Anni ottanta: il delitto del DAMS

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Giugno 1983, c’è un clima strano in giro. I governi italiani sono sempre ballerini, e fin qui nessuna novità; il terrorismo non è ancora debellato e la mafia ha ucciso il generale Dalla Chiesa con moglie e guardia del corpo l’anno prima.

Innanzitutto, cos’è il DAMS ? E’ il dipartimento di lettere relativo alla specializzazione musica, arti e spettacolo, fortemente voluto dal semiologo Umberto Eco, a Bologna, studiato sul modello della U.C.L.A di Los Angeles.

All’inizio attira molti studenti, ma, obietterà per esempio Roberta Manfredi (figlia del celebre Nino), che aveva provato a frequentarlo, era un posto da cui “tenersi alla larga”. Perché?

Il contesto, secondo molti, risente ancora degli anni settanta, l’impostazione è libertaria, girano tipi eccentrici, molta droga, poca disciplina, occupazioni facili; non sembra un sito adatto a chi voglia davvero studiare, ad acquisire una laurea “seria”.

Tuttora, sul sito della facoltà viene dichiarato esplicitamente che lo sbocco professionale è praticamente equiparabile a quello delle lauree umanistiche, cioè vicino allo zero, e la frequentazione è desiderabile solo per motivi da pescare nell’amore infinito e disinteressato, tipicamente italiano, per la cultura.

Francesca Alinovi, nata a Parma nel 1948, era una critica d’arte, nonché una docente fuori dalle righe, almeno per i canoni tradizionali. Bella donna, di aspetto dark che poteva fare scena ma apparire anche inquietante, bazzicava i giri che contavano e frequentava la Grande Mela, dove appoggiava la corrente pittorica enfatista, che desiderava lanciare anche in Italia. Viveva nel centro storico di Bologna, in contatto con ambienti disparati e poco allineati, e personaggi rimasti misteriosi, come un certo “turco”, citato nel suo diario, che qualcuno vorrebbe semplicemente essere stato il suo pusher preferito, mentre altri indicheranno come suo possibile assassino.

Su di le, da Wiki: Nei suoi diari, Keith Haring dichiara che la migliore intervista di tutta la sua vita è stata fatta da Francesca Alinovi…

Nel 1986 cinque figure che avevano vissuto e collaborato con Francesca… si riuniscono nel comitato Amici di Francesca Alinovi ed istituiscono il Premio Francesca Alinovi (comunemente noto come Premio Alinovi), conferito ad artisti che si siano distinti nella loro ricerca per sperimentazione e interdisciplinarità nel dialogo tra le arti. Il Premio ha aggiunto alla sua intitolazione istitutiva il nome di Roberto Daolio dopo la morte di quest’ultimo nel 2013, divenendo così Premio Alinovi Daolio.

Per il trentennale dalla morte di Francesca Alinovi, il Museo di Arte Moderna di Bologna MAMbo ha organizzato la mostra “Indagini di frontiera. Sulle tracce del percorso critico di Francesca Alinovi” a cura di Sabrina Samor.

Nel 2017 esce I am not alone anyway, un film documentario di Veronica Santi sulla vita di Francesca Alinovi.

Poiché nei suoi scritti lei parlava ossessivamente di “Francesco”, quando la donna fu trovata assassinata a coltellate nel suo appartamento, il 15 di giugno 1983, gli inquirenti andranno subito a cercarlo, agevolati dalle testimonianze della cerchia amicale della vittima. Il ragazzo faceva di cognome Ciancabilla; originario dell’Abruzzo con radici emiliane, era intimo della professoressa e suo pupillo, quale pittore di belle speranze. La Alinovi ne era invaghita, ma pare non fosse mai riuscita a concretizzare un rapporto intimo con il giovane allievo. Lui, intervistato da Franca Leosini, accenna a un inizio di relazione con scambi sessuali, cessati per volontà di entrambi in quanto insoddisfacenti.

Molti riferirono che la donna non apriva a sconosciuti ed era solita affacciarsi alla finestra per verificare chi suonava al citofono, quindi il colpevole doveva essere stato qualcuno del suo ambiente. Apparve strano che non si fossero sentiti rumori o notati strani movimenti: in via del Riccio, teatro del crimine: le abitazioni sono molto ravvicinate e le finestre erano aperte per il caldo, ma non si trovò nessuno che avesse un minimo contributo da offrire in veste di testimone oculare o almeno “auricolare”, vista l’efferatezza dell’atto, che non doveva essere durato poco. Francesca fu attinta da 47 coltellate. La morte fu fatta risalire al 12 giugno, giorno dopo il quale nessuno, stranamente, l’aveva più vista né sentita.

Sullo specchio di una finestra, si rinvenne una strana scritta “your not alone, any way“, che amici, ospiti giorni avanti della casa, sostennero non aver notato. In realtà la frase, in inglese scorretto, sarebbe stata opera di un altro conoscente della vittima, il cui alibi lo fece uscire subito dall’indagine.

Non fu la sola morte violenta a Bologna , in quel periodo, e nemmeno l’unica legata in qualche modo al DAMS; si parlò subito di un mostro, ipotesi nel tempo tramontata.

La giustizia italiana credette di inchiodare Francesco Ciancabilla, per una serie di ragioni, a sentir le quali oggi coglie molta stanchezza. Anche se non esistevano RIS e analisi sofisticate del DNA, si ricorse per esempio all’orologio della Alinovi, bloccato su un’ora precisa ma, poiché esso fu restituito subito ai familiari, non risultò possibile una perizia volta a stabilire se si trattava di ora del mattino o pomeridiana.

Restavano l’alibi traballante del giovane artista, l’ambiente un po’ lisergico dei due, e anche la modalità dell’omicidio: un solo colpo mortale, e gli altri, sulla parte destra del corpo, inferti quasi con mollezza, tanto che si pensò a un gioco erotico finito male tra due persone che, pur nella gaudente Bologna e in ambiente artistico, proprio stabili non sembravano, in base a criteri borghesi. Si parlò anche di soldi che il giovane, dichiaratamente, anche se sporadicamente, dedito all’uso di eroina all’epoca, avrebbe preteso dalla sua mecenate in cambio di un suo quadro che lei era riuscita a vendere.

Ciancabilla venne assolto in primo grado, in appello invece condannato, ma tra l’uno e l’altro fece perdere le sue tracce ( un déjà vu che disturba parecchie cronache del genere e solleva interrogativi regolarmente irrisolti); vagò tra Brasile e Spagna e fu riconosciuto, dicono, da un turista italiano di passaggio mentre esponeva delle sue opere, verso la fine degli anni novanta, estradato e tradotto in carcere, da dove uscì nel 2005.

Giorni dopo il delitto verrà arrestato Enzo Tortora e sparirà la ragazzina vaticana Emanuela Orlandi. Certamente si tratta di casualità, concomitanze imprevedibili, che però fecero subito calare l’interesse verso il caso bolognese, sigillato per sempre come evento tipico di un ambiente “off”, che nel nostro paese non trovava espressione pubblicitaria adeguata, né visibilità mediatica.

Oggi la vicenda viene considerata un cold case a metà, in quanto molti restano convinti dell’innocenza di Ciancabilla.

Carmen Gueye