Trump minaccia il ritiro delle truppe Usa dall’Italia: forse è una buona notizia

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Donald Trump, con il suo consueto garbo diplomatico, ha aperto all’ipotesi di ritirare truppe americane da Italia e Spagna. Alla domanda dei giornalisti, il presidente americano ha risposto: “Probabile”, aggiungendo che “l’Italia non ci ha aiutato” e che “la Spagna è stata orribile”. Non è la prima volta che il Presidente USA esce fuori con simili dichiarazioni.

Eppure, per una volta, quella che viene presentata come una minaccia potrebbe suonare anche come una buona notizia.

Dopo più di settant’anni di “protezione fraterna”, gli Stati Uniti potrebbero forse decidere di farci il regalo più inatteso: riprendersi tutte o almeno una parte dei loro soldati. E noi italiani, invece di reagire con il panico di chi teme di perdere il “tutore”, potremmo perfino iniziare a ragionare su che cosa significhi davvero avere sul proprio territorio una presenza militare straniera così radicata da così tanti anni.

Non è questione di antiamericanismo da salotto. È questione di sovranità.

Aviano, Vicenza, Sigonella, Napoli, Gaeta, Livorno: la presenza militare americana in Italia non è un dettaglio logistico. È una struttura strategica. L’Italia è da decenni una piattaforma fondamentale per la proiezione statunitense nel Mediterraneo, verso il Nord Africa, il Medio Oriente, le rotte energetiche e il fianco sud della Nato. Chiamarla semplicemente “protezione” è quantomeno riduttivo.

I difensori a oltranza della presenza americana si strapperanno le vesti: “Ma chi ci difenderà?”. Domanda legittima. Ma da chi, esattamente? Da un’invasione slovena? Da un attacco a sorpresa della Croazia? Da un blitz svizzero dalle Alpi, semmai con occupazione dei Navigli? Tanto per la cronaca, ai nostri confini non si intravedono orde pronte a calare su Roma: l’Italia è circondata, via terra, da Paesi neutrali o membri della Nato. E se proprio qualcuno dovesse arrivare fin sotto le mura vaticane, oggi troverebbe persino un Papa nato negli Stati Uniti: dettaglio che renderebbe ancora più surreale l’idea di un’America pronta ad abbandonare davvero Roma al proprio destino.

La realtà è più semplice e più scomoda: quelle basi non esistono soltanto per proteggere noi. Esistono soprattutto perché servono agli Stati Uniti. Servono alla loro strategia globale, alla loro capacità di intervento, alla loro influenza sul Mediterraneo. L’Italia, in cambio, ha ottenuto per decenni il privilegio di spendere meno in difesa e di sentirsi “protetta”. Ma ogni protezione ha un prezzo. E quel prezzo, spesso, si chiama dipendenza.

Per questo le parole di Trump, più che una catastrofe, aprono un varco politico. Se davvero Washington decidesse di ridurre la propria presenza militare in Italia, il problema non sarebbe soltanto quanti soldati americani partono. Il problema sarebbe cosa vogliamo diventare noi.

Un Paese adulto, capace di investire seriamente in difesa, marina, intelligence, sicurezza energetica e politica estera? Oppure una comoda retrovia atlantica, pronta a invocare la sovranità quando si parla di Bruxelles ma molto meno quando si parla di Washington?

Certo, ci sarebbero costi. Le basi americane generano lavoro, indotto, rapporti economici locali. Una loro riduzione avrebbe effetti concreti nei territori coinvolti. Inoltre, senza l’ombrello americano, l’Italia dovrebbe assumersi responsabilità che oggi spesso preferisce delegare. Più autonomia significa anche più spesa, più strategia, più capacità decisionale.

Ma è proprio questo il punto. Crescere significa smettere di vivere sotto l’ombrello di qualcun altro.

Trump, forse senza volerlo, ha rotto un tabù. Ha detto ad alta voce ciò che in Italia si preferisce non discutere mai fino in fondo: la nostra collocazione internazionale non è fatta solo di dichiarazioni solenni, ma anche di basi, comandi, servitù militari e margini reali di decisione politica.

Che Trump stia bluffando o meno, il tema ormai è sul tavolo. E sarebbe un errore liquidarlo con la solita alternativa infantile tra fedeltà atlantica cieca e antiamericanismo ideologico.

Purtroppo, naturalmente, non accadrà nulla. Trump lancia la provocazione, l’apparato statunitense la riassorbe, l’Italia finge di indignarsi e tutto torna come prima. Ma anche questo direbbe molto: non solo sulla forza degli Stati Uniti, ma sulla nostra abitudine alla subordinazione.

M.S.

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Voci diverse, radici comuni: autori e pensieri che hanno contribuito a Secolo Trentino

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