Il prezzo dei carburanti rallenta appena, ma per chi vive di strada il sollievo non si vede. Secondo l’Unione Nazionale Consumatori, nonostante il crollo del petrolio registrato sui mercati, il calo ai distributori resta minimo: nella rete nazionale il gasolio è sceso da 2,124 a 2,122 euro al litro e la benzina da 1,769 a 1,763. Una riduzione giudicata insufficiente dall’associazione, che parla apertamente di ribassi “col contagocce” e di una dinamica ormai nota, con i prezzi che salgono in fretta e scendono con estrema lentezza.
Il dato che pesa di più è quello del diesel, ancora sopra quota 2,1 euro quasi ovunque. Sempre secondo l’Unione Consumatori, il prezzo più alto si registra in autostrada con 2,146 euro al litro, seguito da Bolzano a 2,133 e dal Friuli Venezia Giulia a 2,131. Trento si colloca a 2,122 euro al litro per il gasolio self e a 1,768 per la benzina. Sotto la soglia dei 2,1 euro per il diesel, tra le regioni ordinarie, scendono solo Lazio e Marche.
Se per gli automobilisti il problema è evidente, per l’autotrasporto rischia di diventare insostenibile. La CGIA segnala che il fermo annunciato dal settore è soltanto l’ultimo segnale di una crisi più profonda: se il diesel dovesse restare sopra i 2 euro al litro fino a fine 2026, una impresa su cinque potrebbe chiudere. In termini assoluti, su oltre 67 mila aziende dell’autotrasporto attive in Italia, più di 13 mila sarebbero a rischio entro la fine dell’anno.
La ragione non sta soltanto nel prezzo alla pompa, ma nella struttura economica del settore. La CGIA ricorda che il gasolio pesa per circa il 30% dei costi operativi di un’impresa di trasporto e che molti operatori lavorano con tariffe fissate mesi prima. Quando il carburante aumenta, il rincaro non viene assorbito dal mercato ma resta in capo al vettore. Con un diesel medio a 2,135 euro al litro, fare il pieno a un mezzo pesante costa oggi circa 1.067 euro. Su base annua, per un Tir il maggiore esborso rispetto al 2025 potrebbe sfiorare i 17.500 euro.
C’è poi il problema della liquidità. Il carburante va pagato subito, mentre i corrispettivi per i trasporti arrivano spesso a 60, 90 o addirittura 120 giorni. È questo, secondo la CGIA, il vero collo di bottiglia: molte aziende non si fermano perché manca il lavoro, ma perché manca il denaro per riempire i serbatoi. A complicare il quadro ci sarebbero anche le difficoltà nell’applicazione del fuel surcharge, il supplemento che dovrebbe adeguare le tariffe alle oscillazioni del gasolio, e gli effetti del taglio delle accise, definito dalla stessa associazione un possibile boomerang per una parte degli autotrasportatori.
Nel lungo periodo, il settore arriva a questa fase già indebolito. Negli ultimi dieci anni, rileva ancora la CGIA, le imprese attive nell’autotrasporto in Italia sono scese da 86.590 a 67.349, con una contrazione del 22,2%. In questo quadro il Trentino-Alto Adige rappresenta un’eccezione, perché è indicato come l’unica regione con saldo positivo, pari a +12,1%. Un dato che non elimina le tensioni attuali, ma segnala una tenuta relativa del comparto sul territorio.
Il punto politico e sociale, a questo livello, è semplice. Se il diesel continua a restare così alto e a scendere di pochi decimali alla volta, la pressione si scarica a valle su tutti: famiglie, imprese, logistica, prezzi finali.

