Musica di Genova e misteri italiani – Luigi Tenco

Terza parte QUI la seconda

Tutti saranno informati sulle miriadi di polemiche sulla morte di Tenco, il suicidio che non convince, il biglietto, e chi c’era o non c’era nei paraggi. Vi riassumiamo quello su cui, a nostro modesto avviso, c’è da riflettere, per evitare di farsi lavare la testa, su questo come su molto altro. Come sempre, faremo il minor numero di nomi possibile.

Non c’è accordo sull’ora in cui Dalida, da lui mollata al ristorante con il team, per sgommare verso ignoti lidi e farsi ritrovare steso nella camera 219, abbia ricevuto la telefonata che la allarmava su “un malore” del partner, né sulle prime parole pronunciate dalla star: ne potrete ascoltare tante, ma nessuno può ormai più saperlo offrendovi un riscontro valido. La stanza era ubicata nella dépendance dell’hotel Savoy e si poteva accedervi abbastanza indisturbati. Se la Giulia Coupé fosse o meno “schiaffata” di sabbia non si può azzardare molto, avendo a disposizione solo una foto della vettura, sparita insieme alla famosa pistola Walther Ppk 7.65 nel cruscotto. A proposito. Perché egli chiese a Paolo Dossena di guidargliela da Roma, mentre lui arrivava a Sanremo da altrove, senza dirgli che c’era dentro l’arma? Il malcapitato amico ha dichiarato di aver incontrato , verso Grosseto, un posto di blocco che per poco non gli faceva il paiolo.

Ancora oggi non sappiamo chi trovò il corpo: Dalida stessa, Lucio Dalla (vicino di stanza) o chi altri? Lucio ha parlato ben poco, e si è sostanzialmente portato nella tomba ciò che sapeva: ma le dicerie e i commenti in rete sono feroci e salaci. Ci dissociamo, ma non possiamo evitare la figura del questore Arrigo Molinari.

Il valente superpoliziotto, allora commissario, calabrese nato nel 1932, quando i giornalisti o criminologi ne parlano, riesce a panicare ancora tutti: non sanno mai se dirne bene o male. Piduista, impicciato con Gladio, ma pure nella lotta contro il cosiddetto “signoraggio”, esperto di servizi segreti, soprattutto in collaborazione con la Francia, titolare di teorie personalissime su tutto, per esempio la morte di Calvi: e qui si parla di Argentina, un paese che alla fine rientra da tutte le finestre di questa vicenda.

Quali le accuse al questore? Un po’ di tutto: fece spostare il cadavere e lo riportò in camera a beneficio dei fotografi, avvisò prima l’ANSA del magistrato, mestò nella scena del crimine. Peccato che gli esimi commentatori non si mettano d’accordo nemmeno su questo. A volte Arrigo viene chiamato a casa, a volte in pizzeria, altre è in questura. Il cadavere fu fotografato con i piedi sotto il letto e la pistola sotto le natiche, nessuna traccia di sangue intorno. Nei pressi, una bottiglia vuota di grappa di pere (stiamo sempre alla vulgata).

Ci ricordiamo dell’alto dirigente, che abbiamo conosciuto in gioventù, uomo galante ma implacabile, che sibilava frasi importanti da cogliere, per chi fosse stato meno ingenuo. Non crediamo non sapesse quel che faceva. Per coincidenza, nel 2004 dichiara a Paolo Bonolis che quello di Tenco fu un “omicidio di gruppo” e l’anno dopo viene ucciso dal suo cameriere, ma ai complottisti piace pensare che sapesse troppe cose sui dirty affair bancari e stava per denunciarli.

E sempre a costoro piace alambiccare sul tour di Luigi, in Argentina, dovuto all’ammirazione di musicisti locali che lo avrebbero fatto adorare dalle folle; ebbene, si dice che lo si fosse usato, a sua insaputa, come spia e per questo in seguito soppresso; no, erano i marsigliesi, rappresentati da Lucien Morisse, ex marito di Dalida che, ancora geloso, non sopportava la concorrenza del nuovo fidanzato E che dire della star? Donna potente e fintamente fragile, che la sapeva lunga, era sgattaiolata dalla cena nel cuore della notte e poi…aveva trovato “casualmente” morto il compagno tale solo per i media, che non le serviva più: ma quanto riesce ad inventarne, chi deve fare lo scoop a tutti i costi?

Le armi: in effetti Luigi ne possedeva più d’una. La Walter Ppk 7,65 non era la pistola che sparò, forse: perché nel 1967 non venne effettuata l’autopsia. Quella ordinata alla prima riapertura del caso, sollecitata nel 2002, avrebbe rinvenuto il foro d’uscita, e si dice, prove di contusioni; peraltro il corpo sarebbe stato trovato intatto “solo un po’ smagrito”. Valentino Tenco, a “Telefono Giallo”, dichiarò a suo tempo di averla ricevuta vent’anni dopo e di averla trovata “come nuova”. Si è parlato di una Beretta e/o di una calibro 22, ma niente è accertato.

Veniamo al famoso biglietto trovato vicino al corpo (però non attestato da testimoni, spuntato dopo). Il testo : “Ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi”.

Le ipotesi proposte sono diverse: la scrittura è troppo tranquilla rispetto allo stato parossistico in cui il cantante era stato visto l’ultima volta, quindi non l’ha scritto lui; sì, lui l’ha scritto, ma la firma non sembra la sua; sì, è tutta farina del suo sacco, ma era parte di un comunicato più ampio; non era un messaggio di addio alla vita, al massimo un calcio alla ribalta.

Tutto ciò rimanda alla vicenda di Curt Cobain, poiché anche il leader dei Nirvana avrebbe lasciata una lettera incongrua.

Premettiamo subito che Orietta Berti, chiamata spesso in causa, ha affermato di aver scambiato gentilezze col defunto collega durante il festival e di non credere al suicidio, ma di essere stata addirittura censurata quando, in passato, aveva provato a dirlo.

E’ invece curioso che nessuno si fili mai il riferimento a “La Rivoluzione”, eseguita da Gianni Pettenati in coppia con l’allora famoso angloamericano Gene Pitney, coautore del pezzo oggi spregiato come un’insulsa marcetta finto pacifista. Fosse pure, non ci perdiamo in discorsi de gustibus, ma perché il piacentino Gianni non si è mai sentito, o non è mai stato, coinvolto nella querelle? Per inciso, si legge che questo artista, pur continuando a lavorare nel ramo, anche come scrittore e critico, pare viva col sussidio “legge Bacchelli”, concessogli due anni fa per meriti verso la patria (da WIKI).

Se fu Luigi a scrivere, traspare una leggera mania di persecuzione verso la società, l’ambiente, i compatrioti, ce n’è per tutti; nel caso ventilato da Molinari, non il solo, il testo potrebbe essere frutto di un lavoro collettivo, eseguito in precedenza per annunciare comunque un allontanamento dalle scene, ritagliandosi il ruolo dietro le quinte: dove si può creare, senza dover passare per manifestazioni e salamelecchi. Ma spontaneo o imposto?

Pare appurato che Dalida non avesse preso l’eliminazione sul tragico e contasse sulle vendite, da professionista navigata qual era: per questo avrebbe lasciato andare Luigi fermandosi al ristorante senza apparenti patemi, a detta di chi la accompagnava.

Veniamo allora alla love story tra i due. Nel 1992 Valentino Tenco ebbe la bella idea di rendere pubblica la corrispondenza tra il fratello/astro alla fidanzata vera, denominata Valeria. In realtà si legge ciò che avrebbe scritto lui a lei, ovvero invettive contro persecutori e nemici (da vulgata, aveva lamentato minacce di morte poco prima del festival) e un’implicita richiesta di perdono per essersi piegato a recitare la parte di amante della diva, definita, tra le altre piacevolezze, “ignorante”.

Lasciamo dunque spazio alle repliche del fratello e manager di lei, Orlando Gigliotti, che, riassumendo, andò su tutte le furie.

In sintesi Gigliotti affermò, con eleganti parole di fuoco, che sua sorella era stata una persona di grande spessore umano e artistico e non aveva certo bisogno di un cantautorello di provincia, che per lei avrebbe rappresentato solo un peso, non fosse che i due erano innamorati, stavano insieme da tempo e gli intimi (come la cugina Rosa) sapevano del loro prossimo matrimonio; definisce la fantasmatica Valeria “l’arlesiana”, colei che nessuno mai vide, dubita della sua esistenza e anche della telefonata che Tenco le avrebbe fatto prima di morire.

In effetti con i tempi non ci stiamo, ma la valutazione dipende anche dai tabulati: esistenti, ricordiamolo, ma non certo mostrati a noi. Potremmo confrontare solo in base a quelli che ci vengono riferiti da chi ha letto alcuni atti, ma è tutto da soppesare col bilancino.

Quando Iolanda/Dalida diede l’addio al mondo, nel 1987, era probabilmente molto stanca di tante cose. Far notare che tre suoi compagni si sono suicidati e voler indicare in ciò l’indizio di un’azione malavitosa surrettizia alla sua carriera è infamante, mentre ridicolo è pensare che l’ex marito Morisse stesse a caccia del rivale: era un grande manager musicale e si occupava di molti artisti.

Ve lo dobbiamo dire, speravamo di non sentire più discorsi su servizi segreti, marsigliesi, SIFAR, e via dicendo, ma non ci contavamo: quello che però non si può sopportare è che si sia riusciti a ficcare, anche in questo pastiche, la banda della Magliana.

Vero è invece che la riapertura delle indagini arriva dopo lo strano omicidio di Arrigo Molinari e che egli, da buon poliziotto old style, si è portato nella tomba segreti che nessun detective rivelerebbe, nemmeno a se stesso.

Cosa è accaduto quella sera? C’è di mezzo qualche “amicizia pericolosa”? La minacciata rivelazione di “combine”? Oppure Luigi ebbe un malore e si volevano evitare scandali con dentro la parola ”droga”?

Il giovane, che un po’ ci richiama Rino Gaetano, non sembra poter essere stato esente da forme di depressione ma, e lo ipotizziamo con grande rispetto, essa doveva avere radici antiche, risalenti all’infanzia; prendere sostanze e stordirsi con l’alcol non è mai una soluzione, ma l’Italia non era, almeno allora, come gli USA; lo star system non era protetto e forse Luigi Tenco è caduto senza rete.

La famiglia, ciò che ne resta, è paga dell’archiviazione e non desidera disturbi. Luigi, a nostro avviso, neppure. Vedrai vedrai, Luigi, passerà…

Carmen Gueye