sabato, Febbraio 7, 2026
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John Fitzgerald Kennedy e la family

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John Fitzgerald Kennedy nacque a Brookline, nel Connecticut, il 29 maggio 1917, da famiglia di origine irlandese.

Il padre, Joe, era un affarista ad ampio spettro, dal contrabbando di alcool al cinema, fino all’alta finanza. Ambizioso e disinvolto, Joe sposò la figlia del sindaco, la timida e riservata Rose Fitzgerald. L’ambiente era rigidamente cattolico. Lui fu ambasciatore a Londra negli anni trenta.

JFK ( chiamato anche Jack) era il secondo maschio, dopo Joe Jr; ne arriveranno poi altri due e cinque femmine. Chiacchiere irriverenti hanno sparso la voce che Rose accettasse rapporti sessuali con il marito solo al fine di procreare.

Com’è risaputo, la famiglia attraversò drammi di ogni sorta già negli anni ’40. Joe Jr, pilota militare, morì in un incidente aereo; una sorella incontrò una fine analoga; un’altra fu ricoverata in un istituto per malattie mentali: ecco la nidiata ridotta a sei. Di questi, tre erano donne, ma restavano pur sempre altrettanti maschi  per la realizzazione delle ambizioni politiche del patriarca, che voleva un figlio presidente. La scelta era obbligata: toccava al maggiore, una sorta di erede al trono in quella che era già considerata la dinastia reale americana. E poco importava che i Kennedy provenissero da una famiglia miserrima, riparata in America spinta dalla fame, durante la “carestia delle patate” nell ‘Irlanda dell’ 800. Gli americani, che ancora si sentivano i fratelli minori dell’ex padrone britannico, avevano bisogno di un re. Furono accontentati.

John, fisico prestante, sorriso aperto, era molto sportivo, come tra i Kennedy si pretendeva, al limite dell’incoscienza. Si laureò in legge nel 1940, con una tesi sugli accordi di Monaco del 1938 ( patto tra Germania , Italia, Regno Unito e Francia, che Hitler violerà occupando i Sudeti), che lo costrinse a riflettere sulle posizioni politiche del padre. Joe, certo non il solo, era un americano ostile al comunismo, pronto a tutto per scongiurarlo, dunque si lasciò andare ad apprezzamenti positivi su Hitler, visto come un baluardo antisovietico, e non prese una particolare posizione al tempo delle deportazioni: di talché lo seguì una subdola reputazione di antisemita.

Jack, riservista della Marina, partecipò a operazioni belliche; ufficiale di comando su un cacciatorpediniere nel Pacifico, durante un’operazione la sua nave fu speronata, si contarono due morti; egli trasse in salvo dei compagni e  riportò una ferita alla schiena, che gli procurerà sempre periodici dolori lancinanti. Fu operato e curato con potenti farmaci. In qualche momento non precisato contrasse il morbo di Addison, una disfunzione alle ghiandole surrenali, che comportava l’assunzione di robuste dosi di cortisone. Congedato come eroe di guerra nel 1945, non ebbe bisogno di guardarsi intorno; figlio devoto, non discusse le opinioni del padre, che lo fece assumere come giornalista dal magnate della stampa Randolph Hearst, nel settore della cronaca politica, potendo così impratichirsi nelle questioni estere e praticamente assistere alle modulazioni con cui si stabilì il nuovo assetto mondiale.

Ligio alle disposizioni paterne, JFK si avviò al percorso tracciato per lui; venne eletto deputato, poi senatore;  si candidò alla vice presidenza democratica nel 1956, venendo superato da Adlai Stevenson, anche se poi  prevalse ancora il repubblicano Dwight Eisenhower, il generale che “aveva vinto la guerra”; infine, direttamente alla presidenza, alle elezioni del 1960.

Candidato avversario era il vice presidente uscente Richard Nixon, un quacchero inviso ai settori progressisti, accusato di infamie spionistiche e manovre oscure. Dal punto di vista dell’immagine Richard partiva in affanno, lui, rigido moralista che mai si sarebbe mostrato in costume da bagno, una buffa espressione da muppet,  che dimostrava più dei quattro anni di differenza dal prestante antagonista, viceversa uso a farsi ritrarre in pantaloncini e maglietta, in barca insieme alla affascinante consorte: quella Jacqueline Bouvier, sofisticata ex studentessa Vassar, educata nella cultura francese tradita anche dal suo cognome, che trionfava di fronte all’altra aspirante first lady, la scialba e modesta Patricia, con le sue acconciature d’altri tempi.

In realtà Nixon, nel confronto televisivo, fu svantaggiato da altri fattori, come l’assunzione di forti antidolorifici per l’incidente a una gamba, che lo rese meno incisivo e lucido.

La storia è arrivata a noi come la marcia trionfale del nuovo contro il vecchio, del moderno contro l’antico, ma l’angelico John faticò parecchio per prevalere e la vittoria fu praticamente di misura: 49,72 contro 49,55 per cento, 303 grandi elettori contro 219 (secondo quel sistema elettorale). Si riscontrò un 0,73 per cento verso altri candidati, tra cui il segregazionista Harry Flood Byrd, che riportò un certo successo in Mississipi e Alabama e prese un elettore su otto repubblicani in Oklahoma, votato dai cosiddetti “ unpledged elector”, ossia liberi di non schierarsi a priori con alcun candidato.

Si disse poi che erano stati determinanti, per la vittoria, i voti mafiosi acquisiti tramite le conoscenze di Joe sr, ma è una vulgata assai discutibile e appare come una macchia gettata dagli ostili al tycoon. Convalidarla equivale a ritenere che la cosiddetta mafia italoamericana spadroneggiasse negli States oltre le etnie che la dominavano tradizionalmente e scordarsi che la politica è una combinazione di elementi e di compromessi a cui nessuno può sottrarsi. Papà Kennedy manovrò, ovviamente e sapientemente, ma grazie alla sua rete infinita di contatti.

Fresco di vittoria e da poco papà del secondogenito John jr,  JFK era all’apogeo. Il “casato” si insediò. Il fratello Bob divenne ministro della giustizia. I cognati (tra cui l’ attore inglese Peter Lawford, marito di Pat e il  futuro suocero di Shwarzenegger, Sergent Shriver, sposato con Eunice) entrarono nell’organizzazione che ne curava gli interessi. Il fratello minore Ted, sposato con una  ex modella, studiava da politico. Ministro della difesa era Robert McNamara, futuro presidente della Banca mondiale.

Il Kennedy privato era persona intellettualmente vivace e non snobbava l’Europa, in questo aiutato dalla raffinata moglie bilingue.  Di certo non si può pensare che egli avesse mano libera negli affari di stato, dovendo anche confrontarsi con un consenso asmatico e un forte dissenso interno al partito. Promise molto, ma riuscì a mantenere in parte, non solo per l’interruzione del mandato. Certamente fece in modo che gli afroamericani si introducessero quanto più possibile nelle istituzioni, a partire dall’FBI. Già durante la campagna elettorale aveva mostrato interesse per tutti i gruppi sociali: durante un memorabile comizio aveva lasciato la parola a Jackie, che si espresse in italiano alla comunità di Brooklyn. Durante un incontro con il reggente saudita Faisal, lo esortò ad abolire la schiavitù ancora praticata in quel paese e il sovrano seguì il suo consiglio. In definitiva, lavorò bene per l’immagine, ma questa era patina, e lui lo sapeva.

Sulla questione razziale il presidente e il fratello apparivano decisi, sinceramente interessati all’integrazione. Le accuse di Malcom X, secondo cui i “bianchi” offrono aiuto solo per opportunismo e bieco calcolo, sono difficili da sostenere, in questo caso, visto che non c’era proprio nulla da guadagnarci. Se i due Kennedy pensarono che i neri integrati sarebbero stati un valido aiuto “elettorale”, dovettero commettere un’ingenuità o fu loro mostrata qualche statistica ingannevole. Gli afroamericani incontravano enormi difficoltà ad esercitare il diritto di voto; in compenso, secondo i calcoli, si perdeva qualche milione secco di voti “bianchi”, compresi quelli di molti italoamericani. E’ più probabile che le lobby liberal avessero chiesto una condizione per portare voti.

Poiché gli USA avevano piazzato missili ( in verità già obsoleti) in Turchia, in funzione antirussa, i sovietici li avevano installati a Cuba.

L’isola caraibica era stata sotto il dominio di Fulgencio Batista, considerato un fantoccio americano, che aveva lasciato la nazione in mano ai gangster, facendone un grande casinò (anche senza accento). Spodestato il dittatore dalla rivoluzione dei borghesi barbudos guidati da Fidel Castro, fallito un tentativo, non si sa quanto intensamente perseguito, di intavolare trattative con gli States, Cuba si buttò tra le braccia dell’URSS.

Una nostra sommessa testimonianza, relativa a una vacanza cubana nel 1984, riporta una situazione di grande trascuratezza nelle strutture, a parte quelle lasciate appunto dagli americani, come i grandi alberghi aperti ai turisti; un traffico automobilistico di vecchie vetture, sempre americane, sbuffanti fumo nero da motori mal riparati, il dollaro come moneta corrente (che gli stranieri dovevano cambiare in moneta turistica chiamata Intour); l’assenza totale di esercizi commerciali, finanche di alimentari, e un intenso turismo sessuale. La scuola e la sanità erano efficienti e per tutti, però, si ribatteva. Sfiniti, decidemmo di visitare la “Baia dei porci”. Mentre facevamo il bagno circondati, in effetti, da maialini neri, pensavamo a quei lontani giorni del 1962, quando le truppe a stelle strisce erano state umiliate per poi battere in ritirata, tenendo solo  il presidio navale di Guantanamo. E’ considerato il primo smacco kennedyano anche se, forse, il presidente non aveva avuto scelta. L’ostilità di gran parte dei cittadini della “Great America” rurale, operaia e meridionale, e i corruschi militari poco inclini al pacifismo non gli davano tregua. Infine, l’incontro con il leader sovietico Krusciov portò a un accordo.

La vostra redattrice a Cuba

Non mancarono comportamenti ambigui. JFK avversò lo scià di Persia, Reza Phalavi, tentando di sostituirlo. L’imperatore iraniano invece restò in sella e Kennedy mutò rapidamente il proprio atteggiamento: inviti alla casa Bianca, salamelecchi tra first lady e un’ alleanza di ferro tra i due paesi (fino alla fuga dello scià nel 1979 e l’avvento degli ayatollah, ma questa è un’altra storia, vedi nostro articolo https://secolo-trentino.com/2025/10/17/iran-tra-shah-e-ayatollah-cosera-meglio/.)

Alfiere conclamato della causa “nera”, Kennedy si presentò al mondo come un convinto fautore del “panafricanismo”, lasciando intendere che avrebbe fatto di tutto per la creazione di una sorta di nazione africana. Le contraddizioni di quel continente, gli interessi in gioco, la guerra fredda, finirono per risucchiarlo nel balletto delle alleanze tradizionali e la morte lo colse nel pieno di questi dilemmi.

Mal consigliato, JFK  fu in pratica l’artefice della guerra in Vietnam. Di fatto, egli si limitò a inviare un presidio di osservatori in Vietnam del sud, sufficiente, però, a scatenare le reazioni del blocco comunista che sarebbe degenerato in un conflitto, terminato nel 1975, sotto la presidenza Nixon, che ne uscì come perdente.

JFK coniò, o commissionò agli scrittori dei suoi discorsi, alcune celebri slogan, come “Non chiedetevi cosa può fare il vostro paese per voi, ma cosa voi potete fare per il vostro paese”. Oppure, quando si recò in visita in Germania Ovest, “I am a Berlineer”, frasi oggi considerate di significato double face: non aspettatevi nulla, ma lavorate, la prima; un domani ci sarà un mondo globalizzato, la seconda. Per la cronaca, gli capitò di stringere la mano a un giovanissimo Bill Clinton, in visita con altri studenti alla Casa Bianca.

Nel frattempo era emerso il fenomeno del maccartismo. Il senatore del Wisconsin Joseph McCarthy (1908/1957) è rimasto famoso per l’accanimento nel cercare elementi di simpatie comuniste e potenziali sovversivi. La sua storia è complessa; qualcuno afferma che i centri studio di ispirazione comunista sarebbero stati foraggiati dal solito Edgar J. Hoover, capo dell’FBI dal 1924 fino alla sua morte, per creare il problema e fingere di risolverlo e Mc Carthy fosse solo un suo burattino. Il senatore morì prima dell’elezione di Kennedy, anche se il clima di sospetto gli sopravvisse, fino a che l’opposizione trasversale ai due schieramenti politici, si trasformò nella posizione liberal di dem e neocon, adottata oggi dalla gente di spettacolo, che non si occupa di disoccupazione o sanità, ma quasi solo di diritti LGBT. Kennedy però doveva preoccuparsi costantemente di scansare i sospetti di simpatie a sinistra.

La grande sfida del presidente e del fratello Robert divenne la lotta alla mafia, in attesa di tempi migliori per affrontare grandi temi, come la sanità pubblica.

Nato nel 1925, più piccolo e meno atletico del presidente, l’aria intellettuale per via degli occhiali che spesso portava, Robert godeva fama di puritano ultrareligioso. La moglie Ethel (1928/2024, anche lei in odore di antisemitismo) gli sfornava un figlio dopo l’altro. Bob non possedeva il carisma di John, ma appariva più vicino al popolo. Si passava spesso la mano a ravviare il ciuffo sulla fronte, in un gesto che lo caratterizzava. Molti ritenevano che avrebbe potuto essere un presidente migliore del fratello, meno “politico”, più passionale nell’affrontare le questioni.

Nell’ottobre 1963 Robert Kennedy portò il “pentito” Joe Valachi a testimoniare dinanzi alla commissione senatoriale presieduta dal senatore John McClellan. Valachi si produsse in una descrizione delle “cupole”, parlò di “Cosa nostra” e Bob ideò il reato di associazione mafiosa, tutto copiato in Italia vent’anni dopo. Valachi fece i nomi di quelli che a suo dire erano i boss: Jimmy Hoffa, Johnny Dio, Frank Costello, Lucky Luciano, Carlos Marcello, Sam Giancana e il capo dei capi, Vito Genovese. Costoro si occupavano perlopiù di gioco d’azzardo e servizio escort, col beneplacito delle autorità.

Jimmy Hoffa, sindacalista di origine incerte ma certamente non italiane, sparì un giorno del 1975 e non fu più ritrovato. Antoinette Giancana, scrittrice e attrice, figlia di Sam, offre racconti diversi e articolati, su suo padre, assassinato nel 1975, in procinto di testimoniare sui contatti con i servizi segreti.

In generale, se si accoglie la narrazione di un’alleanza tra picciotti siculi (talora, per buon peso, anche guappi campani) e CIA, vuoi per eliminare Castro o per altri scopi non nobili, si dovrebbe riconoscere agli italoamericani una sovraesposizione rispetto a quello che dovrebbe essere il loro fine “professionale”, ovvero la gestione dei passatempi, più o meno elevati, dei cittadini in libera uscita, anche di alto rango, senza pretendere posti al sole. Ma negli States le organizzazioni criminali esistevano prima dell’arrivo degli italiani: quantomeno ci deve essere stata una spartizione.

A tal fine inseriamo un accenno alle infamanti accuse di avere i Kennedy, in qualche modo, responsabilità nella morte di Marylin Monroe, basandoci sulle analisi contenute nel libro “Marilyn: the secret lives of a goddess” di Anthony Summers, che ha scritto anche le biografie di Bob Kennedy e di Edgar J. Hoover.

I pettegolezzi nacquero dal clima di ricatti in cui l’attrice sarebbe stata immersa ( in cui sarebbe caduta, ma in piedi, anche Lana Turner), di cui abbiamo trattato nel nostro articolo https://secolo-trentino.com/2023/07/31/marilyn-a-piedi-nudi-sul-vetro-i-parte/;  dalla sua presunta relazione con  Sam Giancana e alcuni suoi sodali (Sam Lo Cigno e Johnny Roselli) e dalle asserite spericolatezze sessuali del presidente.

Dunque sarebbe esistita una rete di gigolò italoamericani manovrati da Sam Giancana, intenti a sedurre le attrici famose per poi ricattarle. Poiché, secondo i rumours, sia JFK che il fratello ( ritenuto a sua volta marito non così fedele) avrebbero goduto dei favori delle pupe dei gangster, offerte sempre a scopo ricattatorio, infine i due brothers sarebbero stati tenuti sotto schiaffo da Giancana.

In questo calderone gira una versione: JFK si diverte ad andare a letto con la diva ormai instabile,  se ne stanca e dice al fratello di liquidarla.  Bob però si fa un giro con lei (addirittura viene dato presente a casa dell’attrice la notte della morte). I malavitosi tengono i telefoni sotto controllo e uccidono la ragazza per insinuare che i mandanti siano i Kennedy; oppure lei muore mentre sta in compagnia di Bob e scatterebbe in ogni caso il ricatto. Hoover copre la malefatta, inscena il suicidio dell’attrice ed esercita un potere assoluto su Jack e Bob.

Si tratta di una fiction intrigante, che dà da mangiare da decenni a scrittori, giornalisti e chiunque voglia guadagnare soldi facili scrivendoci su. Per non alimentare ulteriori insinuazioni, forse sarebbe stato opportuno evitare che la platinata star, poco prima della morte, si presentasse al cospetto di JFK per una raccolta fondi, il 19 maggio 1962, al Madison Square Garden, unita ai prefesteggiamenti del compleanno di lui, (mentre Jackie se ne stava a cavalcare in Virginia), con un abito cucito addosso e cantando un “happy birthday” zeppo di sospiri osceni davanti a un pubblico scelto, tra cui era anche Maria Callas.

Fu una sciagurata idea del cognato attore Peter Lawford, convinto di dare lustro alla presidenza con l’ospitata di una diva sexy, schierata apertamente con i democratici. Certamente l’attrice incontrò i fratelli a un party successivo e la foto che li immortala sarebbe la prova di un ménage à trois.  La morte di Marilyn di lì a poco non fece che gettare benzina sul fuoco.

Marilyn e i fratelli Kennedy durante il party

Negli USA quello del presidente è un mestiere a rischio. Oltre a Kennedy furono assassinati Abraham Lincoln, James A. Garfield e William McKinley; Ronald Reagan, appena insediato, fu gravemente ferito e, dicono, rimase gravemente alterato nel prosieguo del suo doppio mandato; Donald Trump è stato colpito di striscio al volto durante la campagna elettorale 2024.

Lee Harvey Oswald, il 22 novembre 1963, era uno squattrinato ventiquattrenne di New Orléans che, chissà come, perché e aiutato da chi, in quei tempi di guerra freddissima, aveva viaggiato in Unione Sovietica, dove si era sposato con Marina, che gli aveva dato subito due bambine. Si era fatto notare come elemento se non rivoluzionario, quantomeno stravagante. Vien da chiedersi perché uno così non fosse marcato stretto da CIA, FBI e Polizia. Nonostante i fiumi d’inchiostro, le inchieste, le interviste, gli studi, a oggi non è chiaro se fosse intervenuta qualche significativa segnalazione su di lui, come avesse ottenuto i visti, il ruolo di altri paesi, soprattutto il Messico. La desecretazione di atti voluta da Donald Trump ha aperto degli squarci, ma il tempo trascorso non aiuta e muoversi nel dedalo di intrecci di più di sessant’anni fa è proibitivo.  L’unica certezza è che i palazzi lungo il corteo presidenziale non erano tutti occupati da militari armati fino ai denti, quel deposito di libri era deserto e Oswald vi poté stazionare indisturbato, con un fucile in mano, un vecchio  C2766 Mannlicher-Carcano. Non si sapeva, né tuttora si sa, di una sua particolare abilità di tiratore, anzi sembrava del tutto inesperto di armi.  

Oliver Stone ha girato un film (“JFK”, 1991) ipnotico e dal ritmo incalzante, che getta luci intermittenti su fatti e persone, lasciando lo spettatore colpito e confuso.

Il procuratore Garrison, vero protagonista del film, dedicò la vita a ricerche sull’episodio e fece di tutto per insinuare il dubbio che, alla base del fatto, ci fossero interessi commisti, vizi privati da nascondere, doppi e tripli giochi, in una parola, complotti.

In seguito sono emerse tendenze di segno opposto: non c’è nulla da ipotizzare, le cose andarono così come sono state raccontate.

Secondo queste interpretazioni, improntate all’apparente serenità di giudizio e decise a combattere ogni sorta di paranoia cospirazionista, Oswald era un giovane disadattato, che gli investigatori non prendevano sul serio. Ossessionato dall’idea di compiere un gesto clamoroso, aveva scelto quell’azione, prevedendo di suscitare l’interesse dei media e scansare la pena capitale. Contava sull’opinione pubblica mondiale, che avrebbe voluto “saperne di più”; inoltre si proponeva una forma di rivalsa verso la moglie Marina, che non lo considerava abbastanza.

Purtroppo per lui, mentre la polizia, rapidamente catturatolo, lo scortava in centrale, un malavitoso, l’ebreo polacco Jack Rubinstein, detto Ruby, gli sparò per “vendicare” la nazione di quella grave perdita, almeno secondo la versione ufficiale. Secondo altri, il delitto era di stampo mafioso: l’onorata società avrebbe commissionato l’omicidio del presidente e inviato un sicario a far fuori l’assassino perché non parlasse.  Ruby stesso sopravvisse di pochi anni e morì di tumore nel 1967, senza aver rivelato alcunché.

Ruby gestiva locali porno; secondo la sorella era un devoto kennedyano, schiantato dal dolore per la perdita. La madre di Oswald rilevò che il figlio, prima di morire, gridava di non aver fatto nulla e lo credette innocente.

Naturalmente si susseguirono, per voce popolare, le ipotesi più svariate.

Ad ammazzare il presidente era stato il suo vice, Lyndon Johnson, per subentrargli; o era stato Fidel Castro, che lo odiava, ricambiato; oppure lo aveva ordinato la mafia, da lui perseguita dopo essere stata usata. Secondo alcuni, sempre presupponendo un complotto, erano arrivati i contributi di gruppi che lo detestavano, per esempio i razzisti del sud, infiltrati un po’ ovunque, anche nelle forze dell’ordine (dopotutto, l’omicidio avvenne in Texas).  Le perizie balistiche stanno litigando tuttora; per tesi ufficiale, il secondo colpo fu fatale al presidente. Rimase ferito anche il governatore del Texas, John Connally.

Torniamo ai documenti desecretati. Ora ad assassinare il presidente Usa sarebbe stato un agente di polizia, J. D. Tippit,  ucciso il 22 novembre 1963, a colpi di pistola, 45 minuti dopo l’attentato a Kennedy sulla Dealy Plaza di Dallas. Su dodici testimoni, otto avrebbero indicato Oswald come killer, non si sa bene come, visto che un confronto era impossibile, forse solo su foto; in effetti l’arresto di Lee inizialmente fu motivato con l’omicidio Tippit. Fin qui, si sapeva.

Ma c’è di più. Oswald e Tippit si sarebbero incontrati in un night-club di Jack Ruby una settimana prima dell’assassinio di Kennedy. Ruby si infilò nei sotterranei della caserma di Polizia indisturbato, mischiandosi tra i giornalisti in libero ingresso, e avrebbe fatto fuori Oswald per tacitarlo.

Vero è che la commissione Warren non convinse, con la storia del  “proiettile magico”: ovvero lo strano tragitto compiuto dalla pallottola per arrivare a spappolare l’encefalo della vittima ed uscirne con un certo angolo dal capo.

Un proiettile del tipo rinvenuto nella stanza da dove Oswald avrebbe sparato era stato trovato in seguito su una barella dove avevano sdraiato Connally in ospedale. La commissione aveva dedotto che il proiettile potesse essere uscito dal corpo del governatore durante gli spostamenti e le manovre di primo soccorso. Il fatto che un solo proiettile – il secondo – fosse riuscito a causare più ferite in due persone diverse e ne fosse uscito praticamente intatto ha alimentato il cospirazionismo, ma inspiegato è rimasto, con le varie perizie in conflitto, il foro nella schiena del presidente, accertatamente provocato da un proiettile; in un primo tempo si disse che era l’unico, e quello al capo fosse stato provocato da manovre chirurgiche, ma si è appurato che non fu così, quindi: mistero eterno.

L’auto del presidente dopo l’attentato

Robert Kennedy Jr, figlio di ‘Bob Kennedy’, avvocato, oggi combattivo ministro per la salute con Trump, non ha mai creduto agli esiti della commissione e addita la CIA come mandante e ispiratrice della vicenda della baia dei porci: che sarebbe appunto stata opera dell’Agenzia, comportando una strage su attacco missilistico, che suo zio e suo padre sventarono.

Ma i siciliani erano così potenti negli USA?

“…New Orleans…nel 1891 fu teatro di un linciaggio di undici siciliani appartenenti ad una cosca accusata di avere ucciso il capo della polizia….il sindaco, Joseph Shakespeare, descriveva tutti i siciliani come «i più pigri: i loro corpi sono sudici, le loro case sporche e le epidemie scoppiano sempre nei loro quartieri. Arrestate ogni italiano che incrociate, se necessario». Erano gli italiani che vennero utilizzati come schiavi al posto dei neri che si trasferivano nelle città del nord alla ricerca di lavori più dignitosi. Gli stessi italiani che venivano linciati e massacrati per reati non commessi, come racconta Enrico Deaglio nel suo ‘Storia vera e terribile tra Sicilia e America’. Da Gabriele Santoro. “La scoperta di Cosa Nostra” (Ed. Chiarelettere)

Non sembra proprio.

Il fratello di JFK, Bob, sulle prime rimase stordito dalla tragedia. Anche se il nuovo presidente Johnson gli confermò la sua fiducia, non fu in grado di proseguire con il suo lavoro e mollò la presa per qualche anno. Le reazioni furono ancora una volta molto diverse.

L’omicidio del presidente aveva ottenuto  almeno un risultato, esultavano i teorici della cospirazione e delle responsabilità mafiose.

Cuba prosperò e i sovietici invasero anche la Cecoslovacchia ( agosto 1968): vedete? Gongolavano gli accusatori di Castro.

Fu ucciso a Memphis, sempre nel sud, (aprile 1968) anche il reverendo Martin Luther King, oggetto da tempo di una campagna diffamatoria: dilagarono i sostenitori della pista razzista.

Il successore Lyndon Johnson, un texano dall’indole timorosa, fece approvare la legge federale contro il razzismo che Kennedy non aveva fatto in tempo ad emanare, ma sotto il suo mandato scoppiarono i più violenti disordini nei ghetti della storia americana, a stento sedati. Il nuovo presidente cercò il gradimento delle masse americane, proseguendo la guerra in Vietnam contro i “rossi”.

Tutto ciò non bastò a scoraggiare Bob che, proprio nell’anno – polveriera 1968, si accinse alla scalata alla casa Bianca.

Bob, in gara alle primarie, parlò alla convention del partito democratico a Los Angeles, che lo vide trionfare sul rivale di partito, il 5 giugno di quell’anno. Non volle forze dell’ordine a presidiare il comizio, perché ciò sarebbe apparso poco “democratico”. Concluse il discorso con le parole “ e adesso vado a vincere a Chicago”, scese dal palco e fu raggiunto da un colpo di pistola alla testa, sparato, per  quanto accertato al momento, da un giordano – palestinese, tale Sihran Bishara Sihran. Bob morì poco dopo. Alle elezioni dell’autunno successivo spunterà nuovamente, e verrà eletto, Richard Nixon, consuocero di Eisenhower.

Bob in fin di vita

Robert Kennedy Jr non è affatto convinto della responsabilità di Sihran nella morte di suo padre.

Tutto da rifare. Il patriarca Joe morì nel 1969, dopo anni di semincoscienza dovuta a un ictus. La vedova Rose,  quasi ottantenne, secondo alcuni prese le redini della situazione, imponendo al “piccolino” Edward, detto Ted, classe 1932, la carriera di famiglia.

Ted non doveva averne troppa voglia, non da ultimo per l’alta probabilità di venire accoppato.  Sempre nel 1969 Ted, al volante dopo una festa, finì in un lago con la macchina. Se la cavò, ma non altrettanto fortunata fu la ragazza che era con lui, la sua segretaria Mary Jo Kopechne, morta annegata. Fine della corsa all’elezione.

Ted si separò dalla moglie, afflitta da problemi neurologici. Nel 1980 il partito democratico, a corto di candidati dopo Jimmy Carter, sfavorito dagli eventi internazionali, gli chiese di riprovarci. Edward si rimise pateticamente con Joan e provarono ad inscenare il felice matrimonio di un Kennedy e la sua sposa, ritrovatisi dopo una crisi. Non servì. Trionfò il repubblicano, attore che in pochi ricordavano, Ronald Reagan. I coniugi si lasciarono definitivamente e Ted si risposò.

Nel 1991, in una villa di Miami, in compagnia di uno dei nipoti  (il figlio della sorella più giovane Jean), Ted se lo perse un po’ di vista e il ragazzo si beccò un processo per violenza sessuale su una giovane ospite.

Il rampollo fu assolto, dichiarandosi semimpotente, ma rigenerando le accuse ai maschi di casa che, per questioni di donne, si mettono spesso nei guai e la fanno franca. L’opinione pubblica mondiale rumoreggiò nuovamente contro il razzismo USA, poiché negli stessi giorni il pugile nero Mike Tyson, per motivi analoghi, prese una condanna a sei anni.   

Ted è stato un gran sostenitore di Obama, morendo poco dopo la sua elezione, nel 2009.

Della nidiata di Bob, una figlia ha sempre svolto attività politica, ma a livelli locali. Due maschi sono morti tragicamente, David negli anni settanta per overdose, Michael negli anni ’90 durante uno di quei temerari giochi kennedyani, un misto di sci e palla rilanciata dove, se ti distrai per guardare l’avversario, ti schianti contro un albero: appunto ciò che avvenne. Bob Jr, che lotta contro gli strapoteri farmaceutici, si è associato a Trump distanziando gli USA dall’OMS. Kerry Kennedy è stata sposata con Andrew Cuomo, governatore di New York come lo era stato suo padre. Patrick è stato deputato e ha confessato problemi di dipendenze.

Dei figli di Ted, Edward, avvocato, in passato senatore del Massachussets, patì l’amputazione di una gamba a dodici anni; la sorella Kara, già afflitta da un tumore asportato con un’operazione, è morta cinquantenne nel 2011, per infarto dopo un allenamento sportivo.

La figlia maggiore di JFK, una signora di nome Caroline, classe 1957, coniugata Schlossberg, madre di tre figli ha sempre condotto una vita defilata, ancor più dopo la morte di Jackie nel 1994. Al suo benessere hanno contribuito le donazioni del defunto patrigno, l’armatore Aristotile Onassis. Di recente si è scompostamente scagliata contro il cugino Robert Jr, dandogli dell’ex drogato

Il bellissimo John jr.,  nato nel 1960, dopo aver faticosamente trovato una moglie di classe, prese il brevetto di pilota, passione che Jackie aveva sempre ostacolato.

Un giorno di luglio del 1999, affannato, in ritardo e sprovvisto del piano di volo, JJ  imbarcò consorte e  cognata e si mise ai comandi di un piccolo aereo, meta l’isoletta di Martha’s Vineyard, per il matrimonio di una cugina. Qualcuno addita la consueta burbanza dei Kennedy, convinti di potere tutto, e che il ragazzo sia stato tradito dall’inesperienza, in una giornata con le nubi basse e nessuna visibilità. E’ andata come sappiamo. JFK jr viene ora ricordato come un viziato rampollo, belloccio, svagato e lunatico, giornalista fallito, che per incoscienza ha mandato a morte precoce se stesso e le due giovani sorelle che si erano fidate di lui.    Vedi nostro articolo https://secolo-trentino.com/2023/07/17/il-16-luglio-di-john-kennedy-jr/

Covava ambizioni politiche Arnold Shwarzenegger, sposato a lungo con Maria Shriver, figlia di Eunice, una delle sorellone Kennedy. E’ stato ministro dello sport con Bush padre: venne fotografato mentre, con un sigaro in bocca, cullava il figlio neonato. E’ giunto alla carica di governatore della California, dopo essersi autoaccusato di molestie sessuali, senza smentire un passato semiporno e infedeltà coniugali ( con un figlio extra matrimonio). In ogni caso, non è nato negli Stati Uniti, condizione imprescindibile per legge, se si ambisce a diventare presidenti e ha ripiegato sulle pubblicità dei trapani.

Fiumi di parole non hanno risolto un dilemma, ovvero se qualcosa di buono sia stato fatto durante la presidenza di John. Ma forse non fece in tempo.

Carmen Gueye

raimondofrau
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Direttore tecnico presso una multinazionale e Presidente dell'Associazione di Volontariato Secolo Trentino - La terra degli Avi

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