Lucio Battisti, ancora tu, per sempre tu – Tributo a un’epoca

Ha senso parlare ancora di Lucio Battisti? Sembriamo dei vetusti matusa che rimpiangono il tempo che fu? Magari sì, anche, ma perché no. Importante è non pensare che il passato torni o che un millennial debba ancorarsi ai gusti di chi è venuto prima di lui: se fra i giovanissimi ce n’è qualcuno con un minimo quoziente intellettivo, un giorno gli verrà voglia di esplorare il vecchio mondo, altrimenti facciamo un esercizio storiografico e sociologico che, in questo caso, merita sempre. La nostalgia non è più quella di una volta (cit.), non ci fa più male.

Quando i bimbiminkia eravamo noi, e i nostri genitori, per non parlare dei nonni, ci guardavano come degli sbalestrati usciti da un laboratorio d’inferno (si fosse di destra, sinistra o altro, cambiava poco, vi assicuriamo), si potevano deridere il vecchio stile italiano di “Ciribiribin” o “La Spagnola” (che si contendono lo scettro di prima hit italiana ufficiale), i gorgheggi caldi e pastosi di un Rabagliati o un Tajoli, le sparate viriloidi di Claudio Villa, le usignolate di Orietta Berti, la “regina” Nilla Pizzi, la sensuale Iula de Palma, la più ye’ ye’ Betty Curtis, professionisti oltremodo rispettati. Né il trait d’union rappresentato da moderni romantici alla Morandi, o urlatori stile  Celentano, Rita Pavone e compagnia poteva dirsi altro che un’imitazione, sia pure talentuosa: comunque istituzionali, in un certo senso, con il contraltare dei cantautori “impegnati”. Domenico Modugno sfondò  a livello internazionale, ma appariva strafottente e presuntuoso, Albano si è stremato nel tentativo di fare da cassa armonica della sua ex moglie Romina. Il rock italiano (che ha espresso nomi arrivati lontano come la PFM e il Banco del Mutuo Soccorso) è nondimeno penalizzato dalla lingua, Umberto Tozzi, altro famoso all’estero, forse pure, la disco music tricolore era pateticamente simpatica, coi suoi divetti che aprivano la bocca mentre a cantare erano altri, poi c’era sempre Sanremo, casomai. Le avanguardie, come Area o il figlio d’arte Tito Schipa Jr, venivano ammirate, ma restavano oggetti misteriosi. Il punk produrrà fenomeni che svaniranno presto e si butteranno nel commerciale appena possibile.

 L’hip hop già non ci appartiene più, J-Ax ora sembra un veterano, Sfera Ebbasta scandalizza per contratto, Fedez è l’alfiere del nuovo conformismo, le dive della canzone melodica sembrano emule di Iva Zanicchi, rifatte un po’ prima di salire sul palco e non in corsa. L’opera lirica? Un ex terrorista, di essa appassionato, che una volta libero si precipitò alla Scala, la definì più o meno un balconcino per piccolo borghesi, antropologicamente interessante, ma a noi popolari sfigati e frustrati (come ci bolla il rokkologo  Piero Scaruffi), rimbambiti dalle star angloamericane, sostanzialmente estranea, con i suoi boriosi bardi.  Una passerella della nostra storia musicale, alla portata di tutti, si potrà trovare nel libro di questa autrice (“Columbus II, Carmen Gueye, Eidon edizioni).

Mentre i Beatles urlacchiavano i loro “yeah yeah”, gli Stones si atteggiavano a maledetti, Jim Morrison, Jimi Hendrix e Janis Joplin andavano a morire negli alberghetti, in Italia spuntò un ragazzo che qualcuno definì “dall’aria caparbia di pastorello laziale”. Piccolo, tondeggiante, riccioluto, timido, Lucio Battisti, nato il 5 marzo 1943, un giorno dopo il collega Dalla, ma un poco più a sud, Poggio Bustone in provincia di Rieti, si era fatto largo dopo una gavetta ammantata di leggenda: tra ricatti paterni  (“se non ti diplomi non ti faccio suonare la chitarra”) e fughe verso il nord, da cui non si muoverà più, amante della Brianza come il corregionale Ramazzotti, dove troverà moglie, Letizia Veronese, da cui avrà il figlio Luca.

All’inizio il valente compositore presta pezzi agli altri (come la band Equipe 84), si sottomette alle sfilate imposte dall’establishement discografico, come Cantagiro e Festival di Sanremo (1969, canta “Un’Avventura”, in coppia alternata con un Wilson Pickett, più che mai fuori posto), ma la sua voce, particolare e intrigante, nei larghi spazi esce fioca, e la tempra di Lucio, forte nel profondo, accusa la tensione nervosa e il peso degli intrighi dello showbiz. Fonda una sua etichetta, la Numero Uno.

Rimasto per scelta a margine del grande circo, Battisti, che continua a comporre per colleghi come Mina e Bruno Lauzi, per qualche anno tuttavia si presta ancora ad andare a giro per pubblicizzare l’uscita dei suoi LP, scritti con Giulio Rapetti, in arte Mogol, coppia di ferro fino al divorzio artistico; nel 1976 ascolteremo una delle sue ultime interviste a RMC, Radio Montecarlo, idolatrata dagli adolescenti di allora, che pendevano dalle parole dei conduttori, da Ettore Andenna, al gitano Awanagana. Fu ai microfoni di quella emittente che Lucio accettò di parlare della sua ultima fatica “La batteria, il contrabbasso eccetera”, che conteneva l’esplosiva “Ancora tu” (più altri successi), scandita da Ivan Graziani alla chitarra e dalla magica batteria di Walter Calloni.

Dopo aver “sciacquato i panni” negli USA, il cantautore è più in spolvero che mai e chi ha avuto il privilegio di ascoltare quel colloquio, la sua voce,  lo ricorda disteso ed empatico, ben diverso dallo spigoloso campagnolo, che rammentiamo riottoso a un duetto televisivo con la tigre di Cremona, la divina Mazzini, piccata da quella ritrosia.

Accenniamo appena ad alcune polemiche o notiziole mai troppo riscontrate. La famiglia Battisti eviterà sempre i media (Letizia, sgamata da un teleobiettivo, fece un gestaccio), si dice a seguito del fallito tentativo di rapire il piccolo Luca, spavento che farà riparare la piccola family in UK per qualche tempo. Lucio venne descritto come fascista e finanziatore dell’estrema destra, ma chi lo conosceva bene rideva di una simile ipotesi, rivelando la sua tirchieria di stampo contadino che gli avrebbe impedito, non foss’altro, di mollar denaro a chicchessia; pure lo accusarono di feroce maschilismo, una sfumatura che traspare in alcuni suoi pezzi, come il magnifico “Sognando e risognando”, in cui egli disegna, voce in falsetto, un contraltare femminile peraltro sempre attuale, una rompiscatole che affligge il compagno con assurde richieste e lo sfinisce, ma… forse si trattava soltanto di frecciate velenose intrise di invidia contro il più amato dagli italiani (tale lo considerano i più sofisticati critici nazionali e non, appaiandolo a Fabrizio De André ed Ennio Morricone, che a noi peraltro sembrano comunque altri pianeti, semplicemente diversi). Sul versante cantautorale di sinistra Alice – personaggio freudiano più che donna – e Lilly erano più urbane e tormentate o allegoriche, ma le “femmine” di Battisti eravamo noi: come Linda, o l’anonima rubacuori di “Dieci ragazze”, o ancora le fanciulle dei pezzi dell’ultimo suo LP di successo, quel “Una donna per amico”, uscito nel 1978, che sbancherà le vendite e ci consegnerà figure come “Donna selvaggia donna” di ineguagliato profilo emotivo e psicologico.

Sappiamo che in seguito Lucio tenterà dei lavori “modernisti” come “ Una giornata uggiosa” o dalle sonorità elettroniche quale l’album “E già”, che regalarono ancora buone posizioni in classifica e titoli ricordati, uno per tutti “Con il nastro rosa”,  e arriveranno ricercate collaborazioni, come quella col poeta Pasquale Panella (il long playing “L’apparenza” del 1988 si ascolterà abbastanza); che la stessa Letizia, proveniente dal mondo musicale prima di conoscere il futuro marito, si metterà a mezzo componendo brani insieme a lui col nomignolo di Velezia.

A proposito di questa consorte, in tempi recenti ce ne ha raccontato qualcosa il nipote di Lucio, figlio dell’unica sorella: ne esce un ritratto inquietante, quello di una ingombrante e tirannica amministratrice della vita del famoso marito, il quale si sarebbe appunto ammalato per lo stress di questa gestione a tutto tondo, che avrebbe finito per strangolare la sua creatività.

Sappiamo anche che un giorno di fine estate del 1998 leggemmo che Lucio ci stava sfuggendo, e subito dopo non c’era più, così, da un momento all’altro, per noi. Facemmo in tempo a vedere un foto sfocata della sua figuretta appesantita, in vestaglia che, secondo la didascalia, visionava il cantiere della nuova magione brianzola in costruzione; a leggere che la sorella, intercettata in ospedale, aveva espresso la disperazione per la letale malattia del fratello; e poi, tutto sfuma, sepolto dalla polvere del tempo e da contrasti giudiziari quando la vedova e Luca, contro Rapetti/Mogol, si vorranno inutilmente opporre ai moderni circuiti di “rémise en place” delle musiche del familiare, nelle piattaforme on line: perché poi? Perché volevate togliercelo? Lucio è nostro, per sempre.

Carmen Gueye