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Attori dimenticati – Amedeo Nazzari

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Le rassegne, i libri, i documenti e i filmati in rete, si effondono parlando di cinema e attori, di registi e sceneggiatori, di fotografi e scenografi, e certe figure vengono spesso riprese lungo i decenni, sempre utili a riempire un articolo per ricordare un’epoca. In questo scenario manca sempre una figura che è stata, essa sì, davvero manifesto epocale, ma dimenticata in fretta.

Amedeo Carlo Leone Buffa nacque a Cagliari il 10 dicembre 1907, da un imprenditore del settore alimentare; la madre aveva origini venete e, una volta attore, lui sceglierà come cognome d’arte quello materno, Nazzari appunto. Babbo lo lasciò orfano a sette anni (una tragica morte, soffocato da una lisca di pesce); la madre scelse di trasferirsi a Roma, dove aveva una sorella, con i tre figli (aveva anche due bambine con lo stesso nome, Noemi, in famiglia Nené e Nina). Mamma dovette andare a lavorare e i ragazzini finirono tutti in collegio, lui dai Salesiani, che non gli lasciarono un buon ricordo per il freddo intenso e il vitto scarso.

Dopo il liceo il giovane si iscrisse a ingegneria ma, nel frattempo, in recite scolastiche e amatoriali, aveva gustato il fascino della recitazione: mollò gli studi ed entrò in grandi compagnie, con Annibale Ninchi, Marta Abba, Luigi Pirandello, Tatiana Pavlova, riscuotendo un successo personale con molti lavori, come “Il mercante di Venezia” diretto da Max Reinhardt, molto sponsorizzato dalla celebre Elsa Merlini (1903/1983), poi diva del filone telefoni bianchi; in questo ambito pure Amedeo si cimentò, con film come “Scarpe grosse” (1940, regia Dino Scarponi), ispirato, come altri del periodo, alle gradevoli commedie ungheresi e “Dopo divorzieremo”(1940, regia di Nunzio Malasomma), con una teorica ambientazione statunitense. Alcune pellicole risultano scomparse.

Lineamenti virili, prestante, voce fonda e dizione perfetta, con una lontana eco sarda che manteneva per vezzo, una certa somiglianza con il collega americano Errol Flynn, all’esordio sul grande schermo con il film “Ginevra degli Almieri”(1935, regio Guido Brignone), Amedeo toppò e decise di tornare al teatro. Si trovava in cartellone a Siracusa quando gli arrivò una proposta, su spinta di Anna Magnani, cui non era sfuggita la sua presenza scenica, che insistette con l’allora marito, il regista Goffredo Alessandrini, per offrirgli un’altra opportunità. Amedeo rifiutò il provino, prendere o lasciare: lo presero.

Iniziò allora una carriera travolgente in film d’azione e propaganda, come “Cavalleria” e “Luciano Serra pilota”, diretto da Alessandrini, opere letterarie trasposte, vicende storiche, tra i quali spiccò “La cena delle beffe”(1942, regia Alessandro Blasetti, da un poema di Sem Benelli), rimasto famoso per alcuni motivi: la protagonista Clara Calamai si mostrava, fugacemente, a seno nudo; arrivarono il divieto ai minori di 16 anni ( che diminuiva gli incassi) e il biasimo della chiesa;  Amedeo pronunciava la famosa frase “E chi non beve con me peste lo colga”, con accento perfetto; ma Alberto Sordi, anni dopo, ne fece una parodia con pronuncia sarda e quella è rimasta nelle memorie.

Si dice che in quel periodo la vita mondana del bel Nazzari fosse fantasmagorica; per esempio, nelle notti brave distruggeva suppellettili nei locali, assicurando i proprietari “ ripago tutto”.

Durante la guerra l’attore, come molti, vivacchiò in attesa degli eventi, non disdegnando, ancora, qualche film propagandistico come “Harlem” del 1943, regia dell’infaticabile Carmine Gallone(1885/1973) e, quasi contemporaneamente, “Un giorno nella vita” diretto da Blasetti, storia di un gruppo di partigiani.

Nel dopoguerra occorreva riciclarsi e Nazzari si buttò nel melodramma rivisitato. Oggi si può guardare con ironia a quelle pellicole, definite “fotoromanzi su schermo” , molte con la greca Yvonne Sanson (la più famosa è “Catene”, 1949), dirette dall’inossidabile Raffaello Matarazzo. Si tratta, in generale, di opere poi rivalutate, dove troviamo per esempio un Vittorio Gassman in “Tradimento” (1951, regia di Riccardo Freda) ancora impregnato di espressioni e smorfie da vecchia guardia: mentre Nazzari coprotagonista, tutto sommato, non tradirà mai se stesso ( e mai venne doppiato).

Con “Il bandito”(1946), di Alberto Lattuada egli ottenne il Nastro d’Argento 1947 come miglior attore protagonista; lavorò con Pietro Germi, Luigi Zampa e Federico Fellini; con quest’ultimo, ne “Le notti di Cabiria”(1956) fa la propria caricatura da ex divo in declino, quale non era. Godibilissimo il suo ruolo ne “Il Gaucho” (1964, regia di Dino Risi) nella parte di un italiano divenuto ricco in Argentina, che accoglie una scalcinata troupe di attori connazionali venuti nella pampa a concorrere a un festival cinematografico, con una gioia da emigrato che non otterrà in cambio altrettanto affetto. Dall’Argentina arrivò una proposta di lavoro per Amedeo, per la parte di un criminale italiano, che egli rifiutò sdegnato.

Altrettanto piacevole è la sua interpretazione in un episodio di “Frenesia dell’estate” (1964, regia di Luigi Zampa”): un indossatore attempato molla la sua patronessa e amante per una ragazzina che lo condurrà quasi all’infarto coinvolgendolo in attività balneari. Nazzari, tuttavia, si dichiarò contrario a indulgere nella commedia all’italiana, ritenendolo un genere rozzo di cui non abusare.

Nel frattempo Amedeo, da incallito scapolo, si era convertito al matrimonio, sposando, nel 1957, l’attrice italo/greca Irene Genna. L’anno dopo nacque Maria Evelina, divenuta a sua volta attrice teatrale col nome di Evelina Nazzari, dopo alcune prove al cinema (“Le vacanze intelligenti” con Alberto Sordi, 1978), lavori televisivi da conduttrice (“Teen” 1976) e interprete (“L’eredità della priora” 1980, “Cyrano de Bergerac 1982”).

La ragazza fu ben sostenuta dai genitori nel lancio della sua carriera, anche se lamentava, al tempo, un’educazione troppo severa, che tradiva, in realtà, il loro timore di vederla sprofondare in brutte situazioni, come tanti giovani di allora e figli di colleghi.

Evelina dunque ci racconta che il padre, da un certo momento in poi, lavorava meno perché refrattario alle pubbliche relazioni, ritenendo di essere ben noto a chi avesse voluto ingaggiarlo. Narra la leggenda ( siamo scettici) che, famoso anche negli USA, era stato scelto come partner di Marilyn Monroe per “Facciamo l’amore”, regia di George Cukor; ma, perfezionista, non sentendosi sicuro nella lingua e nei (pochi) passi di ballo previsti, avesse rinunciato. La parte andrà a Yves Montand, che in inglese era scarso, ma in compenso avrà un flirt con la Monroe. Va anche riportata una certa fama di carattere indocile dell’attore, che discuteva spesso con i registi. Infine Amedeo lavorerà in televisione; lo ricordiamo nella sua ultima apparizione, in una puntata de “L’Ispettore Derrick”.

Evelina non ha negato l’inclinazione allo sperpero del papà che, unita a una natura generosa, a suo dire portò a difficoltà economiche, nonostante i guadagni stratosferici e il possesso di una villa rimasta nota come quella “dei 14 bagni”.

Amedeo, a causa di un’insufficienza renale, dovette sottoporsi alla dialisi. Le sue condizioni precipitarono; fece in tempo a ricevere, nel 1979, un David di Donatello alla carriera, per spegnersi il 7 novembre dello stesso anno. La moglie lo seguirà nel 1986.

Evelina ha proseguito calcando le tavole del palcoscenico. Incinta quando il padre se ne andò, ebbe Leonardo dal primo marito, l’attore e regista Pino Micol. Leonardo, ragazzo bellissimo e fragile, si è tolto la vita nel 2006; mamma Evelina da allora mette in guardia dall’abuso di droghe leggere nell’adolescenza. Ciò che appunto temeva il suo rigoroso ma dolcissimo papà.

Carmen Gueye

carmengueye
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Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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