Ad Anchorage si è deciso tutto, anche se non con un trattato scritto. Trump lo chiama “deal”, e il deal vero non riguarda l’Ucraina, ma la Cina. Trump e Putin si sono stretti la mano, hanno sorriso davanti alle telecamere, hanno promesso di mantenere il dialogo aperto. Nessun accordo, ma neppure una rottura. Perché l’obiettivo americano è un altro: isolare Pechino.
Per l’opinione pubblica internazionale è sembrato un passaggio interlocutorio; per l’Europa, invece, è stato l’ennesimo schiaffo. Perché ancora una volta il destino del continente si è giocato altrove, mentre a Bruxelles e Berlino restava soltanto il ruolo del pagatore.
Sono vent’anni che l’Unione a guida tedesca sbaglia tutto: dall’austerità che ha dissanguato il Sud Europa, alle mode ideologiche del Green, fino alla scelta più grave, quella di trascinare l’intero continente in una guerra per l’Ucraina.
Il risultato? Centinaia di miliardi bruciati. Solo l’Italia ha speso più di 190 miliardi di euro in un anno tra armi, aiuti, bollette calmierate e interventi straordinari (stime di Money.it e altri osservatori economici). L’equivalente di un PNRR intero, dissolto in pochi mesi. Risorse che potevano finire in scuole, ospedali, infrastrutture, ricerca, e che invece si sono trasformate in fumo, in sangue e in macerie.
E per cosa? Non certo per difendere i nostri interessi. L’Ucraina è oggi più povera, più devastata e più instabile di tre anni fa. L’Europa ha perso competitività industriale, ha subito inflazione e caro energia, si è scoperta irrilevante nello scenario globale. E tutto questo quando la soluzione era a portata di mano: la neutralità ucraina, l’“opzione austriaca”. Lo hanno nei fatti detto entrambi i protagonisti dell’incontro di ieri. Una via che avrebbe salvato vite, garantito sicurezza a Kiev e stabilità ai confini europei. Ma la si è rifiutata, preferendo il ruolo di vassallo di Washington e il furore ideologico di Berlino.
Così Anchorage non è solo un incontro tra due leader. È la fotografia di un fallimento: Trump e Putin parlano da pari, mentre l’Europa non parla affatto. È un continente che paga i conti della guerra e ne raccoglie solo le macerie. È l’ennesima dimostrazione che un’Unione incapace di difendere i propri cittadini, di scegliere soluzioni concrete invece che dogmi, non è una potenza geopolitica: è un fantasma burocratico.
Emblematica è la vicenda del Green: ci imponiamo norme sempre più restrittive, sacrificando intere filiere produttive, per poi acquistare dalla Cina e dall’India, che continuano a inquinare come se non ci fosse un domani. È la parabola perfetta di un’Europa che si flagella da sola mentre altri prosperano.
La guerra in Ucraina, probabilmente, si è chiusa ieri. Ma il vero “deal” di Anchorage riguarda il futuro: isolare la Cina. L’Europa, invece, continua a trascinarsi in un’agonia silenziosa, tra errori strategici e illusioni di grandezza. Stavolta, però, il prezzo pagato — in denaro, in vite umane, in credibilità — è troppo alto per essere dimenticato.
Raimondo Frau
