Michael Jackson and me

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Le biografie sono sempre uno scellerato piacere: spiare nelle vite famose è divertente, trovare fonti attendibili è arduo, si dovrebbe anche inventare qualcosa per mettere pepe.

A undici anni suonati dalla scomparsa del re del pop, riportiamo indietro le lancette, rivisitiamo i nostri personali ricordi  e poi spariamo un’ipotesi complottista. Per ulteriori dettagli, potete sempre leggere il libro dell’autrice “Columbus II” (di Carmen Gueye, Eidon edizioni).

Su queste volatili basi ( incerte non solo per noi, ma altresì per illustri giornalisti cimentatisi nell’impresa) sorvoliamo allegramente su infanzia e primissima adolescenza del nostro, trascorse in una casetta di slum a Gary, nell’Indiana ( stato con record americano di superobesi), nove figli dell’operaio Joe ( viso caraibico, sguardo poco rassicurante) e la remissiva Catherine, testimone di Geova, una confessione in cui la futura star all’inizio credeva e poi rinnegherà, additando scarsa attenzione alle sofferenze infantili.

Negli anni settanta i Jackson Five erano una band formidabile, con le vocine e le vocette, i ballettini e i passettini, ma in verità un po’ stucchevole, riproducendo uno schema di artista black rassicurante, che si muove bene e non ricorda troppo il ghetto. In quegli anni si preparavano sit-com divertenti come “ Il mio amico Arnold”, che avrebbero dovuto incoraggiare l’integrazione, partendo dall’alto (ricco bianco che tende la mano a giovani neri che vogliono scappare da un destino altrimenti segnato), ma spesso rendevano il problema afroamericano una buffonata per trastullare gli adolescenti globali ( da “I Jefferson” a “I Robinson”).

Intanto tra i Jacksons è rivoluzione. Il fratellino di punta, quel Michael che stava sempre in primo piano,  prende il volo, gli altri proseguiranno una loro carriera, più o meno di successo; spunteranno poi Janet e La Toya.

Francamente: ma questa family vi sembra “ in quadra”? Il gruppone si stringe sempre in difesa dei propri valori, rivendica l’affetto che lega tutti i componenti, smentisce i “rumours” sulla violenza paterna, mette in campo un avvocato legal star tipicamente show biz, che parla dei suoi assistiti come di un Mulino Bianco a stelle e strisce.

Poiché nessuna famiglia, in qualunque modo composta, campa in un quadro idilliaco, nemmeno questa sarà stata esente da problemi, dunque evitiamo la tentazione di pescare nel torbido.

E’ un fatto che Michael abbia subito rivestito i panni di Peter Pan, secondo un’abile operazione di marketing, che lo vede sbiancare fin dalla fine degli settanta, di pari passo con la modifica dei lineamenti a suon di scalpelli d’alta definizione, e così faranno le sorelline famose.

Il cantante è pertanto incaricato di sdoganare il futuro: chirurgia plastica a stecca, fino a sembrare androidi, asessualità, ambiguità innocente, vocina perenne,  e lavoro duro nei laboratori dove si creano i fenomeni.

Lui inventò il passo “moon walking”? Figurarsi, lo faceva già Totò, che forse lo aveva imitato da qualcun altro.

Lui componeva i pezzi, che portano in effetti la sua firma? Anche i documentari mainstream mostrano da chi erano creati. Vera la conversione all’Islam, sua e di Janet, per un po’ intabarrata finto/musulmana, con un marito miliardario arabo? Voi ci credete? Davvero nel 2001 Michael andò in corteo contro la Sony, novello Che Guevara dei ricchi e famosi? Può essere che le copertine dei suoi dischi fossero messaggi massonici in codice?

Come ho già avuto modo di scrivere, nel 1996 mi trovavo a Budapest e mi si parò dinanzi il corteo della star, allora in tour nei paesi dell’est. Si aprì la porta scorrevole del van e mi apparve lui, a due/tre metri di distanza: occhi mobilissimi, sopra l’immancabile mascherina. Michael aveva ricevuto anche il compito di anticiparci la barriera antiumana. Il divo stette fermo diversi minuti, sembrava atterrito, poi scese, portando per mano due bimbi e una piccola persona affetta da nanismo; il terzetto velocemente si infilò in un negozio di antiquariato, lasciando sgomenti anche i fan che inalberavano cartelli con scritto “ Michael, the king of kids”, ed erano già passate le prime notizie sulla sua presunta attività pedofila. Ma poi, era lui davvero? Ci assicurano di sì e che i tre erano orfanelli di cui si occupava. Lo abbiamo sempre voluto credere.

Mi risolsi a presenziare al concerto che si teneva in serata, in un piccolo stadio, Dopo un ritardo insopportabile e la domanda che risuonò dagli altoparlanti “ Siete pronti ad entrare nella leggenda?”, ci entrai: spettacolo impeccabile, in play back.

Abbiamo visto tutti quel che è accaduto in seguito, i finti matrimoni, i due figli super caucasici ( non il terzo, “Blanket”, che appare quasi indio), le interviste patinate di Oprah, faticosamente indotta, sia pure a suon di milioni di dollari, a rinfrescare l’immagine dell’ex enfant prodige.

Nel 2009 si predispone un tour mondiale, a quanto pare necessario per rimpinguare casse esauste. Il “club Jackson” è costoso, sono dobloni virtuali: li hai, ma possono toglierteli in qualunque momento. Nelle scarne immagini a disposizione la figuretta dell’artista appare lenta. E’ pur sempre un cinquantenne, ma se si inzeppava di Propofol, pur bilanciato da adrenocromo e similari, infine si tratta di carne umana, non può reggere, infatti cede.

Il suo medico viene condannato dopo un enfatico processo hollywoodiano, che fa contenti tutti, ma la musica, quella mediatica, è appena iniziata. Nel 2019 è uscito il documentario “Leaving Neverland” e riparte la grancassa pedofila; si legge che, dopo questo ennesimo scandalo postumo, la primogenita Paris Jackson avrebbe tentato il suicidio.

“Era un povero ragazzo “negro”, ora è una ricca signora bianca, indovina di chi parliamo?”, questa la boutade che girava qualche decennio fa, anche nei copioni di storici programmi satirici americani come “Saturday night live”, che sembrano tanto trasgressivi…nella misura in cui è concesso di essere.

Thriller è sempre Thriller, e questo almeno esiste, il resto…

Carmen Gueye