende.

La banda della Magliana è diventata un cult, un brand, ha superato in mitologia anche la mafia e le è stato attribuito tutto il male che ha colpito la penisola per vent’anni, stragi, omicidi politici, terrorismo, non manca quasi nulla. Figurarsi se non è stata indicata quale manovratrice e complice delle malefatte clericali d’alto bordo, buone per far leccare i baffi ai maniaci della pedofilia cattolica. Non che il cupolone abbia brillato per sincerità, nella sua storia: ma, inquadrato come centro di potere, nel caso, ripugnerebbe esattamente quanto tutti gli altri: abbiamo mai messo il naso in monasteri di altri culti, nelle segrete stanze, tra sciamani, bramini e rab? No. Per noi, sono tutti uguali: umani, con le loro miserie.

Si insiste, però, sugli stretti legami tra alti prelati e la scomparsa della Orlandi, con annessa Gregori – costei duplicato meno scenografico della più nota Emanuela, che abbiamo visto, dopo il 2000, in una trasmissione per ragazzi della RAI. Poi, oltre il flauto: ci hanno fatto ascoltare una cassetta con registrata la voce di una giovane che pare sottoposta a torture sessuali e geme di dolore (ma sembra più un girato porno) e che si insinua sia della scomparsa;

ci hanno descritto una Emanuela innamorata di un misterioso rapitore, che gira il mondo, intravista in Francia, o forse in un convento britannico, o magari in Olanda;

a “Chi l’ha visto?” l’inossidabile Federica ha ospitato spesso il bel fratellone Pietro, unico maschio della nidiata Orlandi, passato dal look gitano con lunghi capelli neri, a un corto grigio da sosia di Claudio Baglioni, che pareva quasi sul punto di co-condurre insieme alla bionda presentatrice (“ci scambiamo messaggini di notte” affermò all’incirca lei), salvo sparire indignato con tutta la famiglia, asserendo che l’archiviazione del caso era uno scandalo;

ritroviamo Pietro, e qualche volta la sorella Natalina che compariva più spesso in passato, in servizi su televisioni private, mentre rivendicano il diritto a far riaprire le indagini, mentre il giornalista Pino Nicotri ci porta in una strada che sarebbe l’unico, vero teatro della tragedia, consumatasi probabilmente lo stesso giorno della sparizione della ragazza, il 22 giugno 1983;

per un poco, aleggia l’ipotesi di uno scambio di persona con la figlia di un dignitario vicino al soglio pontificio e ci sfiora un turbinio di nomi eccellenti, con chiamate al centralino vaticano sparite dai tracciati, gente di cui nulla sapremo mai e vicende dei cui contorni non possiamo neppur tracciare un vago perimetro;

new entry, un’altra sorella Orlandi, Federica, che rivela di essere stata angariata da un noto molestatore romano, tale Felix e lascia trasparire il sospetto che lo stesso abbia poi ripiegato sulla più piccola Emanuela, ma questo fa sbiadire la pista vaticana, e allora ridaje, fino a ieri, sugli schermi televisivi: fascinose inquadrature del basilicone tempio della cristianità, al tramonto, tra le nuvole, a notte fonda, col sempre più curvo fratello che accusa, accusa, ma chi, che cosa? Ormai tutto sfoca in una girandola dove si coinvolgerebbero migliaia di responsabili, mezzo mondo a cui la stessa famiglia del commesso pontificio appartiene, in definitiva.

Sotto lente è papa Francesco, adesso: colpevole, si immagina, di aver pronunciato la famosa e poco felice frase “Emanuela è in cielo” durante un udienza di pochi secondi a cielo aperto tra la folla, l’unica ottenuta, lamentano gli Orlandi, che ne avevano chiesto un’altra inutilmente.

Ci sfilano nella mente le immagini di tante persone di cui si sono perse le tracce, nei decenni, e che nessuno ha cercato, con fascicoli aperti e chiusi in un baleno, mentre per Emanuela si sono spesi tempo e soldi per più di trent’ anni: è giusto? In questi casi, un minimo di prospettiva è indispensabile, almeno per rispetto di altri svaniti nel nulla o di vittime irridente di feroci crimini.

Cosa hanno ottenuto, gli Orlandi, almeno nell’ultimo ventennio? Nulla, ed è lo stesso Pietro, ormai portavoce, ad ammetterlo: viaggi della speranza per incontrare la sorellina, tutti pronti con i regali in mano da consegnarle, senza trovare nessuno ad attenderli; lui stesso (che presenta la serie “Scomparsi” su SKY) perde il lavoro allo IOR e finanche la cittadinanza vaticana (afferma); sottili insinuazioni da parte di scrittori, giornalisti, youtuber, riguardo alla sua famiglia, parenti vicini e lontani, amici, compagni di scuola; mentre Emanuela, o almeno il suo simulacro di quindicenne in fascetta tra i capelli o flauto tra le mani, fluttua nelle nostre menti ora scafate da tanti speciali e specialissimi sui ragazzini perduti, scomparsi, rapiti, bruciati da qualche inganno: come, forse, anche lei.

Carmen Gueye