C’è un mondo che si arma e uno che disarma. E a volte, è proprio quest’ultimo a fare più paura.
Il 6 agosto 1945, un singolo ordigno cambiò per sempre la storia dell’umanità: Hiroshima fu cancellata in pochi secondi e solo tre giorni dopo toccò a Nagasaki. Due esplosioni che inaugurarono l’era della bomba atomica e gettarono il mondo in una nuova forma di terrore: la deterrenza.
Da allora, nove Stati (Russia, Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Cina, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord) possiedono armi nucleari. Ma molti altri – e non per mancanza di mezzi – hanno scelto di non dotarsene. Un rifiuto che fa pensare, che è un’alternativa al mantra che ‘l’atomica serve per mantenere la pace’. Ma è davvero così?
Il Giappone ha fatto della propria tragedia la base di una politica di pace, il Sudafrica ha smontato le sue bombe prima ancora di dichiararne l’esistenza. Ucraina, Bielorussia e Kazakistan hanno rinunciato all’arsenale nucleare ereditato dall’URSS in nome di un futuro diverso. Poi ci sono altri Paesi, più vicini a noi, che la bomba avrebbero potuto costruirla, ma hanno scelto di non farlo per convinzione e per non tradire un’identità. Il nostro Paese, l’Italia, è tra i firmatari del Trattato di Non Proliferazione, e infatti non possiede un proprio arsenale nucleare, eppure custodisce sul proprio territorio decine di testate nucleari USA, pronte all’uso in caso di conflitto: in tutto sono 35 e si trovano ad Aviano, in Friuli Venezia Giulia e a Ghedi, in Lombardia. L’Italia è parte dell’ombrello atomico degli USA.
Quindi possiamo davvero dire di essere un Paese ‘’non nucleare’’? Tecnicamente sì ma politicamente, molto meno. La nostra Costituzione non menziona armi nucleari, ma la nostra collocazione strategica ci rende un tassello silenzioso di quel fragile equilibrio globale che passa – ancora – dalla minaccia dell’annientamento.
E se domani volessimo davvero dire no? Potremmo e livello teorico ma culturalmente, economicamente e politicamente non saremmo pronti.
Ci sono paesi che hanno fatto del no al nucleare un’etica, si pensi ad esempio all’Austria che non solo ha detto no, ma ha fatto del rifiuto nucleare una questione identitaria: Vienna è tra i promotori del Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari; allo stesso modo la Svezia, storicamente neutrale, ha rinunciato a costruire armi atomiche pur avendone le competenze. Lo stesso vale per la Norvegia. Questi sono Paesi che hanno preferito investire nella diplomazia, nella cooperazione, nella reputazione internazionale come mediatori e garanti di pace.
Anche la Germania, potenza economica nel cuore del vecchio continente, è una potenza disarmata per scelta e non per obbligo: ha rinunciato infatti ad ogni ambizione atomica autonoma e ha aderito a pieno titolo al TNP, tuttavia, come succede all’Italia, anche Berlino fa spazio a delle bombe USA.
In un mondo dove il potere sembra coincidere con la capacità distruttiva, con la deterrenza, la Germania ricorda che si può essere forti anche senza minacciare il mondo con un fungo atomico.
L’alternativa alla bomba c’è e chi dice “non se ne può fare a meno” mente. Paradossalmente, scegliere di non avere la bomba e essere disarmati fa più paura che possedere arsenali su arsenali. Il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari, approvato all’ONU nel 2017, è stato boicottato da tutte le potenze nucleari e nessuna di queste ha voluto firmare. Forse perché, in fondo, sanno che il giorno in cui quel trattato diventasse davvero globale, il castello del terrore crollerebbe. E bisognerebbe inventare un altro modo di fare la pace.
Le immagini del 1945 non sono solo memoria storica. Sono una profezia ancora in attesa di compiersi. Perché finché l’atomica esisterà, sarà sempre lì, sospesa sul mondo, come una spada di Damocle. Ma ci sono Paesi che, con coraggio, hanno scelto un’altra via. Una via più stretta, meno rumorosa. Ma forse più giusta, più umana e sono loro, oggi, a tenere viva la speranza che Hiroshima resti l’inizio di qualcosa di diverso. Non la fine.


