Politica di destra? Metti l’uomo al centro

E’ uscito di recente un articolo di Marco Tarchi, in cui l’intellettuale toscano bacchettava la destra, alla luce delle recenti disavventure elettorali. Premetto che Tarchi, pur non appartenendo per certo alla mia parrocchia, è un pensatore mai banale e, spesso, estremamente lucido: il che lo ha reso in più occasioni un grillo parlante inascoltato. Quel che ha scritto, peraltro, altro non è che la sintesi brillante di quel che vanno dicendo e scrivendo da tempo immemorabile le migliori teste pensanti della galassia destrogira, che di questi tempi, ha preso la forma di nebulosa.

Il concetto è elementare, se ci pensate: Gramsci aveva ragione e Tremonti torto. Beh, detta così, sembra un’ovvietà, tuttavia credo che la boutade meriti una chiosa. Gramsci, con tutto che era dalla parte dei sanguinari comunisti dell’era staliniana, aveva capito che la cultura è l’arma rivoluzionaria principale e che l’indifferenza è il peggiore dei mali.

Capito bene? Cultura e indifferenza. Oggi, che la destra pare aver dimenticato di essere nata da nobilissime radici culturali e che pratica l’indifferenza come stile di vita, direi che la lezione gramsciana appare quanto mai attuale. In compenso, Tremonti, autentico guru filosofico-economico del centrodestra, se n’è uscito, tempo fa, con il simpatico ritornello: con la cultura non si mangia. Mi pare che le posizioni siano chiare.

Capisco di vivere in un sistema in cui tutto pare ruotare intorno all’economia e in cui qualunque parametro che non sia legato al PIL, alla spesa corrente o ai grandi problemi macroeconomici planetari, sembri, in fondo, un ghiribizzo intellettuale, ma davvero il mondo che vogliamo è questo? Spersonalizzato, microchippato, con gli adolescenti chiusi ognuno nella sua bolla telematica e con gli anziani smaltiti come ferrivecchi? Il mondo di Tremonti?

Dunque, il problema travalica i confini del pur bell’articolo di Tarchi: il problema, insomma, non è solo analizzare la debolezza intrinseca della destra di fronte alla penetrazione culturale della sinistra e neppure quello della, ormai quasi ottantennale, egemonia degli eredi del comunismo nella gestione del potere intellettuale, editoriale, giornalistico. Il problema è cosa significhi, oggi, voler migliorare la società, per un uomo di destra: come possa un uomo di destra contrastare questa, apparentemente irresistibile, avanzata del conformismo culturale, fatto di miserabili finzioni, di inverosimili operazioni chirurgiche sulla realtà, di censura del linguaggio e delle idee.

In definitiva, come invertire il processo che porta la nostra civiltà all’autodistruzione. Lo so che suona un tantino drammatico: eppure è così. E la risposta sta nell’espandere all’infinito quell’elementare concetto originario di cultura: la cultura come profondità, come educazione, come affinamento della capacità di giudizio.

E questa è l’idea più di destra, tra tutte le idee di destra: l’uomo al centro dell’azione politica e l’umanità come strumento dell’azione politica. O, almeno, così dovrebbe essere: tutto il resto, giustizia sociale, tolleranza, equilibrio, deriva di lì.

E’ questa la sfida. Altro che vincere o perdere a Milano o a Trieste…

Marco Cimmino