martedì, Febbraio 10, 2026
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Sardegna noir

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La Sardegna è un’isola, ma non solo geograficamente; è un luogo a sé, di magia, incanti, segreti, passato misterioso. I movimenti indipendentisti hanno portato avanti le loro rivendicazioni con fierezza e dignità, ben lontani dall’atteggiamento scomposto dei primi (finti) autonomisti padani, un nome per tutti: Gavino “Bainzu” Piliu, che conobbe le italiche galere per l’ostinazione, mai venuta meno, nel considerare la sua terra diversa e libera. Ma questa ormai è storia. I sardi parlano impeccabilmente italiano, per loro quasi una seconda lingua, perché quella madre, ad eccezione di alcune sacche catalane,  ha sue proprie sorgenti e quella del “continente” è altra: si rispetta, ma si impara come seconda. La Costa Smeralda è un altro pianeta, in cui non necessariamente identificarsi.

Di solito, trattando di criminalità in quei paraggi, la memoria va a un certo tipo di reati, dall’abigeato ai rapimenti illustri, cose di un passato ormai alle spalle; oppure si ricordano truci racconti di famiglie patriarcali col solito “padre padrone”, luoghi comuni spesso ingiusti e, di certo, non solo isolani; oppure, divagando,  si approda alle  agrodolci atmosfere di Grazia Deledda, unica donna italiana premio Nobel per la letteratura, nel 1926, snobbata dai libri di testo.

Il progresso, dopo Eboli, è arrivato anche qui, e la cronaca nera si è aggiornata.

Già raccontammo la vicenda di Orsola Serra, avvenuta nel 2011 ad Alghero, la cui complessità ha comportato un articolo a parte, che trovate qui https://secolo-trentino.com/2022/11/28/un-processo-il-caso-orsola-serra/

Gisella Orrù

1989. Gisella Orrù è una sedicenne di Carbonia, dove vive con la sorella e la nonna paterna; i genitori sono separati, la mamma è andata via, il papà ha imposto consegne ferree alla propria madre sull’educazione delle nipoti e lui stesso sorveglia severamente, ma è spesso fuori per lavoro. Gisella tiene un diario, colmo di metafore malinconiche e presaghe di un triste futuro.

Il 28 giugno, dopo le “vasche” con gli amici per il paese, verso le 19, la ragazzina sparisce alla vista. Nonna Gina, non vedendola arrivare, chiede aiuto a un vicino di casa, che le figliole Orrù considerano quasi uno zio, Salvatore Pirosu; lui accetta di condurla in giro sulla propria 126 bianca, senza risultati.

Il giorno dopo, a casa, arriva una telefonata, è una voce femminile: “Non si preoccupi. Gisella sta bene. È con noi. Andremo via per un mese, partiamo”. Nessuno ci crede. Il 7 luglio la stessa voce chiamerà per segnalare il luogo dove giace il corpo della poveretta, un pozzo nelle campagne tra Carbonia e San Giovanni Suergiu: nuda, prima tramortita, violentata, uccisa con un oggetto sottile e uniforme identificato a stento, forse un ferro da calza o un cacciavite a stella. E’ sempre la stessa fonte anonima a indicare poi una pista da seguire, indicando una 126 bianca e una 131 trascurata dalle indagini: nel mirino è proprio il Pirosu, possessore di quel tipo di utilitaria, che avrebbe agito in compagnia di Licurgo Floris, di un altro soggetto tossicodipendente e una prostituta. Gli ultimi due verranno scagionati; Pirosu, precedenti in materia di molestie, reo confesso e accusatore di Licurgo come esecutore, prende 26 anni (ne sconta 24); Floris, conosciuto per truffe ma non come predatore, protestatosi innocente, non protetto dall’alibi della moglie, dopo aver dichiarato di voler morire piuttosto che finire in carcere, ne riceverà trenta, resistendo fino al 2007: quando si impiccherà in cella.

Il problema di fondo è che la ricostruzione di Pirosu fa acqua da tutte le parti e certi presunti nastri con registrazioni di telefonate importanti pare siano spariti. In zona, nello stesso periodo, si verificarono un suicidio tentato e uno riuscito, di due ragazze; e la morte misteriosa di un guardone, la stessa notte della scomparsa di Gisella, vicino al pozzo dove lei era stata occultata. La cosiddetta “amica del cuore”, Natascia,  si chiuse a riccio e non ha mai  parlato delle confidenze ricevute dalla vittima.

Per via di una oscura lettera, rigorosamente anonima anch’essa, si inizierà a sussurrare di una rete di predatori di alto bordo, festini a base di droga e ratti di minori a uso sessuale: un copione proposto in molti casi, che non porta quasi mai a nulla, se non all’accusa di omertà: che arrivò puntualmente anche in questo caso.

Maria Pina Sedda

Maria Pina è una donna con deficit uditivo e della parola, che non si è fatta frenare dalla sua disabilità. Lavora all’ufficio del registro, è bella e curata; negli anni novanta conosce un operaio divorziato circa coetaneo, Gianfranco Cherubini, lo sposa, nel 1998 nasce una bambina. La famiglia di lei non aveva accolto con entusiasmo quel genero, ritenuto di classe troppo inferiore alla figlia e forse per quel matrimonio fallito alle spalle. Di Maria Pina viene ricordato il carattere grintoso e un filo polemico, qualche discussione nel palazzo per certe sue abitudini, come gettare le cicche delle numerose sigarette fumate dal balcone, ma nulla di più.

Siamo a Nuoro quando, il 23 marzo 2002, l’ora quarantaduenne Pina viene rinvenuta uccisa nel garage dell’abitazione che divide con marito e figlioletta. La donna giace a terra, ferita a morte da un corpo contundente mai rinvenuto ed è proprio Giancarlo a scoprirla così.

Trascorre qualche mese durante il quale la famiglia Sedda, un nucleo femminile e compatto, cerca prove contro il poco amato vedovo; è soprattutto una zia a far domande in giro, finché trova le incaricate delle pulizie condominiali, madre e figlia, che improvvisamente ricordano: lo hanno visto uscire, a velocità folle, dal garage, in un orario compatibile con l’esecuzione del delitto.

La pista è servita; arriverà l’ergastolo per Cherubini, sempre protestatosi innocente. Egli obietta di non avere un movente; le discussioni ascoltate dai vicini sembravano accese per l’espressione alterata della voce di Pina, a causa del suo problema audio/vocale; uscendo dal garage ad alta velocità, con una curva a gomito, ci si schianterebbe contro un prospiciente asilo. Gianfranco era a lavoro; l’accusa ipotizza un ritaglio di minuti in cui non era in vista sul piazzale della ditta e lui avrebbe trovato modo di commettere l’uxoricidio con tempi chirurgici.

L’uomo non si arrende e chiede la revisione del processo, avvalendosi dell’investigatore privato lucchese Davide Cannella, nostra vecchia conoscenza, e del genetista forense Eugenio d’Orio, sotto la direzione dell’avvocato  Luigi Alfano. Si fa riferimento ad alcune macchie di sangue presenti in una scala interna della rimessa, appartenenti a un uomo, che non è il condannato. Le donne Sedda si oppongono, e questa volta anche la figlia è contraria. La richiesta è stata respinta nel 2021. Tutto resta com’è.

Dina Dore

Siamo a Gavoi,  in Barbagia, terra di assoluto fascino e di irresistibile tentazione, per giornalisti come Franca Leosini, nel descriverne la selvaticità e una mentalità ancestrale, in verità già finita da un pezzo nel terzo millennio.

Dina, 37 anni, è sposata con Francesco Rocca, dentista appartenente a una famiglia di medici e possidenti, molto in vista nella zona. I due si erano conosciuti all’università di Sassari, dove Dina, figlia di uno stradino, aveva presto interrotto gli studi di scienze politiche e conviveva di fatto col fidanzato. Dalla conoscenza alle nozze, nel 2007, erano trascorsi 14 anni; subito dopo era nata la piccola Elisabetta. Dina ha lavorato per anni come assistente alla poltrona nello studio che il suocero gestisce con Francesco, interrompendo per l’imminente maternità: allorché aveva istruito la ventiduenne Anna Guiso, scelta per sostituirla.

Il 6 marzo 2008 il dottor Rocca torna dal lavoro verso le 21.30; trova la serranda del garage a mezza altezza, scende dalla macchina: si trova davanti l’auto, vuota, della moglie, con una portiera aperta,  e il seggiolino con dentro Elisabetta, addormentata, per terra. Dato l’allarme, arrivano le forze dell’ordine, ma solo dopo alcune ore verrà in mente a qualcuno di guardare nel bagagliaio: Dina è lì, incaprettata, colpita alla testa, la bocca sigillata dallo scotch: una fine orribile.

Tutto il paese partecipa ai funerali e si stringe attorno al vedovo affranto. Le indagini si interrompono molto presto e il crimine sembra destinato a rimanere insoluto, anche se Francesco, che nel frattempo è andato a vivere con la madre insieme alla bambina, è tenuto d’occhio.

Nel 2012 arriva il colpo di scena. Graziella Dore, sorella di Dina, trova un foglio, ovviamente anonimo, sotto il tergicristallo della sua auto, con un elenco di sette nomi di ragazzi. Cinque vengono esclusi ( non si sa perché), mentre due vengono attenzionati:  Pierpaolo Contu e Stefano Lai, che talvolta si accompagnano a Rocca nelle battute di caccia. Contu avrebbe confessato a Lai di essere il killer di Dina, in cambio di una cospicua somma e un immobile ( peraltro ancora non ricevuti fino a quel momento). I due ammettono tutto e vanno per la loro strada processuale; il dentista viene arrestato e condannato all’ergastolo.

Lo abbiamo conosciuto ai tempi del funerale, pingue e chiuso nel suo dramma; lo ritroviamo in “Storie maledette”, dimagrito di decine di chili, con la Leosini che gli dà del farabutto traditore, ma è costretta ad arretrare dalla sua barocca prosodia dinanzi al sardo duro e tenace, che mentre lei parla legge le carte.

Contu e Lai lo hanno incastrato, ma lui non si è certo fatto del bene. Viene fuori che aveva intrecciato, prima della morte di Dina, una relazione passionale con la nuova assistente, la Guiso, ed emerge, tra i due, lo scambio di  sms e telefonate di fuoco, con frasi non troppo benevolenti di Francesco nei confronti della defunta moglie, per esempio : “ “Sinceramente, mi dispiace per come gliel’hanno fatto. Però, è stata una liberazione”; “Ha avuto la fine che meritava. Peggio per lei. Io fin dall’inizio ero convinto di passare la mia vita con te. Ora a questo punto che cazzo di senso ha tutto il resto? Farla morire? “;  “Un giorno saprai cosa ho fatto per te, e allora capirai quanto ti ho amato”.

La Guiso scampa alle accuse, non del tutto comprensibilmente: se sapeva e non ha parlato, forse non è stata lineare nemmeno lei. Rocca, dal canto suo, contesta la citazione di frasi decontestualizzate e anche la traduzione di alcune sue affermazioni in dialetto stretto, interpretate, a suo dire, da gente spacciatasi per “scienziati della lingua sarda”. In effetti abbiamo constatato quanto certi traduttori abbiano confuso le idee piuttosto che chiarirle: dalla frase in arabo di Fikri nel caso Yara, al gravinese di Filippo Pappalardi, padre dei fratellini caduti in un burrone nel 2006 e lì trovati casualmente tempo dopo.

Rocca combatte furiosamente, ammette gli errori comportamentali, ma nega con forza la colpa addebitatagli, e fa notare di non aver mai avuto i problemi economici, aggiunti alle accuse per buon peso: in effetti la morte di Dina non gli avrebbe portato grandi benefici, quello ricco era lui, ma perde su tutti i fronti. I parenti della moglie, la figlia e perfino la sua stessa famiglia lo hanno esautorato dai diritti ereditari. E’ finita.

Don Pusceddu, il giustiziere dei mariti

A considerare la sua figura, il don, parroco di Vallermosa, hinterland di Cagliari, sembra il pastore che tutti i fedeli vorrebbero. Classe 1975, l’opposto del religioso da sacrestia, sanguigno, robusto, sportivo, ordinato sacerdote nel 1999, ha fatto il pugile e allena squadre di calcio giovanili; ha fondato, nel 2000, il movimento di preghiera ” Apostoli di Maria”, con migliaia di seguaci anche all’estero ed è anche, all’occorrenza, esorcista. Un solo scivolone gli si addebita: la predica contro le unioni gay.

Nel 2014 gli arriva una tegola:  deve rispondere di minacce gravi e lesioni, con schiaffoni e forse l’uso del calcio di una pistola, nei confronti di Valentino Setti, un suo parrocchiano, di cui aveva celebrato il matrimonio. Il Don sarebbe intervenuto a tutela della moglie del Setti, Paola Spano, sorella del coimputato Efisio Spanu, che addebitava al coniuge tradimenti e maltrattamenti. La difesa ha sostenuto un complotto di Setti, infastidito dal parroco impiccione. Risultato: un anno e sei mesi di reclusione per don Massimiliano “Bud Spencer” Pusceddu. Forse, tra moglie e marito, meglio non mettere il dito nemmeno da confessore: un ammonimento può bastare. Per buona misura, il don aveva chiesto il patrocinio gratuito, dichiarando un reddito considerato poi inferiore a quello reale e si è beccato una nuova denuncia. I ricorsi sono pendenti. Amen

Gianluca Monni e Stefano Masala

Si tratta di due casi abbinati per una serie di tragiche combinazioni, non ancora del tutto spiegate; e particolarmente tristi, perché vedono protagonisti dei giovanissimi.

Siamo a Orune, provincia di Nuoro, ancora in Barbagia. Gianluca è uno studente di istituto tecnico. Il 7 maggio 2015 aspetta il pullman che lo porterà a scuola, dove non arriverà: da una Opel Corsa color grigio scuro partiranno tre colpi di fucile che lo faranno stramazzare al suolo, esanime, in mezzo agli altri passeggeri in attesa. La fidanzata, Eleonora Pala, salita due fermate prima, riesce a vedere solo il lenzuolo che ne copre il corpo.

Era iniziato tutto pochi mesi prima. E’ il dicembre 2014 e in paese si svolge la tradizionale festa denominata “Cortes apertas”, con cibo, canti e danze, soprattutto per i giovani. Gianluca è con Eleonora e altri amici, quando arrivano alla sala da ballo Paolo Pinna, minorenne di Nule (Sassari), con fama di facinoroso, e un ventenne che gli fa da autista, Stefano Masala.

Qui le versioni si divaricano: secondo Eleonora, Pinna inizia a infastidirla platealmente e volgarmente, suscitando la reazione del fidanzato e altri amici; Pinna invece avrebbe riferito ( non abbiamo sue dichiarazioni, solo de relato) che aveva iniziato Gianluca, spintonandolo e sbeffeggiandolo come gay: ipotesi, quest’ultima, considerata del tutto improbabile. Ne nasce una rissa, che vede Pinna prima puntare una pistola alla testa di Monni, poi soccombere in due fasi: soverchiato dentro il dancing in un mucchio selvaggio che provoca un parapiglia e la fuga di Paolo; poi su strada, quando lui e l’amico alla guida verranno inseguiti, bloccati e Paolo le prenderà ancora di santa ragione. La pistola, spuntata pochi minuti prima, non si sa dove sia finita.

Paolo e il padre si precipitano in casa Monni per un “chiarimento”: tutto si può dimenticare, purché si faccia ritrovare l’arma sparita. La madre di Gianluca, che si aspettava delle scuse, è sopraffatta da una richiesta così assurda e l’incontro non sortisce effetti benefici.

Le indagini, grazie anche a testimoni oculari, puntano ovviamente su Pinna e si avvalgono dei filmati di una telecamera in cui si nota una Opel Corsa grigia girare per il paese, come per un sopralluogo, vettura che tutti gli abitanti sono concordi nel definire una macchina non del posto. Pinna non guida, non ufficialmente almeno, perché non ancora patentato. Si deduce che qualcuno, di un altro paese, lo ha trasportato per la bisogna; si identifica il cugino, a lui molto legato, Alberto Cubeddu, che però non ha quel tipo di automobile.

La sera dell’8 maggio, nelle campagne intorno a Pattada, nel sassarese, viene segnalato un incendio: si tratta di quella Opel, ormai arsa.

Infine, viene ricostruito uno scenario devastante. Pinna, roso dall’umiliazione pubblica, medita vendetta e coinvolge il cugino nell’agguato, ma gli serve un’auto non conosciuta a Orune; se la fa prestare ( o la toglie con la forza) dal nulese Stefano Masala, di qualche anno maggiore, descritto da tutti come ingenuo e fidente nel prossimo, sempre pronto a scarrozzarlo, come già accaduto alla festa di dicembre.

A esecuzione avvenuta Paolo coinvolge Alessandro Taras, un quarantenne meccanico che gli ha già sistemato una grossa motocicletta. L’uomo e il cugino Cubeddu si recano in aperta campagna; la scusa è che serve una truffa per l’assicurazione.  Paolo se ne torna sulla moto, così da sembrare reduce da una gita. Certi messaggi tra i due cuginetti, pur non ammettendo nulla, sono risultati indizianti, come quello del giorno prima dell’omicidio di Gianluca: “domani sarà tutto OK”. Masala sarebbe stato tratto in inganno, mediante metodi tortuosi individuati a processo, con la prospettiva di avvicinare, lui timidissimo, una ragazza che gli piaceva.

Taras è stato considerato un teste eroico, per aver deposto nonostante le minacce ricevute dal clan Pinna, ma a noi così non è sembrato, anche per un piccolo dettaglio: nel frattempo è sparito Stefano Masala. La famiglia, gli amici, i volontari, lo hanno cercato per ogni dove; papà Masala ha raccontato di aver frugato perfino nelle porcilaie, ma è stato tutto inutile: a oggi, non c’è traccia del povero Stefano.

Pinna, giudicato dal tribunale dei minori, ha preso il massimo della pena prevista in questi casi, vent’anni.

Le udienze in cui era imputato Cubeddu  hanno visto i disperati tentativi della difesa di delegittimare Taras: un uomo del doppio degli anni dei due cugini, che accetta di prestarsi a raggiri e, sempre secondo la difesa, non ha raccontato fatti inediti: gli inquirenti glieli avrebbero messi davanti, chiedendone semplicemente conferma. Un’altra argomentazione in teoria favorevole ad Alberto sarebbe il suo status di lavoratore. Egli infatti aiutava il padre nella conduzione dell’azienda di allevamento di ovini; la mattina del 7 maggio, alle 7 di mattina, stava contrattando con un fornitore; ma, ha obiettato l’accusa, aveva tutto il tempo di trovarsi alle 8 a quella fermata del pullman dove Monni attendeva di salire, freddarlo, e andarsene transitando per quelle grandi praterie semideserte. Non si sa dove egli si fosse procurato il fucile che ha ucciso Monni. Per lui, ergastolo.

Si registrano un suo fallito tentativo di evasione e un agguato non riuscito a suo padre, che ritiene di essere nel mirino di qualcuno.

Se l’omicidio di Masala si basa su indizi e deduzioni, quello di Gianluca non presenta dubbi. Noi ci uniamo all’appello di papà Masala: ridateci Stefano, ovunque egli sia, per poco che di lui sia rimasto.

Il pappagallo istigatore

E’ il 17 maggio 2017. Siamo a Capoterra, comune della cintura metropolitana di Cagliari. La sessantenne pensionata Maria Bonaria Contu, moglie, madre e nonna, conduce una vita tranquilla, allietata da fedeli amiche, che quel giorno sono con lei, per una salutare passeggiata, abitudine quasi quotidiana, nel primo pomeriggio, al parco “Is Olias” . Intente al cammino e in chiacchiere, una di loro si accorge di un volto conosciuto in avvicinamento al loro terzetto: si tratta di Ignazio Frailis, 47 anni, problemi di alcol e tossicodipendenza dati per risolti, che vive con lo zio, lo stimato maestro elementare e giornalista Dario Serra, una curiosa somiglianza col compianto cantautore Ivan Graziani.

Ignazio viveva a Torino con la madre, sorella di Dario, afflitta da fragilità psichiche che la donna non voleva né riconoscere, né tantomeno curare; lascia il capoluogo piemontese, con maggiori possibilità lavorative, ma forse anche troppe tentazioni a continuare con cattive abitudini, per il borgo cagliaritano dove stenta a trovare collocazione e si arrangia con lavoretti saltuari ( o, forse, anche una pensioncina). Spesso disoccupato, Frailis, per ingannare il tempo non colmato, pare, da fidanzate fisse, si dedica alla composizione di complessi “puzzle”, alla cura di casa e giardino e dei numerosi animali, tre cani e molti gatti: qualcuno dei quali, in verità scappa alla sorveglianza per non più tornare, probabilmente, come si dice “asfaltato in autostrada”.

Sovente all’aria aperta, o a scervellarsi con le tessere dei suoi rompicapo, a finestre aperte nella camera che riceve più luce, Ignazio si ritiene disturbato dal loquace pappagallo dei vicini, appunto La Contu e il marito, oltre alla loro figlia sposata con prole; pare che il volatile sia stato consigliato dal pediatra per il nipotino autistico. Siamo alle prese, ahimé, con l’affascinante ma “muragliosa” lingua sarda e dobbiamo fidarci delle traduzioni/interpretazioni ascoltate in udienza.

Stando al vedovo di Bonaria, il pennuto ripeteva alcune frasi confidenzial/gergali, riferite alle sue deiezioni o a slang scherzoso; a parere di Frailis, invece, i vicini non solo lo accusavano ingiustamente di danni alla loro proprietà, ma addestravano il cocorito a sfottere sia lo zio che se stesso con riferimenti all’omosessualità; le donne di casa lo accusavano a loro volta di ingiuriarle pesantemente. Si assiste a una situazione penosa in cui gli animali, anziché unire, dividono.

Nulla però faceva sospettare l’odio che covava nell’uomo fino a quando, quel giorno di maggio, egli si accosta a Bonaria lamentando nuovamente la storia del pappagallo; lei replica di parlarne con suo marito; Ignazio le risponde circa “ no, ne parlo con te, puttana”; estrae un coltello e vibra undici fendenti, sotto lo sguardo atterrito delle due amiche una delle quali, provando a frapporsi, riceverà uno spintone dal segaligno ma risoluto Ignazio. Niente da fare per la povera Contu. La condanna finale è a diciotto anni, con l’attenuante della seminfermità mentale, che riassorbe ed esclude la premeditazione, nonostante Frailis si fosse portato un coltello, e i futili motivi. In web si leggono amareggiati commenti: pare che il tizio stia girando da tempo in zona con la birra in mano. Grave il disappunto per la famiglia Contu, ma questa è la legge.

Carmen Gueye

carmengueye
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Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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