martedì, Febbraio 10, 2026
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Il conte Filippo Giordano delle Lanze, morte  a Venezia

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Questa vicenda ha dell’incredibile: non per il fatto in sé, purtroppo non raro, ma per lo sviluppo umano e giudiziario.

E’ il 1970, estate ancora spensierata prima degli anni difficili di quel decennio. Il popolo va al mare o in montagna o in qualche amena località di villeggiatura rustica, luoghi zeppi di folla e di bambini vocianti.  

Tutto ciò non accadeva nei pressi di Palazzo Dario (detto anche Ca’ Dario), nobile edificio lagunare, quattrocentesco, che si specchia nel Canal Grande: allora abitato soltanto dal conte Filippo Giordano delle Lanze, 46 anni, origini piemontesi, che lo aveva acquistato all’asta nel 1968, per 800 milioni di lire. Gli sfottò fantozziani sui nobili  e i loro lunghi nomi erano di là da venire; e a simili personaggi ci si rivolgeva ancora col titolo.

Naturalmente il conte era ricchissimo di famiglia e ovviamente si intendeva di antiquariato, settore nel cui ambito si sono registrati fatti di “nera” mai risolti: sempre ammesso che il movente nascesse in tal contesto.

Filippo è un uomo di rango, elegante, gentile, generoso, con molte amiche, ma nessuna amante. Le donne, in quel senso, non gli interessano. Riportiamo: “ per gli scandali omosessuali del precedente proprietario e del suo amante, Charles Briggs e Juan de Carrera,  (il palazzo) era stato spietatamente soprannominato dai linguacciuti veneziani “Ca’ Dadrìo” (Palazzo Didietro).” Da Neroveneziano – 2005

In buona ed eletta compagnia Filippo trascorre domenica 19 luglio, al Lido di Venezia, conversando amabilmente e giocando a carte. Tornato a casa, verso sera, alle 20.05 circa, chiama una sua amica per una conversazione definita da lei in seguito “mondana”: secondo la donna, Filippo è tranquillo e non si odono voci in sottofondo. L’amica in questione lo dichiarò anche a Telefono Giallo ( quasi unica fonte a riguardo): nell’occasione la gentildonna lamentò, pur con stile, che il nobiluomo le aveva chiesto in prestito un quadro mai restituito, “Caccia in Laguna”: dipinto settecentesco di Pietro Longhi, di notevole valore, anche se meno noto di un omonimo di Vittore Carpaccio.

A palazzo c’è una governante, Maria Baldissera. La conosciamo come ospite di Augias, nel 1989: una robusta “venexiana” d’altri tempi. In trasmissione la signora racconta che quello per lei era giorno libero, ma  volle ugualmente preparare la cena, a base di pollo, lasciata sul tavolo da pranzo, per poi andarsene verso le 20.20/20.30; ricorda che “il sior conte” stava chiacchierando con un giovane ospite, entrambi seduti sui rispettivi divani.

Il tempo è dato in peggioramento; Maria si preoccupa di alcune finestre lasciate aperte nel palazzotto e si sente in dovere di chiuderle.

In un’altra zona della laguna, a calle Vitturi, abita un bel giovanotto ventiduenne, allora detto iugoslavo, per la precisione croato, definito marinaio e giramondo, nonché karateka, che sembra uscito dalla factory di Andy Warhol. Come si chiama? Questo è già un rebus. Di solito è conosciuto come Raoul Blasich, ma altri lo chiamano Claudio e lui talora si presenta col cognome della madre, Brenner. A Venezia vive una sua sorellastra, titolare di una centralissima boutique; in generale, l’ambiente bazzicato dai due è abbastanza bohémien chic, tanto che Raoul/Claudio è riuscito a infilarsi, come comparsa, nell’allora celebratissimo film “Anonimo veneziano”.

Raoul Blasich

Raoul è fidanzato con l’americana Nancy; sono in programma le nozze, negli USA, a breve. La sera del 16 i fidanzati partiranno dall’aeroporto di Tessera per Londra; da lì, si involeranno per gli States. Dopo una giornata trascorsa insieme, arriva una sorpresa: poco prima di avviarsi all’aerostazione, lui ricorda di voler salutare un amico e molla la ragazza a piazzale Roma, snodo dei mezzi pubblici; il giovane assicura che tornerà alle otto e un quarto, in tempo per prendere il taxi e arrivare all’imbarco del volo, previsto per le 21.30.

In realtà Blasich ha già provato due volte a contattare il conte Giordano, lasciando detto a chi ha risposto, perché Filippo non c’era, qualificandosi come Brenner; viene notato nei pressi di ca’ Dario da una ragazza, che lo descriverà in completo grigio. La sua presenza nel salotto del padrone, per le 20, è attestata dalla Baldissera, che peraltro vede il ragazzo di spalle; durante la conversazione dovrebbe essersi svolta la telefonata con l’amica del conte, che allunga i tempi; quando raggiunge Nancy, in forte ritardo, Raoul non indossa più la giacca ma un giubbetto; la coppia riuscirà a prendere l’aereo per un soffio.

Lunedì 17 luglio Maria arriva come sempre a lavoro verso le otto di mattina; nota che la cena è intatta, la tavola ancora imbandita, le bottiglie sono chiuse. Vero che il padrone, la sera prima, le aveva detto di non aver appetito, ma a lei sembra ugualmente strano. Un giro per gli ambienti e la donna scopre l’orribile spettacolo: il conte giace nel salone, prono, con la testa fracassata, una mano appoggiata sul quadro del Longhi, posato a terra; l’arma del delitto questa volta è evidente, un pregiato soprammobile d’argento a coppa; macchiata di sangue è anche una conchiglia di ugual metallo, nei pressi. Solo dopo un paio di giorni, durante un successivo sopralluogo si scoprirà, tra i cuscini del divano ai piedi del quale si trovava il cadavere, il passaporto del defunto. Egli lo teneva in una cartella in camera da letto, trovata infatti aperta.

A qualcuno non piace la definizione “scena del crimine”: ma tale sembra essere in molti casi, compreso questo. E’ tutto molto scenico.

Il primo e praticamente unico sospettato è naturalmente Raoul, su cui punterà il dito in primis la governante: già, ma dov’è il bel “Claudio”? Non si trova. La carenza di informazioni su questa vicenda ci impedisce di sapere come esattamente furono svolte le indagini. Vennero mobilitati l’Interpol, la polizia yugoslava, quella americana e Scotland Yard.

Si ascolta che nel taxi con cui i fidanzati corsero all’aeroporto venne trovata una macchia di sangue, non attribuibile; che si esaminarono i sedili dell’aereo su cui aveva viaggiato Raoul (definito dormiente per tutto il volo di circa due ore); che si interrogò la misteriosa Nancy con una rogatoria internazionale.

Infine emersero due piste. La prima si riferiva a un possibile litigio “passionale” tra ex amanti, magari con richiesta di denaro dal giovane o una qualche sua rivendicazione, non espressa in precedenza nelle due telefonate andate a vuoto, il pomeriggio. Prevalse però la seconda: Blasich avrebbe preteso che Filippo gli prestasse, o regalasse, il suo passaporto per potersi recare negli USA, che richiedevano il visto. A delitto compiuto, lo slavo avrebbe corso a perdifiato prima a casa propria, per cambiarsi; poi a piazzale Roma, dove la povera Nancy lo attendeva impaziente.

Seguì un processo in contumacia: assoluzione in primo grado, condanna a diciotto anni in appello, confermata in Cassazione, per l’imputato, introvabile fino ai giorni nostri.

In studio a telefono Giallo la Baldissera disse la sua.

Maria Baldissera

L’avvocato di parte civile, Graziano Masselli, pur confermando la colpevolezza a nome dei suoi rappresentati, attaccò peraltro la signora Maria sulla versione approssimativa riferita nel 1989, ricordandole quanto ella aveva dichiarato al processo, ovvero: di essere salita al “piano nobile” dalla cucina tre volte, la prima intorno alle otto, quando sentì delle voci concitate; la seconda alle otto e dieci; la terza (quando chiuse le imposte) intorno alle 20.30 (aveva ascoltato le previsioni del tempo in televisione e temuto maltempo). Come mai non sentì quantomeno il killer uscire? Cucina e salone erano così lontani, da non far avvertire delle urla?  C’era tutto quel rumore per calli e canali? Al processo lei ricorderà il rientro definitivo a casa propria in corrispondenza del famoso “Carosello “ televisivo, alle 20.50; e che un rumor d’ascensore in quei momenti poteva significare che l’assassino stesse uscendo, quindi senza calpestio per le scale. Le venne anche contestato che la tavola fosse ancora imbandita: un operaio, entrato insieme a lei la mattina, per lavori preventivati a palazzo, telefonò in trasmissione per affermare che era tutto sgombro.  La governante se la cavò invocando il tempo passato e la memoria svanita. L’operaio venne liquidato in fretta da Augias.

L’ora del delitto fu indicata inizialmente dalle 20.30 alle 21; ricostruita sommariamente in trasmissione, in un arco dalle 20 alle 24.

Trattare di un caso simile è fare accademia pura, in assenza di voci che non siano quelle, ventennali , flebili di una domestica e processuali di avvocati in polemica.

Il bel marinaio poteva essere un marchettaro? Certamente sì. Avrebbe potuto reclamare o ricattare? Ovviamente. Tuttavia sono condivisibili tutte le obiezioni arrivate al riguardo.

Egli, giovane e atletico, praticante le arti marziali, era in grado di eliminare l’amico a mani nude e in minor tempo, senza il rischio di imbrattarsi di sangue ( si contarono molti colpi sul povero conte); se le richieste riguardavano il denaro, perché ridursi all’ultimo minuto, con la bella fidanzatina in attesa, a rischio di perdere il volo per lui salvifico, che lo avrebbe allontanato per sempre dagli artigli della giustizia italiana?

Per chi conosce Venezia questa corsa a rotta di collo, prima a casa sua, con incluso cambio d’abiti, poi a piazzale Roma, non era impossibile per un ragazzo in forma, ma viaggiava sul filo dei secondi; quanto ad accorciare coi traghetti, quello era un giorno di sciopero annunciato, ma non si sa se partecipato, e se molto o poco; l’alternativa in gondola sarebbe stata probabilmente inefficace, oltre che costosa. Cambiarsi la giacca? Ma tutto quel sangue lo avrebbe macchiato ovunque, considerato che si concorda non vi sia stato il tempo nemmeno per sciacquarsi rapidamente.

Il passaporto aveva la foto del conte, del doppio di anni di Raoul, senza contare la data di rilascio, che Blasich non avrebbe potuto attribuirsi; fosse stato quello il suo scopo, non c’era il tempo di falsificarlo. D’altro canto, il documento fu poi abbandonato tra i cuscini di un divano: perché mai perdere tempo in una simile operazione? Blasich forse non era nemmeno italiano e stava per sposarsi in America: sarebbe partito così, sguarnito di  documenti? Fino a Londra era sufficiente la carta di identità, ma dopo? Raoul e Nancy erano due prossimi sposi o  Bonnie and Clyde?

E’ possibile che, con le forze investigative messe in campo, non si sia riusciti a trovare il condannato in mezzo secolo? Che ha detto esattamente Nancy? A Londra i due avevano alloggiato in tre alberghi, con nomi sempre diversi ( il proprio o quello della madre di lei), e poi?

In seguito si è pensato anche a un delitto collettivo rituale, o per interessi  o maniacale. Sempre dalla nostra fonte principale apprendiamo che il conte, come farà Pier Paolo Pasolini, aveva manifestato premonizioni sulle modalità della propria morte. Tra le sue cose vennero trovate  “foto artistiche” di giovinetti seminudi, o forse anche nudi del tutto, soprattutto in “abiti malesi”, paragonati ai modelli di Wilhelm Von Gloeden: il quale però, anziché arruolare i giovani in laguna, dalla Germania era andato ad ingaggiarli nei poveri villaggi del sud. Quanto tutto ciò sconfinasse nella pedopornografia, è argomento eluso. A rafforzare tale tesi era giunta la dichiarazione di una ragazza che aveva notato due giovani correre via da Ca’Dario in quei minuti. Il quadro sotto la mano della vittima potrebbe essere stato un depistaggio, uno staging. O forse Blasich/Brenner agì con altri e si spartirono un bottino mai più trovato. Peraltro, persone diverse avrebbero potuto agire con comodo la notte: solo Raoul avrebbe avuto fretta di farlo quella sera.

La nobile dimora veniva considerata funesta per varie disgrazie accadute ai proprietari nel corso dei secoli, fino al novecento. Infatti dopo il Conte Giordano, altri vi abitarono, con peripezie poco simpatiche:

“…Ca’ Dario divenne di proprietà del manager del gruppo musicale The Who, Christopher “Kit” Lambert. Fu proprio nella sua permanenza in questo palazzo che Kit Lambert diventò sempre più dipendente da sostanze stupefacenti fino a che questa sua condizione gli provocò la rottura della collaborazione con la band e un arresto per detenzione di droga con un successivo tracollo economico.

I The Who tornano protagonisti della storia del palazzo nel 2002 quando il bassista del gruppo, John Entwistle, dopo aver preso in affitto Ca’ Dario per una vacanza di una settimana a Venezia, viene stroncato da un infarto. Prima di morire, Kit Lambert, ancora proprietario del palazzo riuscì a cederlo a Fabrizio Ferrari, un veneziano che vi si trasferì con la sorella Nicoletta. Neanche lei riuscì a sopravvivere alla “maledizione di Ca’ Dario” in quanto morì in un misterioso incidente stradale senza testimoni. Lo stesso proprietario subì un crack finanziario e un arresto con l’accusa di aggressione nei confronti di una modella. A questo punto il palazzo passò nelle mani del finanziere Raul Gardini, coinvolto nello scandalo di Tangentopoli e morto suicida”. veneziatoday.it  – 7 febbraio 2023 – Marina Ciarlante

Oggi l’edificio sarebbe di proprietà di americani sconosciuti.

Nell’articolo si dice anche che Raoul (non Gardini, ma Blasich) venne ucciso dopo la fuga. A questo punto passiamo la palla alla giornalista: ne sei sicura?

Carmen Gueye

carmengueye
carmengueye
Genovese, ex funzionario ministeriale nell’ambito della pubblica sicurezza, è autrice di libri, saggi e romanzi; articolista e già pubblicista, si occupa particolarmente di cronaca nera e spettacolo

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