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Alighiero Noschese, gli imitatori e un mistero

La prendiamo alla larga, citando Paolo Villaggio e Laura Pausini. Il primo, nella sua geniale sgradevolezza, ci ammoniva a non credere ai racconti biografici delle star, zeppi più di invenzioni che di verità; la seconda, a dimostrazione di questa tesi, in un’intervista racconta di quella volta che in America Latina disse di essere “embarazada”, ignorando che in spagnolo significasse “incinta”: peccato che il gustoso aneddoto sia la fotocopia di quello già raccontato, tanti anni prima, dall’attrice Silvana Pampanini.

Saremo pertanto alle prese con un vaglio finissimo anche in merito alla celebrità qui oggetto del nostro interesse, che ci ha lasciati quarantatré anni or sono.

Da decenni la comicità si avvale di parecchi imitatori, molti nemmeno professionisti dello spettacolo, bravini, più o meno in grado di strapparci un sorriso, dal grande network come nell’intrattenimento di paese, ma si è dimenticato il padre professionale di tutti loro: Alighiero Noschese.

Narrano le cronache che il giovane di San Giorgio a Cremano, classe 1932, con ascendenze anche tedesco/polacche, all’inizio di simpatie comuniste pur se nato in una famiglia della buona borghesia, deposta la laurea in legge (uno dei suoi professori era stato il futuro presidente della Repubblica Giovanni Leone) si fosse ispirato a un predecessore romano rimasto pressoché sconosciuto al grande pubblico, tale Marco Ciarmatore, detto “Marcolino il piccolo intrattenitore”.

Dunque Alighiero si diede a questa forma d’arte rimasta frustrata durante il fascismo, ma da praticare con prudenza anche nel dopoguerra democristo / fanfaniano; e occorre fare attenzione alle leggende, che prendono avvio già dal percorso universitario, durante il quale Alighiero avrebbe non solo già riprodotto per celia la voce del professor Leone (prima di rifarlo una volta famosi entrambi), ma addirittura dato due esami fingendosi Totò e Amedeo Nazzari.

Attraverso percorsi sconosciuti e alchimie mai spiegate, come molti altri il giovanotto si ritrova a lavorare in radio e a teatro, finché approda, verso la fine degli anni sessanta, in RAI, dove sarà incontrastato padrone della scena, nel suo settore di specializzazione, fino alla metà dei settanta.

Non che non ci fossero altri a provarci, per esempio il bravo Franco Rosi, ma non veniva loro dato molto spazio, anche perché Noschese giocava a tutto campo, nulla gli era d’ostacolo: imitava uomini, donne e personaggi stranieri – in questi ultimi due casi, ovviamente, più parodie che imitazioni –, nel caso di cantanti cambiando i testi delle canzoni per miscelare caricatura e burla, insieme ai suoi autori, e aiutato da truccatori che facevano miracoli, con mezzi ben lontani da quelli a disposizione adesso.

Manco a dirlo, però, la maggiore attrazione era l’imitazione dei politici, che accordavano a lui un’approvazione negata ad altri, come Dario Fo e Franca Rame, spietatamente silurati anni prima dalla RAI monopolista, o Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi, esiliati per un innocente sfottò all’allora presidente della repubblica, Giovanni Gronchi. Qui nasce l’altra favola, secondo cui la madre di Giulio Andreotti avrebbe confuso Noschese con suo figlio imitato.

Dopo il 1974 Alighiero sembra scomparire, anche se va sempre rammentato che diversi artisti non cessano l’attività, ma semplicemente diversificano o si prendono pause, salvo ricomparire dopo una “ristrutturazione” di repertorio e immagine. Egli non fece eccezione, lavorando per emittenti private allora ancora “in prova”: come parallelamente accadde, ad esempio, a Enzo Tortora, già vittima delle censure della tivù di stato, che ebbe un’altra chance nel 1977 con Portobello, inciampando poi nella sventura che sappiamo.

Questo sarebbe accaduto anche a Noschese? I presupposti c’erano, infatti mamma RAI lo riaccolse nel 1978, con un buon successo, da riparametrare ovviamente ai tempi in mutazione. Gli articoli parlano sempre di una crisi coniugale che gli avrebbe inferto il colpo di grazia, ma non è molto chiara la tempistica. In realtà l’imitatore pare non fosse nemmeno legalmente sposato e corrispondesse gli alimenti alla ex secondo amichevoli accordi; il naufragio di coppia potrebbe essere effetto e non causa, dell’appannamento professionale – quando calano i guadagni, le crisi sono frequenti; si immagina il dolore per la gestione di due figli piccoli ma, come capita ad altri, si può superare, si lotta, e non si vede perché non dovesse riuscirci lui.

Secondo nostri personali ricordi, intelaiando brandelli di vecchi resoconti che ci facciamo carico di selezionare, lo showman, benché non vecchio, appariva stanco. Per cominciare, si era fatto dei nemici, e non tra gli accomodanti (con lui) politici, ma in un’area dove essere imitati evidentemente non sempre era ben accetto, quella dei cantanti. Sergio Endrigo, crooner di Pola conosciuto per lo stile malinconico e umbratile, se la prese per una parodia dove veniva raffigurato iettatore e minacciò perfino delle mazziate (a riprova, c’è un intervista in rete), benché nella vita sembrasse ironico e distaccato (ma forse non voleva fare la fine di Mia Martini); casomai, avrebbe dovuto prendersela di più la fascinosa “signorina buonasera” Mariolina Cannuli, tratteggiata da Alighiero con un atteggiamento da ninfomane, la quale invece incassò con sportività e lodi all’interpretazione.

Non dimentichiamo che i personaggi da lui rappresentati erano centinaia, le sedute di trucco e le prove defatiganti, la pressione per gli ascolti si faceva sempre più incalzante, dopo l’exploit dell’emittenza privata che si affacciava appena verso la fine del decennio. All’orizzonte spuntò poi un giovane concorrente, che si presentò subito temibile: quel Gigi Sabani che non volle mai ricorrere a trucco e parrucco e, benché abbia speso convenzionali parole di lode per Noschese, tirò sempre frecciate alla sua memoria e non nascose di avere in uggia e poco stimare l’adozione di travestimenti, che ingannerebbero il pubblico, portandolo a un identificazione tra imitato e imitatore anche quando la prestazione non è brillante.

Premesso che il Sabani incorrerà nella sfortuna e si dovrà accorgere di quanto sia volatile il successo (dopo le note disavventure giudiziarie, scomparirà improvvisamente nel 2007, per un malore forse sottovalutato dai medici) e che, pure, ci sembrava maldisposto all’eccesso di lavoro (rifiuterà il cinema, dopo una prima esperienza, per la complicata ripetizione dei ciak), vero è che Noschese si appoggiava molto sulle metamorfosi fisiche; e non tutte le voci, almeno quelle maschili, gli venivano poi così bene (per esempio, Mike Bongiorno è riuscito meglio ad altri, compreso il citato Rosi).

Il problema è che Alighiero si suicidò con un colpo di pistola, il 3 dicembre 1979, nel giardino della clinica di lusso romana “Villa Stuart”, dove era segretamente ricoverato, per depressione (si disse in seguito), e con modalità tali da suscitare quantomeno qualche domanda, che si fece anche un magistrato, per poi archiviare velocemente il caso.

Se davvero l’attore era in cura per disagi nervosi, come poteva disporre di un’arma da fuoco e sgattaiolare senza alcuna sorveglianza? Qualcuno fece notare che in quei giorni era ricoverato nella stessa struttura, per un’operazione alla cistifellea, proprio Andreotti; il divo Giulio preciserà di esservi entrato solo due giorni prima, ma era presente anche la sua scorta, che evidentemente non si accorse di nulla, intenta a proteggere l’insigne paziente. Per ironia della sorte, era ospite di Villa Stuart anche la citata Mariolina Cannuli.

Ennesimo mito: simulando la voce di un medico, Noschese avrebbe carpito da un altro dottore l’infausta diagnosi di un male incurabile, che avrebbe motivato il gesto insano.

Si levarono, negli anni a venire, alcune voci con prudenti illazioni. Noschese apparteneva alla loggia massonica P2 (d’altronde, anche suo padre era dato per affiliato); si insinuò che egli avesse accettato di collaborare con i servizi, simulando voci di politici per depistare in merito al rapimento e il successivo omicidio di Aldo Moro (primavera 1978); si fece notare che proprio dello scomparso maggiorente democristiano, Alighiero, nella sua ultima fatica televisiva, aveva fatto una memorabile imitazione (oggi visibile in web), cancellata però a seguito della tragedia, per ovvi motivi, che l’imitatore avrebbe però preso male, come segnale di declino inarrestabile.

Oggi si definisce questa sfavillante e malinconica figura come un “ladro di anime”, riferito alla capacità di afferrare, senza allusioni ideologiche ma con istrionica ironia, la personalità degli imitati: forse, inseguendo lo spirito altrui , aveva smarrito il proprio.

Carmen Gueye

Secolo Trentino