Il 21 dicembre 1996 atterra a Roma un aereo in arrivo da Parigi e le telecamere sono pronte a inquadrare una bara che esce dalla stiva, uno spettacolo inconsueto: ma lì viaggiano le spoglie di Marcello Mastroianni e strano, in fondo, non è, se si guarda alla storia della sua vita.
Marcello vede la luce nel 1924 nel comune di Terra di Lavoro, proprio come Vittorio De Sica: un territorio che da casertano diverrà frusinate, con una riforma del neonato regime fascista. Il padre è un falegname; la mamma di cognome fa Irolle, motivo per cui il web, per un periodo, riportava un’ipotesi di radici ebraiche alquanto improbabili in Ciociaria. Nel 1929 nasce il fratello Ruggero, in futuro tecnico del montaggio molto richiesto, scomparso pochi mesi prima di Marcello.
Il fanciullo viene mandato a studiare a Roma, dove si diploma perito edile; lavorerà anche a Firenze e in Alto Adige, poi interviene un periodo di non meglio precisata fuga per sottrarsi a un trasferimento in Germania: una zona d’ombra da cui egli emerge, nuovamente a Roma, come disegnatore tecnico del comune, che però ha già assaggiato qualche cimento da attore.
Mentre si destreggia tra l’impiego e il lavoro in teatro, Marcello incontra, all’accademia Silvio D’Amico, l’attrice Flora Carabella, ragazza borghese che lo traghetta alla conoscenza con Luchino Visconti; il regista, agli esordi, a sua volta proveniente da un milieu aristocratico con apprendistato europeo, lo vuole come interprete di Stanley Kowalski in “Un tram che si chiama desiderio”, dramma di Tennesse Williams; dopo qualche esitazione, il giovane attore si decide a mollare il lavoro in ufficio per buttarsi nella nuova carriera; nel frattempo lui e Flora si sposano e nasce la figlia Barbara.
I film girati da Marcello sono tanti, che parlare di tutti è impossibile; né essi furono sempre riusciti, come, ad esempio, nel 1958, una commedia dal titolo “ Un ettaro di cielo” diretto da tale Aglauco Casadio, sulla storia di un ambulante di Comacchio che vende oggetti bislacchi nelle fiere paesane. Pare che la sua capacità di lavoro fosse notevole, a onta della fama di “pigro” che lo seguiva, con un equivoco: poco amante di performance sportive o atletiche da esibire alla maniera di Gassman, e anche fortissimo fumatore, nella professione si destreggiava tra produzioni italiane ed estere, commedie e drammi, cinema e teatro (solo un’ apparizione televisiva nell’ultimo periodo).
Entrato nelle simpatie di Silvana Mangano (flirt giovanile), e di Sofia Loren, con cui formerà una coppia cinematografica leggendaria, per sempre sua grande amica, dunque amato dai produttori coniugi delle predette, Mastroianni inizia, a partire dagli anni cinquanta, una marcia trionfale mai terminata: egli non interromperà mai l’attività, non accuserà mai pause più o meno forzate o cadute di tono, non lamenterà depressioni e resterà in pista fino alla fine quando, ormai costretto alla sedia a rotelle per recitare, darà a malincuore forfait da “Le ultime lune”, di Furio Bordon, diretto da Giulio Bosetti.
Attore feticcio e alter ego di Federico Fellini per due decenni, dotato di una fisionomia nobile e tratti del viso tipicamente latini, il meraviglioso italiano lottò, dicono, contro l’etichetta di latin lover che gli avevano indelebilmente incollato, soprattutto all’estero. Se negli anni cinquanta il nostro si era distinto soprattutto in commedie brillanti, anche corali, dal 1960 scelse personaggi più tormentati come lo sposo innamorato ma sessualmente inerte de “Il bell’Antonio” diretto da Bolognini, il cialtroncello sfruttatore di un prostituta innamorata in “ Adua e le compagne”, regia di Antonio Pietrangeli, e naturalmente, il giornalista disincantato ma attratto dalla decadenza in “La dolce vita”, manifesto un poco torbido di una Roma imperiale, che attrarrà le produzioni americane chiamate “Hollywood sul Tevere”.
A suo agio nel recitare in inglese e francese, e in vari dialetti, o accenti italiani, dal napoletano al bolognese, dal veneto al siciliano, con quest’ultimo la sua espressione falsa e affettata girerà le galassie come marito in cerca di una soluzione per liberarsi della moglie, in quel “Divorzio all’italiana” di Pietro Germi, sontuosa modalità di pubblico ludibrio del nostro paese agli occhi del mondo.
Tutto tace per vent’anni nel ménage tra i coniugi Mastroianni finché, verso la fine degli anni sessanta, spuntano fotografie, posate e non rubate, di lui e Faye Dunaway, diva americana in ascesa, conosciuta sul set di “Amanti” (1968, regia di De Sica), forse convinta che sarebbe stato facile strapparlo alla moglie; e difficile non era, nella posizione di un attore, tra pratiche messicane e pseudo matrimoni magari da registrare in un secondo momento (come fece la Loren) quando, come era nell’aria, nel nostro paese fosse arrivata la legge sul divorzio, approvata nel 1970.
Marcello però non si decide, in nome di principi o di problemi economici o, anche, per tutelare la figlia Barbara; tuttavia, poco dopo, subentra la travolgente storia con Catherine Deneuve, con la nascita di Chiara, nel 1972, ma nemmeno in quel caso l’attore ritiene di divorziare, limitandosi a una separazione legale da Flora, la quale continuava periodicamente, di rado, a recitare.
Ormai divo di prima grandezza, sempre elegante e misurato, Mastroianni lavora senza posa; si segnalano una prova con Visconti, “Lo straniero” (1976, dal romanzo di Albert Camus, ambientato in Algeria, pellicola negletta dalla critica, ma di grande intensità, e “L’idolo della città” (1973, regista Yves Robert)., produzione francese, sulle singolari vicende di un attore di non eccelse fortune, a nostro avviso espressivi dei migliori personaggi della sua maturità professionale
Dopo una relazione con l’attrice svizzera Marthe Keller, spunta la timida e riservata Anna Maria Tatò, che affiancherà Mastroianni nel periodo dei film più ragionati e dolenti, come “Maccheroni”(1985), di Ettore Scola, coprotagonista Jack Lemmon, “Oci Ciornie” (1989), diretto da Nikita Sergeevič Michalkov con l’amica Mangano e la ex Keller, fino al capolavoro “ Sostiene Pereira”(1995), regia di Roberto Faenza (altra apparizione di Keller): un anziano giornalista di cronaca letteraria, vedovo e pingue, ritrova la voglia di vivere all’incontro con giovani rivoluzionari, nel Portogallo degli anni trenta.
Premi e riconoscimenti, per Marcello, non si contano, oltre le tre candidature all’Oscar. Anna Maria, secondo alcuni, interromperà una gravidanza, pur desiderandola, per non turbare l’equilibrio della loro storia semiclandestina.
Marcello era scettico sul futuro del cinema; parlava di sé come un esponente del segno zodiacale “bilancia”, eterno irresoluto ( sul punto, lo contestiamo affettuosamente). In politica, era considerato comunista, senza peraltro che tale schieramento fosse da lui esplicitato in discorsi; tuttavia per lui parlavano uno stile di vita sobrio e la presenza al picchetto d’onore ai funerali di Berlinguer.
Provato da un’esistenza intensa, dalle troppe sigarette, forte bevitore anche se mai pescato in stati di ebbrezza, Marcello finì i suoi giorni a Parigi, assistito da Chiara, incinta del primo figlio che lui non riuscì a vedere. A detta di Barbara, il papà era preoccupato che le sue ragazze si volessero bene; nel 2018 Barbara è scomparsa assistita affettuosamente da Chiara e questa è la risposta.
Con una certa sorpresa del pubblico e dell’ambiente del cinema, Mastroianni ricevette un funerale religioso (per lui ateo) nella laica capitale francese; una volta spostato il feretro in Italia, viceversa, il 22 dicembre fu organizzata una cerimonia solo civile, funerali di stato, alla presenza della ancora vedova ufficiale, Flora, di Sofia, di colleghi e autorità, in Campidoglio e, defilata, quella di Anna Maria Tatò, sua compagna da vent’ anni. Il divo riposa al Verano, accanto al fratello Ruggero, dove lo raggiungerà Flora nel 1999.
Questo era Marcello.
Carmen Gueye

