Perché Assassinio sull’Orient Express di Agatha Christie è molto più di un giallo

Perché Assassinio sull’Orient Express di Agatha Christie è molto più di un giallo: un romanzo che racconta gli anni Trenta e l’animo umano.

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C’è a volte un modo riduttivo di leggere Agatha Christie: considerarla esclusivamente una scrittrice di intrattenimento, elegante e rassicurante, perfetta per il tempo libero ma priva di reale profondità. È un approccio comodo, ma fuorviante. Christie è un’autrice che funziona su più livelliAssassinio sull’Orient Express è forse il romanzo che meglio permette di coglierli tutti, purché lo si legga con attenzione.

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Il primo livello è quello più evidente ed è anche quello da cui non si può prescindere: Assassinio sull’Orient Express è un giallo perfetto. La costruzione dell’enigma è impeccabile, la distribuzione degli indizi rigorosa, la soluzione sorprendente ma logicamente ineccepibile. Non è un caso che questo romanzo sia diventato un modello per il genere, imitato e studiato ancora oggi. Christie dimostra una padronanza assoluta delle regole del giallo classico e, allo stesso tempo, la capacità di piegarle senza romperle. Leggerla, dunque, significa innanzitutto leggere un’eccellente scrittrice di gialli.

Ma fermarsi qui sarebbe limitante. Il secondo livello di lettura — ben più sostanzioso — riguarda lo sguardo sulla società degli anni Trenta. L’ambientazione sull’Orient Express non è una semplice scelta scenografica: il treno diventa il simbolo di un’Europa che si immagina moderna, cosmopolita, elegante, unita dal progresso tecnico e dal lusso. È un microcosmo chiuso in cui convivono aristocratici decaduti, borghesi disciplinati, servitori fedeli, funzionari imperiali, americani pragmatici. Christie offre uno spaccato estremamente lucido dell’Europa interbellica, delle sue gerarchie sociali, dei suoi stereotipi nazionali, delle sue illusioni di stabilità.

Attraverso i passeggeri, l’autrice mette in scena un continente attraversato da tensioni profonde: il confronto tra Vecchio e Nuovo Mondo, il peso della memoria contro l’efficienza moderna, l’onore contro il denaro, la tradizione contro la velocità. Persino l’uso degli stereotipi nazionali non è ingenuo: Christie li adopera come categorie mentali dell’epoca, mostrando come i popoli si percepivano e si giudicavano reciprocamente. In questo senso, il romanzo è anche un documento culturale, capace di raccontare un’Europa che viaggia sicura di sé, ma che sta inconsapevolmente andando incontro al collasso.

È però il terzo livello quello che rende Assassinio sull’Orient Express un romanzo davvero significativo: la riflessione sull’animo umano e, in particolare, sulla figura dell’investigatore. Quando il caso viene svelato, Poirot comprende che su quel treno non si è consumato un semplice omicidio. L’assassino non è uno solo: sono dodici persone, unite da una ferita comune, dalla distruzione della famiglia Armstrong e dal fallimento della giustizia ufficiale. Il delitto nasce da un dolore condiviso e da una richiesta di giustizia rimasta inascoltata.

A questo punto il romanzo compie il suo scarto decisivo. Poirot, simbolo della razionalità e dell’ordine, si trova di fronte a una scelta che non è più solo investigativa, ma profondamente morale. Potrebbe consegnare i colpevoli alla legge, ma capisce che applicare rigidamente il diritto significherebbe ignorare la dimensione umana della vicenda. Decide allora di offrire una versione alternativa dei fatti, proteggendo i responsabili. Non è un gesto di cinismo, né un tradimento del suo ruolo: è la presa d’atto che la giustizia non sempre coincide con la legge.

In questo momento Poirot smette di essere soltanto il “classico uomo di legge” e diventa un uomo tra altri uomini. Prova empatia, compassione, comprensione. Christie non fornisce una risposta definitiva né indica una soluzione moralmente corretta: lascia il lettore in una zona grigia, disturbante, in cui razionalità ed emozione, colpa e giustizia, si intrecciano senza sciogliersi del tutto. È questa ambiguità a rendere il romanzo così moderno e così profondamente umano.

Ecco perché Assassinio sull’Orient Express va letto su più piani: per il piacere del giallo perfetto, per lo sguardo lucido sulla società degli anni Trenta, ma soprattutto per la sua capacità di interrogare l’animo umano e il ruolo dell’investigatore. Al di là dell’enigma e della vicenda, è la scelta finale di Poirot a dare al romanzo il suo peso più profondo, trasformandolo in un’opera psicologica e morale, oltre che narrativa.

francescamasin
francescamasin
Insegnante di Lettere e - per deformazione professionale - correttrice di bozze, inoltre qualche volta scrivo.

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