Populismo: le sue fortune e i suoi limiti

0
658

Alcune osservazioni di Guido La Barbera sul populismo in Lotta Comunista meritano una seria riflessione.
L’analisi parte da lontano,  addirittura dal dopoguerra. Giungendo ad oggi l’autore cita la tesi di Sabino Cassese in Territori e potere “secondo il quale ci sarebbero 2.000 regimi regolatori globali e più di 200 tra corti o corpi quasi giudiziari sovranazionalisti”, subito prima d’introdurre due punti fondamentali. E cioè: “Per un lungo tratto la globalizzazione ha significato anche cessione e condivisione della sovranità sino al mito di un mondo piatto o della fine della Storia”. Per poi far notare l’emergere della crisi ideologica della globalizzazione: “Le nuove minacce globali spingono di nuovo i dispositivi bellici e la forza degli Stati al centro della scena, come strumento nella contesa, ma ciò non può essere un mero ritorno alla sovranità degli Stati-nazione: la loro salvezza è irrimediabilmente insufficiente alle nuove sfide che proprio lo storico allargamento del mercato globale ha generato. Semmai, il rebus della sovranità è da sciogliere al nuovo livello degli Stati-continente”.

Il populismo inevitabile
Eccoci perfettamente d’accordo davanti ad una stringente verità oggettiva, di fronte alla quale ci poniamo emotivamente ed ideologicamente in modo differente, considerando i leninisti il processo in atto come quello dell’avvento dell’imperialismo europeo e i nazional-rivoluzionari (se ne resta ancora qualcuno) intravedendovi una promessa della storia sulla quale intervenire per il compimento di un destino millenario di cui si è formata coscienza ideologica negli ultimi due secoli.
Anche il seguito dell’analisi, per quanto sia strettamente marxista e perciò riduttivista, merita riflessione. L’autore individua la pulsione securitaria e populista nelle inquietudini della famiglia multireddito e della borghesia proprietaria che in Italia vanta la massima percentuale mondiale (“Si tratta di un tasso di proprietà immobiliare più alto che altrove, e anche del livello elevato dei patrimoni in assoluto, tra i più consistenti in Europa e perciò nel mondo”). Il tutto sposato con l’angoscia dell’inverno demografico, sul quale siamo ancora in prima linea (“Pesa una crisi demografica più profonda che altrove, e in rapido avvitamento”).
Questo comporta l’avvento di “ideologie securitarie e questione fiscale, sui due fronti dei flussi di spesa di welfare per il ceto medio e promesse di tax cut”.
Insomma al populismo, declinato in varie forme, fino a insinuarsi nel Pd, nell’immediato non si sfugge.

Il populismo italiano e parolaio
Il dilemma sorge sulle prospettive di questo populismo che resta tribunizio e parolaio. Il problema sono i nodi in cui ci s’impiglia inesorabilmente. “Si restringono i margini della spesa pubblica e le questioni demografiche e migratorie si rivelano tendenze di lungo periodo, refrattarie a soluzioni superficiali ma al contempo facili ad essere impugnate nella concorrenza demagogica”. E qui tutt’è detto, sia pure da un punto di vista internazionalista, ovvero contrapposto alla mia visuale. Perché, ammesso e non concesso che si possa venire accapo della questione demografico-migratoria, non solo servono azioni ad amplissimo raggio ma per ribaltare la curva della natalità sono necessarie non meno di due generazioni, ovvero bisogna declinare una politica che si ponga come obiettivo di centrare un risultato serio tra 38 anni nel caso più felice*.
A questo si aggiunge un altro fattore di squilibrio nazionale: “Si tratta della storica cesura tra Nord e Sud; della dipendenza dalla spesa pubblica per gli strati del parassitismo, nel Meridione ma non solo; dell’insofferenza fiscale della piccola borghesia settentrionale”. E qui si nota la polarizzazione tra 5 Stelle e Lega.
In chiusura La Barbera non ravvede nessun erede possibile ai ruoli di sintesi trasformista di Dc e Pci, con eccezione del ruolo della Chiesa e conclude: “Solo il vincolo europeo potrà contenere la nuova oscillazione italiana”.
Questo non è dato sapere ma partirei da queste osservazioni per invitare i vari populisti sparsi ad abbandonare il qualunquismo di cui si sono sovente nutriti e il superficialismo dei trionfi facili per adeguarsi al compito storico che li ha investiti e nei confronti del quale si stanno rivelando purtroppo inadeguati.

Il populismo delle destre estreme
Il populismo militante, che si presenti alle elezioni (CasaPound, Fiamma, Forza Nuova) o che con il Palazzo sia dialettico ed esterno (Lealtà Azione, Progetto Nazionale) ha l’occasione storica per assumere due compiti. Il primo è  di seppellire il sovranismo provinciale in retromarcia che non consente nessuna sintesi o soluzione per il futuro ed è funzionale all’imperialismo finanziario Wasp, il secondo è di costruire la società dal basso, con le autonomie attive e la riscoperta delle realtà corporative; un doppio compito vitale che non potrà però essere assunto se non si abbandonano le suggestioni economiciste e bottegaie di cui si è nutrita l’ideologia delle estreme destre in questi ultimi anni e se non ci si libera della zavorra emotiva dei trionfalismi a buon mercato che non hanno altro effetto che quello di pillole da discoteca.

Il populismo di massa
Il populismo da governo (Fratelli d’Italia, Lega e spezzoni FI) ha l’occasione storica per avviare un processo di costruzione, di riflessione, di analisi e di coinvolgimenti che possa declinare una linea politica costruttiva per avviare il processo di rinascita, assumendo la capacità di capitalizzare le specificità italiane e di farne perno per un sovranismo europeo e confederato negli equilibri internazionali emergenti.
Si tratta di ascoltare le categorie economiche e sociali emergenti, di assumere capacità strategiche e diplomatiche e di vitalizzare quello che più è necessario a chi vuole incidere realmente: il sistema dei Think Tank.

I Cinque Stelle
Non ho citato volutamente il terzo populismo, quello dei Cinque Stelle, perché esso è guidato da una centralità democratica che non consente aperture reali, perché fa capo a centrali spirituali e culturali abbastanza inquietanti e perché ha una strategia precisa che va nella direzione della trasformazione antropologica dell’umanità e della democrazia e non vi è alcun dubbio che non ci sia niente da condividere su quella strada. Oltretutto si tratta dell’unico soggetto politico di oggi che sia strutturato e munito di una strategia e, quindi, di quello più attrezzato per vincere il confronto con gli altri.
Il populismo deve abbandonare al più presto il qualunquismo, il superficialismo e le suggestioni di regressione storica proprio per non consentire al sovversivismo del terzo millennio di usarlo, masticarlo ed evacuarlo come è rischio che accada.

* 38 anni perché sono calcolati i tempi di concezione, parto e crescita per raggiungere l’età adulta (1 anno + 18) che consente di ricreare una forza produttiva e militare autoctona sufficiente tenuto conto che il nostro indice di natalità è piuttosto quello di mortalità. Una mortalità che mascheriamo soltanto con il grande invecchiamento ma, quando ci soffermiamo a osservare la fascia vitale, essa tradisce percentuali da genocidio. Ci vuole un grande ottimismo, al limite dell’utopia, per sperare di rovesciare il dato in due generazioni di diciottenni, Più plausibile – benché comunque arduo – calcolare che di anni ne serviranno più di cinquanta. Quindi tutti i catastrofisti, gli inquieti e i disperati si rassegnino: dell’impresa non beneficeremo noi, essa vale per chi ha amor di stirpe, gli individualisti borghesi e i bottegai preoccupati sono già fuori gioco. A nulla servirà ululare alla luna. Di questo i politici alla testa delle forze populiste devono tener conto perché se ululano anche loro anziché agire in profondità saranno complici oggettivi del genocidio  con responsabilità non minori dei boldriniani.